
La recente vicenda di Alessandro Di Battista ha riacceso sui social una miscela ormai consueta di rabbia, indignazione e complottismo.
Una parte del pubblico grillino ha reagito alla notizia della sua malattia costruendo, ancora una volta, una narrazione fatta di complotti, manovre oscure e presunti attentati contro il proprio beniamino.
In alcuni casi, il dissenso è degenerato in insulti e accuse deliranti, rivolte alternativamente alla CIA, agli Stati Uniti, agli ebrei o a una generica “élite”.
Al di là del giudizio umano e politico su Di Battista, che naturalmente non dovrebbe essere bersaglio di odio per le sue opinioni, la vicenda ha riportato al centro anche il suo rapporto con Cuba.

L’ex esponente del Movimento 5 Stelle si trovava sull’isola per documentare, almeno nelle intenzioni dichiarate, gli effetti dell’embargo americano.
Una scelta legittima, ma che solleva una domanda importante: quanto c’è di vero nella rappresentazione di Cuba come vittima innocente della sola ostilità statunitense?
La risposta è più complessa della propaganda su entrambi i fronti. Le sanzioni americane hanno avuto e continuano ad avere conseguenze negative sull’economia cubana.
Tuttavia, attribuire a esse quasi ogni difficoltà dell’isola significa ignorare decenni di fallimenti economici, repressione politica e dipendenza dagli aiuti stranieri. Significa anche trasformare una spiegazione parziale in un alibi totale.
## L’embargo non spiega tutto
Il primo punto da chiarire riguarda la natura delle restrizioni americane.
Gli Stati Uniti hanno imposto a Cuba un embargo commerciale a partire dagli anni Sessanta, in seguito alla rivoluzione castrista, alle nazionalizzazioni delle proprietà statunitensi e alla crescente alleanza tra L’Avana e l’Unione Sovietica.
Nel corso dei decenni, l’embargo è stato modificato e in parte allentato, ma non è mai stato completamente abolito.
È innegabile che il blocco delle relazioni economiche con il più grande mercato del continente abbia avuto un costo.
Cuba si trova a poche decine di miglia dalle coste della Florida e, in condizioni normali, avrebbe potuto sviluppare rapporti commerciali molto più intensi con gli Stati Uniti.
Le restrizioni finanziarie rendono inoltre più difficili alcune transazioni internazionali, perché le imprese straniere possono temere sanzioni o conseguenze legali qualora utilizzino il sistema finanziario americano.
Questo è un problema reale.
Ma non equivale a sostenere che Cuba sia povera esclusivamente perché gli Stati Uniti non commerciano liberamente con l’isola.
Cuba può infatti commerciare con il resto del mondo.
Lo ha fatto per decenni e continua a farlo.
L’Unione Europea, il Canada, il Messico, il Brasile, la Russia, la Cina e numerosi altri Paesi intrattengono rapporti economici con L’Avana.
Le Nazioni Unite votano regolarmente risoluzioni critiche verso l’embargo americano, ma la comunità internazionale non ha imposto a Cuba un isolamento economico paragonabile a quello subito, in altri periodi, da Paesi sottoposti a sanzioni molto più estese.
Anche l’argomento secondo cui le banche e le aziende straniere sarebbero completamente paralizzate dalle sanzioni statunitensi va precisato.
Esistono difficoltà, costi aggiuntivi e rischi di natura finanziaria, ma non un divieto assoluto per il resto del mondo di commerciare con Cuba.
Se l’economia cubana fosse realmente aperta e competitiva, avrebbe comunque la possibilità di esportare, importare, attrarre investimenti e sviluppare relazioni commerciali con decine di Paesi.
Il problema è che non lo è.
## Un’economia controllata e inefficiente
Per comprendere la crisi cubana bisogna guardare al modello economico instaurato dopo la rivoluzione.
La nazionalizzazione quasi totale delle imprese, la pianificazione centrale, il controllo dei prezzi, la limitazione dell’iniziativa privata e il monopolio statale sul commercio estero hanno prodotto un sistema estremamente rigido.
Per decenni l’economia cubana è sopravvissuta grazie al sostegno dell’Unione Sovietica.
Mosca acquistava zucchero cubano a prezzi politici e vendeva all’isola petrolio e altri beni a condizioni agevolate.
Questo rapporto consentì al regime di mantenere un livello di consumo superiore a quello che l’economia interna avrebbe potuto garantire.
Quando l’Unione Sovietica crollò, Cuba precipitò nel cosiddetto “Periodo Speciale”: una fase di gravissima penuria, caratterizzata da carenze alimentari, blackout, riduzione dei trasporti e collasso della produzione.
Quella crisi dimostrò quanto il sistema fosse dipendente da un protettore esterno.
Invece di riformare profondamente l’economia, il governo introdusse modifiche limitate e temporanee, mantenendo intatto il controllo politico.
In seguito arrivarono nuovi aiuti dal Venezuela di Hugo Chávez e, più tardi, forme diverse di sostegno dalla Cina e dalla Russia.
La dipendenza non è quindi cominciata con le recenti politiche americane.
Cuba era già economicamente fragile molto prima delle restrizioni più severe sul settore energetico.
Il problema non consiste semplicemente nella quantità di petrolio disponibile, ma nella capacità di produrre ricchezza, esportare beni competitivi, attrarre capitali e garantire un’agricoltura efficiente.
Un sistema economico può essere colpito da sanzioni e, nello stesso tempo, essere gravemente danneggiato dalle proprie politiche interne.
Le due cose non si escludono. Sostenere il contrario significa ridurre un problema complesso a una spiegazione ideologica.
## Il confronto con altri Paesi
Un altro elemento spesso trascurato riguarda il confronto con gli altri Paesi dell’America Latina.
Cuba viene descritta come un modello alternativo al capitalismo, mentre le difficoltà economiche dell’isola vengono attribuite alla sua esclusione dal mercato statunitense.
Ma molti Paesi latinoamericani, pur avendo attraversato crisi profonde, instabilità politiche e livelli di disuguaglianza molto elevati, non hanno adottato un sistema economico completamente centralizzato.
Brasile, Argentina, Cile, Uruguay, Colombia e altri Stati della regione hanno conosciuto periodi di povertà, inflazione e recessione, ma dispongono anche di settori privati, università autonome, stampa indipendente e possibilità di alternanza politica.
La loro situazione non è automaticamente migliore in ogni ambito, ma il confronto dimostra che la sanità pubblica, l’istruzione o le politiche sociali non richiedono necessariamente una dittatura comunista.
Anzi, il caso cubano dovrebbe spingere a distinguere tra servizi pubblici e libertà politiche.
La presenza di una sanità formalmente gratuita non dimostra che il sistema complessivo sia efficace.
Un servizio è davvero universale e di qualità quando dispone di strutture funzionanti, farmaci, apparecchiature moderne, personale adeguatamente pagato e possibilità di controllo indipendente.
## Il mito della sanità cubana
La sanità cubana è uno dei pilastri della propaganda internazionale del regime.
È vero che Cuba ha costruito una rete capillare di assistenza di base e che alcuni indicatori sanitari, come la mortalità infantile ufficiale o l’aspettativa di vita, sono stati per anni comparabili a quelli di Paesi più ricchi.
È anche vero che il sistema garantisce formalmente l’accesso gratuito alle cure.
Tuttavia, il quadro attuale è molto meno celebrativo.
Le strutture ospedaliere soffrono di carenze di farmaci, strumenti, manutenzione e personale.
I pazienti sono spesso costretti a procurarsi autonomamente medicinali e materiali di consumo. Il razionamento e la scarsità incidono in modo evidente sulla qualità dell’assistenza.
Inoltre, i dati ufficiali cubani devono essere valutati con cautela.
Il regime non consente un controllo pienamente indipendente delle statistiche e limita l’accesso dei giornalisti e degli osservatori alle strutture sanitarie.
Questo non significa che ogni dato sia falso, ma che la narrazione ufficiale non può essere accettata senza verifiche.
La gratuità, poi, non equivale automaticamente alla qualità. Anche numerosi Paesi democratici offrono sistemi sanitari pubblici o forme di assistenza universale.
Il Regno Unito, la Spagna, l’Italia, il Canada e diversi Paesi dell’America Latina dimostrano che l’assistenza sanitaria pubblica non è una prerogativa del comunismo.
Il punto non è negare i risultati ottenuti da Cuba in determinati ambiti, soprattutto nella formazione medica di base e nella medicina preventiva.
Il punto è rifiutare l’idea che quei risultati cancellino le carenze del sistema o giustifichino la repressione politica.
## I medici cubani: prestigio internazionale e sfruttamento
Un aspetto particolarmente controverso riguarda le missioni che hanno generato più di una protesta, e una denuncia alla corte dei diritti umani, per schiavitù.
