
(Il candidato anti-Orbán non è così diverso da lui. Ma tre cose cambieranno davvero)*
La recente vittoria elettorale di Péter Magyar ha scosso l’Ungheria e, più in generale, la politica europea.
Due dei principali istituti demoscopici ungheresi assegnano al suo partito TISZA un clamoroso 55%, contro il 38% di Fidesz, il partito di Viktor Orbán, che dopo sedici anni di dominio viene infine mandato a casa con un’affluenza record del 77,8% – la più alta nella storia parlamentare post-comunista del paese.
È il meritato congedo per un governo ormai percepito come il servo di Putin, segnato da corruzione e connivenze di lungo corso.
Tuttavia, non è tempo di montarsi la testa né di sognare cambiamenti radicali o rivoluzioni insensate.
### 𝗖𝗵𝗶 𝗲̀ 𝗠𝗮𝗴𝘆𝗮𝗿?
Péter Magyar non è un alieno piovuto dall’iperspazio della democrazia liberale.
Non rappresenta una frattura netta né radicale rispetto al passato: è piuttosto il frutto organico dello stesso sistema politico che oggi ha sconfitto. Per oltre vent’anni è stato un alto funzionario di Fidesz, fedele servitore delle sue strutture di potere.
Diplomatico presso la Rappresentanza ungherese presso l’UE, gestore dei rapporti delicati tra Budapest e Bruxelles, consigliere di spicco nelle più importanti aziende pubbliche, inclusi i settori strategici dell’energia e del gas.
Sua moglie, Judit Varga, è stata ministra della Giustizia nel governo Orbán; il suo amico d’infanzia Gergely Gulyás è capo di gabinetto di Orbán.
Magyar non era dunque ai margini, ma parte integrante della cerchia ristretta in cui si prendevano tutte le decisioni: le buone e le cattive.
La rottura definitiva avviene soltanto nel febbraio del 2024, quando uno scandalo travolge la presidente Novák e la stessa Judit Varga, coinvolta nella controversa grazia a un condannato per abusi su minori.
Questo episodio è stato il detonatore di una crisi irreversibile.
Péter Magyar reagisce duramente, interpreta la rimozione della moglie come una vera e propria violenza politica e decide di uscire sbattendo la porta.
Da allora, in soli due anni, costruisce dal nulla un partito nuovo e potente, TISZA, con idee chiare e posizioni ferme.
TISZA si profila come un partito di centrodestra conservatore, saldamente inserito nel Partito Popolare Europeo (PPE), con politiche restrittive sull’immigrazione e un netto no all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea.
Il messaggio è chiaro: non aspettatevi una rivoluzione copernicana, siamo fatti della stessa pasta di prima, solo con un ritmo e una disciplina diversi.
### 𝗧𝗿𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼
Nonostante tutto, ci sono almeno tre elementi su cui il cambio di guardia in Ungheria porterà a svolte concrete e visibili.
#### 1️⃣ 𝗜𝗹 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗕𝗿𝘂𝘀𝘀𝗲𝗹𝗹𝗲
Uno dei temi più caldi è senza dubbio quello dei fondi europei.
Oltre 20 miliardi di euro provenienti dal bilancio comunitario sono stati congelati a causa di presunte violazioni dello Stato di diritto sotto il governo Orbán.
Péter Magyar ha dichiarato che recuperare queste risorse sarà la priorità assoluta, da destinare a investimenti concreti nell’economia reale del paese.
Non solo: ha espresso anche un chiaro sostegno all’adozione dell’euro, rompendo con la linea di veto permanente imposta da Orbán, che per anni ha bloccato ogni iniziativa pro-europea sotto dettatura politica di Mosca.
La neo-designata ministra degli Esteri Anita Orbán – non parente diretto del premier uscente – lo ha detto senza mezzi termini: l’Ungheria deve smettere di essere “il bastone nei raggi della ruota” nella cooperazione europea.
È un cambio di paradigma fondamentale: da mosca bianca sovranista e filo-russa a membro cooperativo e costruttivo dell’Unione Europea.
#### 2️⃣ 𝗟𝗮 𝗿𝗼𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗠𝗼𝘀𝗰𝗮
Il rapporto tra Orbán e Putin è stato uno dei pilastri del suo potere.
Gas a condizioni privilegiate, veti sistematici agli aiuti militari e finanziari a Kiev, comunicazioni riservate con il Cremlino: per sedici anni l’Ungheria è stata il canale privilegiato di Mosca in Europa.
Péter Magyar ha costruito la sua campagna esattamente sull’antitesi di questa alleanza pericolosa.
Il suo obiettivo dichiarato è riportare Budapest nelle sue alleanze naturali, NATO e UE, e mettere fine una volta per tutte alla dipendenza dal gas russo e dal sistema politico putiniano.
Una discontinuità concreta e nettissima rispetto a sedici anni di connivenza e opportunismo geopolitico.
#### 3️⃣ 𝗟𝗮 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗿𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲
Orbán aveva costruito un sistema di potere che controllava media, tribunali, economia, senza paragoni nell’Unione Europea contemporanea. Clientelismo e pressioni erano all’ordine del giorno, lo Stato di diritto quasi inesistente.
Péter Magyar ha centrato la sua campagna sul tema della trasparenza, della legalità e del ripristino dell’indipendenza giudiziaria.
Il lavoro sarà titanico: la Corte Costituzionale e il Consiglio del Bilancio sono ancora pieni di lealisti di Orbán che devono loro la posizione e difficilmente lasceranno libera la presa da un giorno all’altro.
Ma il mandato popolare appena ricevuto è il più solido e inequivocabile che si potesse immaginare e anche il più fedele dei lealisti finirà per dimenticarsi presto del suo mentore quando la pressione democratica si farà sentire con forza.
### 𝗗𝘂𝗲 𝗳𝗮𝗰𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗺𝗼𝗻𝗲𝘁𝗮
È curioso e allo stesso tempo emblematico che Péter Magyar fosse percepito come l’antitesi vivente di Orbán.
Bisogna ricordare che Viktor Orbán, prima di trasformarsi nel leader conservatore sovranista e filorusso degli ultimi anni, aveva compiuto una vera e propria conversione politica: da turbo-liberista a servitore più o meno convinto della Russia putiniana.
Due facce della stessa medaglia, coniate nella medesima zecca del potere ungherese autoritario.
Stasera quella moneta è stata tolta dalla circolazione e – con buona probabilità – molto presto anche l’Ungheria entrerà in zona euro.
### 𝗖𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶
Il cambio di governo in Ungheria non segna una rivoluzione ideale né un ritorno improvviso all’Occidente liberal-democratico.
Péter Magyar è un prodotto e protagonista dello stesso sistema, ma capace di portare un vento di pragmatismo, cooperazione e legalità che per troppo tempo sono mancati.
La priorità imprescindibile sarà costruire ponti con Bruxelles, spezzare i legami con Mosca e affrontare senza timore la corruzione endemica. L’Ungheria di domani potrà ancora essere conservatrice, ancora rigorosa sulle questioni migratorie e ancora attenta ai propri interessi nazionali, ma sarà anche più integrata, trasparente e affidabile sul piano internazionale.
Il percorso sarà complesso e pieno di insidie, ma il primo passo è stato fatto: dalla brace ardente di sedici anni di Orbán, alla padella di Magyar.

