Quando la sinistra festeggia il proprio specchio

Forse la notizia politica più commentata di ieri — pur non essendo necessariamente la più importante — è stata la vittoria di Die Linke a Berlino.

La formazione della sinistra radicale, guidata da Elif Eralp, donna di origine turca e figura vicina a posizioni politiche internazionali molto discusse, ha ottenuto un risultato che molti hanno accolto con entusiasmo.

I commenti, sui giornali e sui social, sono stati simili a quelli seguiti alla vittoria di Zohran Mamdani a New York, ai successi della sinistra svedese e ad altre affermazioni considerate segnali di una possibile inversione di tendenza. “L’onda nera può essere fermata”, si è letto.

“Quando la sinistra offre soluzioni, allora vince”.

Sono formule comprensibili sul piano emotivo, ma politicamente povere.

Prima di trasformare ogni risultato elettorale in una parabola edificante, sarebbe opportuno fermarsi ad analizzare i fatti, il contesto e la natura concreta del consenso ottenuto.

La prima questione riguarda il corpo elettorale.

A Berlino l’età di voto è stata abbassata a sedici anni per alcune consultazioni. Non è un dettaglio secondario.

Un partito come Die Linke, che dispone di una forte capacità di mobilitazione tra i giovani, beneficia naturalmente dell’allargamento dell’elettorato a una fascia d’età più sensibile alle campagne identitarie, alle parole d’ordine sociali e alla comunicazione politica costruita sui social network.

Questo non significa che il voto dei sedicenni sia illegittimo o che i giovani non abbiano il diritto di partecipare alla vita pubblica. Significa, più semplicemente, che modificare la platea elettorale modifica anche gli equilibri politici.

E quando si commenta una vittoria, è necessario tenere conto di come essa sia stata resa possibile, non soltanto del suo risultato finale.

La seconda questione riguarda la composizione demografica e culturale della capitale tedesca. Berlino è una città con una popolazione migrante enorme, con comunità internazionali numerose e con una parte significativa dell’elettorato che vive una distanza — reale o percepita — rispetto alle istituzioni tradizionali, alla storia politica tedesca e al modello sociale dominante.

Die Linke è riuscita a intercettare questo bacino elettorale proponendosi come forza di rappresentanza delle minoranze, dei giovani, degli abitanti dei quartieri popolari e di coloro che si sentono esclusi dal sistema. Anche in questo caso, il dato non dovrebbe essere rimosso in nome dell’entusiasmo.

La sinistra contemporanea, in molte città occidentali, non è più soltanto il partito del lavoro organizzato, del sindacato e della redistribuzione economica. È sempre più una coalizione urbana composta da giovani istruiti, minoranze, lavoratori precari, nuovi cittadini, attivisti culturali e segmenti di classe media progressista. È una coalizione potente, ma non necessariamente coerente.

Il problema è che questa nuova sinistra tende spesso a confondere la rappresentanza di gruppi sociali specifici con un progetto politico generale.

Se una formazione vince perché riesce a sommare malcontenti diversi — quello abitativo, quello generazionale, quello identitario, quello antioccidentale — non è detto che abbia trovato una sintesi. Potrebbe avere semplicemente assemblato una protesta.

Ed è qui che il risultato di Berlino diventa interessante.

Elif Eralp è stata celebrata soprattutto per la sua identità: donna, figlia di genitori turchi, esponente di una sinistra giovane e cosmopolita, vicina a figure come Mamdani.

Tutti elementi legittimi, naturalmente, ma insufficienti a definire una proposta politica. L’identità può spiegare perché una parte dell’elettorato si riconosca in un candidato.

Non spiega, da sola, quale governo quel candidato intenderebbe realizzare, quali risorse mobilitare, quali compromessi accettare e quali problemi affrontare per primi.

La sinistra occidentale sembra invece sempre più incline a considerare l’identità come una forma di programma.

Il fatto di provenire da una minoranza viene interpretato come prova di una particolare sensibilità politica; l’appartenenza culturale viene trasformata in una garanzia morale; il vissuto personale diventa un criterio per stabilire chi abbia diritto di parlare e chi no.

Ma la politica non può ridursi a una gara tra biografie.

Un sindaco, un parlamentare o un leader di partito deve essere valutato anche sulle sue decisioni, sulle sue alleanze e sulla sua visione del mondo.

Sul piano internazionale, poi, le posizioni di Die Linke sull’Ucraina sono tutt’altro che marginali.

Il partito è contrario al riarmo, critica l’invio di armi a Kyiv e insiste sulla necessità di trattare con Vladimir Putin.

Su questo terreno, le sue posizioni risultano sorprendentemente vicine a quelle di Giuseppe Conte e, per alcuni aspetti, a quelle dell’AfD.

Non significa che Die Linke e AfD siano la stessa cosa.

Le differenze ideologiche, storiche e programmatiche restano profonde.

Tuttavia, di fronte alla guerra russa contro l’Ucraina, entrambe le forze condividono una forte ostilità verso il sostegno militare occidentale e una concezione della pace che rischia di diventare sinonimo di resa.

È dunque lecito chiedere: che cosa stanno festeggiando esattamente coloro che presentano la vittoria di Die Linke come una grande avanzata della sinistra democratica europea?

Stanno festeggiando un partito favorevole alla trattativa con Putin?

Stanno celebrando una forza che vuole interrompere l’invio di armi a un Paese aggredito?

Stanno esaltando una concezione secondo cui la responsabilità principale dell’Occidente consisterebbe nel non irritare il Cremlino?

Se questi sono i contenuti, allora non siamo di fronte a una vittoria della sinistra progressista nel senso tradizionale del termine.

Siamo davanti a una forma di populismo pacifista, che utilizza la parola “pace” per evitare di discutere il rapporto tra aggressore e aggredito.

La pace è un valore, ma non ogni proposta che si definisce pacifista è automaticamente responsabile.

Chiedere la fine delle armi può significare promuovere un negoziato.

Ma può anche significare lasciare un Paese privo degli strumenti necessari per difendersi, consegnandolo alla volontà della potenza che lo ha invaso.

La distinzione è fondamentale, eppure viene spesso oscurata da slogan emotivi.

Die Linke non è AfD, così come la sinistra radicale berlinese non è la destra nazionalista tedesca. Ma questo non impedisce di osservare che entrambe possono utilizzare strumenti politici simili.

Qui la citazione di Picierno sui “bipopulismi” appare particolarmente efficace.

In Germania, come in molti altri Paesi europei, il conflitto politico viene sempre più organizzato tra due populismi contrapposti: quello nazionalista, identitario e anti-immigrazione della destra radicale; quello cosmopolita, anti-establishment e antioccidentale di una parte della sinistra.

Sono populismi diversi nei valori dichiarati, ma spesso analoghi nei metodi.

Entrambi semplificano problemi complessi.

Entrambi costruiscono un avversario assoluto. Entrambi dividono il mondo in vittime e colpevoli.

Entrambi sostituiscono la mediazione con la denuncia. Entrambi promettono una soluzione rapida a questioni che richiederebbero tempo, competenza e compromessi.

L’AfD dice che tutto sarebbe risolto chiudendo le frontiere, espellendo gli stranieri, uscendo dai vincoli europei e ripristinando una sovranità nazionale idealizzata.

La sinistra populista dice che tutto sarebbe risolto smantellando il capitalismo, tassando i ricchi, disarmando l’Occidente, accogliendo senza limiti e affidandosi alla mobilitazione delle minoranze.

In entrambi i casi, la realtà viene compressa dentro una narrazione semplificata.

Non è necessario sostenere che le due proposte siano moralmente equivalenti.

Non lo sono.

Il nazionalismo aggressivo dell’AfD e la sua retorica contro migranti e istituzioni liberali sono una minaccia evidente.

Ma riconoscere l’esistenza di una minaccia non significa negare che anche una parte della sinistra possa adottare pratiche populiste.

La democrazia liberale non è difesa soltanto opponendosi alla destra radicale.

È difesa anche rifiutando l’idea che la propria parte politica sia automaticamente immune dal fanatismo, dalla semplificazione e dalla demonizzazione.

Il punto, dunque, non è stabilire se Die Linke sia “di sinistra” o se AfD sia “di destra”.

Il punto è chiedersi quale tipo di risentimento sociale rappresentano…

Di Admin

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