
Cara Elena,
cara per amor d’argomento .. visto che sei una delle persone che stimo meno al mondo … da giorni, anche prendendo in prestito canzoncine da adolescenti mal cresciuti, continui a ripetere che «le cose che abbiamo in comune sono 4850» e che, prima o poi, «si arriverà a un accordo.
È una formula rassicurante, non c’è che dire. Quattromilaottocentocinquanta cose in comune: un numero abbastanza grande da intimidire chiunque, abbastanza preciso da sembrare il risultato di un inventario scientifico e abbastanza vago da non dover spiegare quali siano, esattamente, queste meravigliose affinità. Immagino che, tra le prime, ci siano l’amore per le frasi ad effetto, la passione per le conferenze stampa e una certa inclinazione a considerare i princìpi come materiale negoziabile.
Però vedi, Elena, la differenza tra una persona di princìpi e un’arrivista come te sta proprio qui: le cose in comune possono essere anche un miliardo e mezzo, ma esistono princìpi non negoziabili.
Sono quelle cose senza le quali non si sta insieme, nemmeno per il tempo necessario a una fotografia, a un comunicato congiunto o a un vertice convocato per dimostrare che il vertice era inevitabile.
Non tutto può essere messo nello stesso cesto.
Non tutto può finire dentro una tabella Excel intitolata “punti di convergenza”.
Ci sono questioni sulle quali si discute, si media, si cercano soluzioni.
E poi ci sono questioni che definiscono chi sei.
Il confine tra la politica e il commercio ambulante dell’identità passa esattamente da lì.
Ora, Elena cara — sempre per amor d’argomento — l’antisemitismo e il contrasto all’imperialismo russo dovrebbero appartenere a questa seconda categoria.
Dovrebbero essere una faccenda da dentro o fuori: o li hai, o non li hai.
Non sono accessori da esibire quando conviene e riporre in un cassetto quando servono voti.
Non sono una cravatta istituzionale da indossare davanti alle telecamere e togliere appena si entra nella stanza delle trattative.
E invece Giuseppe Conte ha ormai posto con chiarezza al centro della propria campagna politica numerosi elementi della propaganda russa, mentre nel tuo stesso partito il palestinismo militante è diventato una componente identitaria, talvolta accompagnata da una sorprendente indulgenza verso parole d’ordine e posizioni che dovrebbero suscitare, come minimo, disagio.
Non una perplessità tattica. Non il consueto “sì, però”.
Disagio.
Quello vero, quello che impedisce di firmare un accordo sorridendo.
Dunque, oggi mi pare che tra le 4850 cose che ti accomunano a Conte ci siano anche antisemitismo e putinismo.
Se non è così, la soluzione era semplicissima: chiudere la porta. Non servivano trattative infinite, tavoli tecnici, formule elastiche e l’ennesima dichiarazione sulla necessità di “costruire un percorso”.
Bastava dire: su questo non ci siamo, e non ci saremo mai.
Ma capisco: chiudere la porta è un gesto netto, e i gesti netti sono pericolosi. Possono generare conseguenze.
Possono costringere a spiegare la propria posizione.
Possono addirittura far perdere voti.
Molto meglio lasciare la porta socchiusa, così da poter dichiarare contemporaneamente di essere contrari all’antisemitismo, preoccupati per l’Europa, amici degli alleati occidentali e disponibili a un’intesa con chi mette in discussione l’esistenza stessa di un Paese e la legittimità dei suoi cittadini.
È la nuova arte della politica: stare dalla parte giusta con le parole e dalla parte conveniente con gli accordi.
Una disciplina raffinata, quasi olimpica.
Richiede equilibrio, allenamento e una certa elasticità morale.
L’idea di vincere a ogni costo, però, non è una giustificazione. Vincere a ogni costo non ha alcun valore se, per quella vittoria, ti sei venduta l’anima.
È una frase antica, forse perfino ingenua, in un’epoca nella quale l’anima viene considerata un bene non essenziale, come una voce di bilancio da tagliare in caso di emergenza.
Ma resta vera. Churchill avrebbe potuto cercare un accordo con l’austriaco.
Avrebbe potuto dire che la pace, in fondo, viene prima di tutto; che certe differenze potevano essere accantonate; che l’Europa aveva bisogno di stabilità; che bisognava evitare ogni irrigidimento e mantenere aperti i canali diplomatici.
Avrebbe potuto confezionare una dichiarazione in cui si sottolineava il valore del dialogo e si auspicava una soluzione condivisa.
Non lo fece.
Decise che un principio valeva più di una pace compromessa con il Male.
Non perché non capisse la politica, ma perché la capiva meglio di chi scambia la sopravvivenza del proprio partito con la sopravvivenza della propria coscienza.
Sapeva che esistono momenti in cui il compromesso non è saggezza, ma complicità.
E sapeva che alcune strette di mano non sono gesti di responsabilità: sono certificati di resa.
Tu, invece, con quel Male il compromesso lo hai fatto.
E la cosa più sorprendente è che ne vai orgogliosa.
Lo presenti come realismo, come maturità, come capacità di guardare oltre le divisioni.
È sempre commovente vedere l’opportunismo presentarsi con il cappotto della responsabilità nazionale.
Ha persino un tono istituzionale. Ma il problema, Elena, non è soltanto con chi ti allei.
È anche il modo in cui provi a raccontare l’alleanza.
Se almeno avessi il coraggio di dire: “Sì, abbiamo rinunciato a qualcosa per ottenere qualcos’altro”.
Sarebbe discutibile, ma almeno sarebbe onesto.
Invece no: tu vuoi farci credere che non hai rinunciato a nulla, che le differenze sono dettagli, che i princìpi restano intatti, che le 4850 cose in comune sono così importanti da rendere irrilevanti le poche — evidentemente piccole — cose su cui non siete d’accordo.
Il punto è che non tutte le differenze pesano allo stesso modo.
Puoi avere opinioni diverse sulla fiscalità, sull’organizzazione dello Stato, sulla durata dei mandati, persino sulla forma dei tavoli parlamentari.
Puoi discutere per mesi su una riforma, su una legge elettorale, su una politica industriale.
Ma quando di mezzo ci sono la dignità delle persone, il diritto all’esistenza di un popolo, la condanna del terrorismo e il rifiuto dell’imperialismo, non basta contare i punti di convergenza.
Non puoi mettere sul piatto 4850 piccole somiglianze per compensare una sola grande rinuncia.
La politica non è una raccolta punti del supermercato.
Non ottieni un principio in omaggio dopo aver accumulato abbastanza compromessi.
E qui sta il punto che tu, Elena, non vuoi vedere: non è una questione di numeri.
Non è una questione di seggi, alleanze, geometrie parlamentari o formule per la formazione di un governo.
Non è nemmeno una questione di opportunità elettorale, sebbene tu sembri aver trasformato l’opportunità elettorale nel criterio supremo di ogni decisione.
È una questione di anima.
Parola imbarazzante, lo ammetto.
Troppo letteraria, troppo poco tecnica.
Non entra facilmente nei sondaggi, non si può proiettare in un diagramma, non produce una percentuale affidabile.
Non può essere misurata da un algoritmo e non può essere corretta da un consulente d’immagine.
Per questo, probabilmente, ti disturba.
Perché si può anche vincere un’elezione.
Si può arrivare al governo.
Si possono distribuire incarichi, scrivere programmi, convocare conferenze stampa e riscrivere la storia come più conviene.
Si può perfino convincere una parte dell’opinione pubblica che la resa fosse una strategia e che il cedimento fosse una prova di forza.
Ma se per arrivarci hai dovuto stringere la mano a chi nega il diritto di esistere a un popolo, a chi giustifica il terrorismo, a chi vuole cancellare un Paese dalla mappa, allora quella vittoria non è una vittoria.
È una resa.
È la resa dei tuoi princìpi, della tua storia e della tua dignità.
È la trasformazione della politica in una gara a chi sopravvive più a lungo, anche quando sopravvivere significa non essere più riconoscibili.
È il trionfo della poltrona sulla posizione, della convenienza sulla
