Giovanni De Ficchy

Gideon Rachman, la nota firma del Financial Times giustifica questa locuzione adducendo due elementi pertinenti all’imprenditore di Pretoria: la sua natura imprevedibile, che lo rende difficilmente controllabile, e la sua immensa ricchezza , Musk è di fatto l’uomo più ricco del mondo .

Alla luce del suo rapporto privilegiato con il presidente Donad Trump, queste due condizioni, rendono il magnate sud africano, un uomo che dispone di un immenso potere.

La relazione con il tycoon oggi costituisce il lasciapassare di Musk per accedere alle stanze dei bottoni di Washington.

Il senso dell’intesa tra Musk e Trump non risiede solo nell’affinità ideologica tra i due, ma anche nel valore dei legami internazionali del primo.

L’imprenditore di Pretoria coltiva infatti strette relazioni con l’élite del Partito comunista cinese.

I rapporti sono da tempo cosa nota, tanto che Ramaswamy lo paragonava in passato a una “scimmia da circo” e a un pupazzo nelle mani della Cina.

Musk ha così ricevuto dal presidente eletto la guida di un nuovo ente: il dipartimento per l’efficienza governativa (Doge), ratificando così la sua definitiva ascesa in politica.

Nato per snellire l’ipertrofico apparato burocratico americano, il nuovo dipartimento, che Musk guiderà insieme all’imprenditore ed ex candidato repubblicano di origini indiane, Vivek Ramaswamy, si sospetta che tale struttura, avrà un ruolo decisivo anche nel favorire indirettamente le sue aziende.

La sola notizia del trionfo del tycoon ha fatto bene alle imprese di Musk ancor prima che qualsiasi azione intrapresa dal Doge potesse ottenere lo stesso risultato: +12% il valore delle le azioni di Tesla all’apertura dei mercati finanziari il giorno seguente le elezioni.

Dato che le sue aziende si configurano come delle multinazionali con interessi in tutto il mondo, l’imprenditore prova infatti a influenzare, allo stesso modo che in patria, anche la politica dei Paesi stranieri dove queste ultime operano.

Per esempio, Musk starebbe considerando l’idea di donare 100 milioni di dollari a Reform Uk, un partito di opposizione nel Regno Unito guidato da Nigel Farage, chiedendo in cambio la promozione di riforme di deregulation.

Un’azione che ha fatto storcere il naso a più di un politico del partito laburista, da tempo ai ferri corti con Musk date le sue forti critiche all’attuale premier Keir Starmer.

In questo senso, il Doge favorirà anche processi di deregolamentazione ,una delle parole preferite dalle imprese, in modo da allentare i controlli dello Stato sul mercato e sganciare Tesla e Space X da alcuni limiti legislativi che il magnate sudafricano ha più volte definito come controproducenti.

In altri casi, Musk è finito addirittura per entrare in un aspro contrasto con le istituzioni di Stati stranieri. Il Brasile si è spinto fino a multare Starlink e a bloccare, per un breve periodo, l’accesso dei suoi cittadini a X, poiché l’azienda avrebbe operato al di fuori dei limiti imposti dalla legge.

File:Vivek Ramaswamy (52588305239).jpg - Wikimedia Commons
Vivek Ramaswamy

Che Musk e Tesla abbiano un debito nei confronti di Pechino è comunque la verità.

L’impresa di auto elettriche ha ricevuto miliardi di dollari in prestiti a basso costo, sussidi e agevolazioni fiscali dal governo cinese ed Elon si è più volte recato in Cina negli ultimi anni.

Inoltre, Tesla dipende per gran parte del suo fatturato dall’enorme mercato interno cinese e dalla sua mega fabbrica di Shanghai, che ha generato ricavi per 54 miliardi di dollari negli ultimi tre anni – il 23% delle vendite totali dell’azienda.

«È nata una stella: Elon», così Donald Trump, dal palco della vittoria il giorno dopo il risultato delle elezioni presidenziali, porgeva un lungo ringraziamento al suo più grande donatore per la campagna elettorale, parlando di lui come di «un super genio» da proteggere.

Musk ha finanziato la campagna elettorale del tycoon newyorkese con più di 250 milioni di dollari e ha spesso favorito su X, social di sua proprietà, la narrazione trumpista.

La scelta di Trump di legarsi a Musk appare dunque strana dato che l’amministrazione che ha deciso di comporre il tycoon è dominata da figure anticinesi, come il candidato segretario di Stato Marco Rubio. Oppure il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Waltz, che ha definito la Cina come una «minaccia esistenziale».

Inoltre, la guerra commerciale che Trump ha promesso di ingaggiare con Pechino potrebbe nuocere gravemente agli interessi del Ceo di Tesla, che a quel punto potrebbe trovarsi ad agire come forza moderatrice all’interno dell’amministrazione repubblicana.

Potrebbe tuttavia essere proprio questo il senso dell’intesa tra il neoeletto presidente e Musk, ovvero la volontà del primo di dotarsi di una figura apprezzata dalle parti di Pechino, in modo da garantirsi un canale di comunicazione privilegiato. Oppure quella di far apparire la sua squadra di governo meno anticinese di quello che è in realtà.

Al di fuori di questo caso, il punto è che l’America di qualsiasi colore politico ha bisogno di Musk. I suoi stretti legami con alcuni dei leader più influenti del globo e il valore strategico delle sue aziende, che lavorano a stretto contatto con gli apparati governativi, lo rendono una figura quasi insostituibile.

Space X domina il settore dell’invio di satelliti nello spazio e riceve lauti contratti dal governo. Starlink è stato invece decisivo nella guerra in Ucraina, dato che ha fornito alle forze armate di Kiev una solida connessione satellitare, anche se sottoposta a condizionalità, come quella di non colpire la Crimea.

Tra le altre cose, sono proprio le costellazioni satellitari di Musk (oltre 6mila satelliti in totale) che oggi assicurano a Washington il primato spaziale sulla Repubblica Popolare Cinese.

Sebbene, da attore privato, gli interessi di Musk e delle sue aziende debbano rimanere sempre e comunque un passo indietro a quelli degli Stati Uniti, la sua graduale metamorfosi, da classico imprenditore ad aspirante politico, potrebbe mitigare la validità di questo vecchio assunto.

Di Admin

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