
Ben sette Nazioni aderenti alla UE non fanno parte dell’eurozona, ossia la Polonia, la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Svezia e la Croazia (che è entrata nell’UE nel 2013).
Pur avendo l’obbligo, in linea teorica, di adottare l’euro una volta soddisfatti i criteri di convergenza stabiliti dal Trattato di Maastricht, questi paesi godono di una certa flessibilità temporale.
Ma, ad esempio in Ungheria e Polonia, il sentimento generale della popolazione della Repubblica Ceca è contrario al passaggio della valuta locale all’euro.
Secondo un sondaggio condotto nel 2019, ben il 75% dei cechi si oppone all’adozione dell’euro e preferisce mantenere il controllo della propria politica monetaria.
Le motivazioni per il mancato ingresso quindi sono diverse e spaziano da considerazioni economiche (come la volontà di mantenere una politica monetaria indipendente per gestire meglio la propria competitività) a ragioni politiche e persino legate al consenso popolare, con sondaggi che in alcuni paesi mostrano una certa riluttanza verso l’abbandono della valuta nazionale.
L’adesione all’eurozona rimane comunque un obiettivo a lungo termine per la maggior parte di questi stati, anche se la tempistica e le modalità di ingresso sono oggetto di dibattito e dipendono dall’evoluzione del quadro economico sia nazionale che europeo.
L’economia polacca è probabilmente una storia di successo.
Da quando il Paese ha lasciato il blocco comunista, la sua economia è cresciuta costantemente ogni anno e il PIL è aumentato di sette volte dal 1990.
Infatti, anche la crisi economica del 2008 non ha ostacolato in modo significativo la sua crescita.
Con la caduta del regime comunista, la Polonia ha spostato drasticamente la sua strategia economica verso l’Occidente.
Oggi, oltre il 70% delle sue esportazioni è destinato ai Paesi europei e il 30% solo alla vicina Germania, il suo principale partner commerciale.
Secondo le statistiche economiche, la svalutazione della moneta fluttuante ha reso i prodotti polacchi più competitivi per gli acquirenti stranieri durante la crisi.
Considerata la situazione, il governo ha deciso di ritardare i negoziati di ingresso fino a quando la crisi globale non si sarà attenuata.
Da allora, tuttavia, i cambiamenti politici nel Paese stanno allontanando la Polonia dal consenso sulla questione.
Questa mossa, ufficialmente motivata dalla necessità di stabilizzare l’economia e proteggere i posti di lavoro, è stata accolta con reazioni contrastanti. Gli industriali, soprattutto quelli orientati all’export, hanno plaudito alla decisione, vedendo nel mantenimento della valuta svalutata un vantaggio competitivo cruciale.
Altri, tra cui economisti e rappresentanti di settori che dipendono fortemente dalle importazioni, hanno espresso preoccupazione per l’aumento dell’inflazione e la perdita di potere d’acquisto dei cittadini.
L’opposizione politica ha sfruttato la situazione per criticare il governo, accusandolo di miopia e di sacrificare gli interessi a lungo termine del Paese per un guadagno immediato
. Hanno sostenuto che il ritardo nell’ingresso nell’Unione Europea avrebbe danneggiato la reputazione internazionale della Polonia e ostacolato l’accesso a fondi strutturali vitali per la modernizzazione.
Le successive elezioni hanno portato al potere una coalizione fragile e divisa sulla questione europea. Mentre alcuni partner di governo continuano a sostenere un approccio cauto e graduale, altri spingono per una ripresa immediata dei negoziati.
Questa situazione di stallo politico sta rendendo sempre più difficile definire una strategia chiara e coerente per il futuro economico della Polonia.
Il consenso che un tempo esisteva sulla necessità di aderire all’Unione Europea si è frantumato, lasciando il Paese in un limbo incerto e potenzialmente pericoloso.
La posta in gioco è alta: il futuro economico della Polonia e il suo ruolo nel panorama europeo sono appesi a un filo.

DEPREZZAMENTO DELLA MONETA
Disporre della propria moneta consentiva comunque di modificare il tasso di cambio, il che non è più possibile con l’euro.
Era un’arma, certo non infallibile e con i suoi costi, ma pur sempre un’arma.
Svalutare la lira, ad esempio, poteva dare un respiro alle esportazioni, rendendo i prodotti italiani più competitivi sui mercati esteri, anche se poi l’inflazione si mangiava spesso i benefici.
Con l’euro, invece, la politica monetaria è accentrata in capo alla Banca Centrale Europea e le singole nazioni non hanno più questa leva. Devono agire su altri fronti, come la produttività e i costi del lavoro, che però sono interventi strutturali e richiedono tempi più lunghi per dare i loro frutti.
Insomma, la rinuncia alla sovranità monetaria ha significato rinunciare a un certo grado di controllo sull’economia, un cambiamento radicale con pro e contro che ancora oggi fa discutere.
L’entrata dell’Italia nell’euro, è stata effettuata molto male, nel nostro paese ad esempio, poichè il nostro paese, si avvaleva della svalutazione “competitiva”, della quale abbiamo parlato sopra svalutando la nostra valuta sulle altre, sui con cambi esteri, mentre lasciava immutato il rapporto internamente, ossia il potere acquisitivo monetario, rimaneva invariato, questo per far sì che i nostri prezzi delle merci risultassero attrattivi per gli operatori esteri.
“Con l’euro, questa possibilità è venuta meno, e di colpo ci siamo ritrovati in un’unione monetaria con paesi che avevano una produttività maggiore, e costi di produzione più bassi.
Questo ha significato che i nostri prodotti, all’improvviso, non erano più così competitivi, e per cercare di mantenere quote di mercato, le nostre aziende hanno dovuto fare i salti mortali, comprimendo i margini di profitto e, spesso, riducendo gli investimenti in innovazione e ricerca.
Il risultato è stato un progressivo declino della nostra competitività, che si è tradotto in una crescita economica anemica e in un aumento del debito pubblico.
Certo, l’euro ha avuto anche dei vantaggi, come l’eliminazione dei costi di transazione e la maggiore stabilità dei prezzi, ma nel complesso, per l’Italia, l’ingresso nell’euro è stato un’operazione che ha presentato diverse criticità, soprattutto a causa della mancanza di politiche economiche adeguate per compensare la perdita dello strumento della svalutazione.”
Entrando così repentinamente nella moneta unica senza , previamente rivalutare la nostra valuta , di quanto artificiosamente era stata svalutata , ha fatto sì che in un solo giorno abbiamo “importato” tutta la svalutazione effettuata negli anni precedenti, ed ha tutti è apparso subito chiaro, che gli aumenti, dei prezzi avevano dimezzato il potere di acquisto, dei cittadini.
E l’inflazione che ne è conseguita ha continuato a erodere i risparmi, rendendo sempre più difficile arrivare a fine mese. Chi aveva un reddito fisso si è trovato strangolato, mentre chi speculava, o aveva la possibilità di farlo, si arricchiva a dismisura.
E le promesse di una Europa più forte e prospera, si sono trasformate in una amara realtà fatta di sacrifici e rinunce, con un debito pubblico che continua a crescere, e una disoccupazione che non accenna a diminuire.
La perdita della sovranità monetaria, che ci avrebbe permesso di gestire la nostra economia in modo più flessibile, si è rivelata una scelta disastrosa.
Un amore e odio, quindi che ha visto la popolazione italiana abbandonare la Lira per passare alla moneta unica: un salto e un cambiamento che ancora oggi divide le opinioni delle persone.
Chi ha voluto l’euro in Italia?
La scelta è basata su una natura prettamente politica durante il Governo Prodi con la nascita di non pochi dibattiti e discussioni in merito (soprattutto sul cambio adottato).
Si è così rinunciato alla Sovranitá monetaria: pertanto occorre farsi prestare l’euro, carta straccia stampata dal nulla, da una Banca Centrale i cui azionisti sono banche private.
Il disavanzo di spesa pubblica/entrate tributarie va quindi coperto facendo ricorso al debito pubblico.
Il cui vero problema sono gli interessi mostruosi su quel debito.
Tutti problemi che non si avrebbero se il denaro fosse proprietà dello Stato e quindi del popolo e non di banchieri usurai privati.
In quel caso il denaro verrebbe accreditato e non addebitato al popolo,
Sarebbe un meccanismo redistributivo, una sorta di dividendo universale finanziato, per dire, dalle tasse sulle grandi multinazionali o, magari, dall’estrazione di risorse naturali.
Ovviamente, ci sarebbero mille discussioni su come implementarlo: a chi dare quanto, con quali criteri, ogni quanto tempo.
Ma l’idea di base rimarrebbe quella: rimettere nelle mani dei cittadini una parte della ricchezza che, altrimenti, si accumulerebbe solo in poche tasche.
Un’inversione di tendenza rispetto alla retorica, spesso sbandierata, del “sacrificio” e della “austerity”.
Un modo per dire: “Questa è la vostra parte, godetevela.”
