Di Pierpaola Meledandri*

La storia Umana, il mito stesso offre, attraverso i suoi attori, il meglio e il peggio di chi vive sotto questo cielo.
Si passa dal coraggio, alla viltà .
Dalla verità alla menzogna.
Dall’odio al tradimento.
Dall’indifferenza alla solidarietà.
Dalla cupidigia alla generosità.
Come nasce la vendetta?
Il sentimento della vendetta è legato a un danno subito, alla violenza, alla mancata rispondenza di parole, promesse, o illusori “desiderata”, può presentarsi anche quando qualcuno tradisce aspettative o un “accordo” all’interno di una relazione umana
Una persona viene offesa, cerca giustizia o vendetta: brutale e cieca.
Sebbene molti ritengano che le due parole abbiano lo stesso significato, i significati sono diversi.
La giustizia si riferisce spesso al processo legale in cui i trasgressori sono giudicati e puniti equamente ad una sorta di riequilibrio dovuto al disordine cosmico che si è creato.

Cosa diversa è la giustizia divina, spesso lenta e apparentemente invisibile, rientrante nelle trame di un disegno imperscrutabile.
La vendetta è l’atto di danneggiare o ferire qualcuno come punizione per qualcosa che ha compiuto. “Ergo”, la differenza principale tra giustizia e vendetta risiede nello scopo; la giustizia tende a correggere un torto, mentre la vendetta mira semplicemente a ottenere il pareggio.
Spesso l’infelicità dell’uomo, come sostiene Nietzsche, deriva dal suo desiderio di vendetta.
La vendetta non appaga, produce un senso di odio cieco per le passate azioni. Come nasce il desiderio della vendetta?
La follia a volte, può essere originata da tante piccole ingiustizie.
«La passione della vendetta è talmente radicata in profondità, da essere sicuramente presente in tutti gli uomini», Erich Fromm.
La Legge del taglione, descritto dalla “legge del taglione”, le cui prime tracce si trovano nel Codice di Hammurabi (XXI secolo A.C.): la pena per chi ha commesso un reato è spesso identica al danno subito, scatta quando la giustizia non trova applicazione.
Il desiderio della rivalsa è uno dei sentimenti propri dell’essere umano: qualcuno ci arreca un torto e noi proviamo desiderio di vendicarci per restituire all’altro il danno, come fosseuna sorta di compensazione.
Credo, sovente, che molti di noi, di fronte a ritenerre diaver subito un torto , sviluppino una certa voglia di “regolare i conti”, nel tentativo di ripristinare una situazione precedente a quanto accaduto.
Queste sensazioni, dal punto di vista dell’intensità e della durata, dipenderanno strettamente dalle caratteristiche della personalità del soggetto: più si ha la tendenza a controllare le proprie emozioni e più i sentimenti di rabbia e vendetta saranno contenuti.
Nel realizzare la vendetta si trova davvero la pace?
La risposta a questa domanda non è facile: la vendetta difficilmente può portare alla pace anche se, come già accennato, simili pensieri possono aiutare inizialmente ad elaborare il torto subito.
La sensazione di pace dipende anche dal danno subito o ancor meglio dalla nostra percezione di gravità.
La morte è qualcosa di definitivo e nessuna vendetta potrà riportare in vita la persona.
Si rischia anzi di rimanere legati al bersaglio della nostra vendetta, in una sorta di dipendenza che vede la felicità personale direttamente proporzionale all’infelicità altrui, senza mai riuscire ad ottenere l’unica cosa che forse potrebbe portare la pace: il pentimento.
Ci sono casi, inoltre, in cui, dopo aver agito per la vendetta, la persona sperimenta sensi di colpa e in qualche modo si pente di averla messa in atto.
Quando un essere umano prova un dolore molto forte entra in uno stato non tanto differente da quello della psicosi: perdita di lucidità, la razionalità lascia il posto all’emotività, non riusciamo più a vedere la realtà con gli occhi e la mente : viviamo solo attraverso le nostre ingannevoli emozioni.
Tutto questo può portare la persona a perdere di vista i valori che l’hanno sempre guidata, a non avvertire più alcuna necessità, tranne quella di vendicarsi: la ferita che si è creata al suo interno provoca talmente tanto dolore da pensare che la violenza possa essere l’unica cura.
In alcuni casi il dolore e la perdita diventano una tale ferita narcisistica che il pensiero si concentra ossessivamente sulla vendetta al fine di appagare un proprio senso di giustizia.
Questo meccanismo è più facile che si sviluppi in soggetti con tendenze ossessive preesistenti o in soggetti che hanno vissuto il torto come invalidante e profondamente intaccante il Sé, come ad esempio in soggetti narcisistici.
Sicuramente è necessario del tempo per elaborare un torto e cercare modi diversi per riparare al danno.
Questo non è sempre possibile anche perché dipende dall’atteggiamento di chi ci ha danneggiato e dalla sua volontà di “riparare” al danno inferto attraverso il pentimento.
Va comunque detto che anche l’accettazione passiva non è sempre salutare: non avere la possibilità di riscattarsi può avere conseguenze sul piano somatico e sul tono dell’umore.
Concludendo, “Una brutta azione non caglia subito, proprio come il latte appena munto: al contrario, insegue lo sciocco.
Come brace nascosta nella cenere”.
Così scrisse il Buddha nel Dhammapada.
* Breve profilo dell’ autrice: Pierpaola Meledandri :Avvocato patrocinante in Cassazione, civilista e amministrativista, con varie altre specializzazioni maturate. Si è occupata di docenza per Sindacati, Ordini e Categorie professionali. Giornalista pubblicista dal 10 gennaio 2022, ha redatto numerosi articoli, nel corso degli anni, su differenti riviste e periodici e su svariate tematiche, nonché ha collaborato in collettanea alla stesura di testi, introduzioni, presentazioni e interviste di autori in pubblico.
