Giovanni De Ficchy

Un fiume di soldi da ripulire e un banchiere cinese a disposizione di tutte le organizzazioni criminali operative nella Capitale.
Il centro del business è nel quartiere Esquilino: due negozi cinesi ben mimetizzati nella Chinatown di Roma
Per importare la cocaina, l’hashish e la marjuana, utilizzavano tir con la la targa spagnola e dopo averlo caricato su una bisarca lo facevano arrivare a Fiano, dove avveniva lo stoccaggio e il trasferimento della “merce” .
Uomo fidato Zheng Wen Kui, detto Luca, che nei suoi due negozi di abbigliamento all’Esquilino riciclava il denaro del narcotraffico gestito da ‘ndrangheta, camorra e mala romana.
Il suo arresto in è avvenuto in Calabria, dove era andato a prendere i soldi.
A raccontare l’entità degli affari le intercettazioni ambientali contenute nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di 33 persone.
“Sta settimana abbiamo fatto un milione due e cinquanta”, confida uno degli arrestati, Simone Capogna, fratello di Fabrizio, noto narcos capitolino, a Zheng in occasione di un versamento proprio all’interno dell’attività gestita dal cittadino cinese.
Nei guai, sul versante calabrese della storia, è finito un 38enne di Reggio Calabria, Santo Flaviano, per il quale è stato disposto l’arresto
I Narcos italiani, provvedevano a tutte le fasi della filiera: acquistavano i carchi all’ingrosso e li smerciavano direttamente in strada, decuplicando gli illeciti guadagni.
Ancora dalle carte emerge la capacità del duo Antonio Gala e Fabrizio Capogna di immettere sul mercato fiumi di droga.
“Quanto fumo c’è ancora?”, chiede Capogna a Gala.
E lui: quanto ne vuoi.
Per il conteggio però c’erano le macchinette in quella che era stata chiamata la stanza conta soldi.
Là tre donne cinesi gestivano i conti, inserite perfettamente nel meccanismo smistavano le somme sui conti dei brokers cinesi.
È la banca fantasma cinese, è composta da cittadini cinesi che, dietro le attività di import-export di prodotti, raccoglievano e trasferivano milioni di euro di provenienza illecita.
L’indagine ha dovuto superare un ostacolo di accesso alle informazioni per l’utilizzo di criptofonini, decriptati con l’ausilio anche delle autorità straniere, ma anche per le continue bonifiche alle quali i sodali sottoponevano autovetture o locali frequentati.
