De Ficchy Giovanni

Il contesto attuale rafforza il concetto di Populismo e identifica il populista come colui che annovera come unica e autentica legittimazione del potere politico quella che deriva dalla volontà e dal consenso popolare.

Tale legittimazione è ritenuta la conditio necessaria e sufficiente al superamento dei limiti posti all’esercizio del potere politico dalle sovrastrutture normative costituita dalla Costituzione e dalle leggi.

Il populismo, nella sua concezione attuale, non si lega a nessuna istanza ideologica di destra o sinistra rivelando invece un’insospettabile tendenza bipartisan che relega il suo utilizzo a mere evenienze politiche circostanziali, contestuali o di comodo come la mobilitazione dell’antipolitica: le posizioni di critica, di disaffezione e di estraneità al funzionamento delle istituzioni democratiche e dei principali attori politici.

Questa dimensione si basa sul risentimento che nasce dalle sensazioni di espropriazione della sovranità popolare, di tradimento dell’idea del popolo-sovrano e sulla richiesta improrogabile di una leadership forte e carismatica.

 Il popolo diventa una sorta di entità indistinta in cui gli individui si perdono, diviene un unico corpus con un’unica volontà, la vox populi, e ragioni incontestabili.

Quando la politica palesa tale debolezza, una caducità che ne smarrisce gli scopi, ne vanifica gli interventi e ne delegittima il ruolo istituzionale, in quel momento l’“uomo forte” diviene una prospettiva percorribile. 

È importante comprendere che la nozione di “popolo” come massa omogenea e protagonista assoluto dei processi economici e sociali non riflette più la complessità delle società contemporanee.

Questo concetto, così ampiamente utilizzato da ideologie come il comunismo classico, ereditato dalla Rivoluzione d’Ottobre di oltre un secolo fa, risponde a un contesto storico molto diverso da quello attuale.

Oggi, le società moderne sono composte da una molteplicità di classi, settori e attori intermedi.

Non è più possibile parlare semplicemente di “popolo” come se fosse un’unica classe sociale, né ridurlo a una presunta maggioranza operaia.

La classe operaia industriale, un tempo al centro dell’analisi marxista, ha perso la sua centralità in gran parte del mondo a causa di fenomeni come l’automazione, la digitalizzazione, l’esternalizzazione dei servizi e l’evoluzione verso economie basate sulla conoscenza.

Ad esempio, la crescita di settori come la tecnologia, l’imprenditorialità, i servizi finanziari, l’economia creativa e persino il lavoro autonomo ha frammentato il panorama sociale in molteplici gruppi con interessi, livelli di istruzione e aspirazioni molto diversi.

Cercare di applicare le prescrizioni ideologiche del XX secolo a questo scenario porta spesso a gravi errori, inefficienze economiche e frustrazioni politiche.

Il problema di molti discorsi populisti o socialisti classici è che insistono nel parlare del “popolo” come di una forza unica e pura, senza riconoscerne la diversità interna o i profondi cambiamenti che la struttura sociale ha subito.

Questo non solo è intellettualmente inesatto, ma può anche rivelarsi pericolosamente manipolativo: il nome del popolo viene usato per giustificare politiche che non avvantaggiano tutti, ma piuttosto un’élite politica mascherata da portavoce dell’interesse generale.

Ecco perché è necessario studiare più a fondo le dinamiche attuali: comprendere il ruolo del capitale umano, dell’innovazione, della globalizzazione, della mobilità sociale e come questi influenzano le nuove classi medie, i lavoratori della conoscenza, gli imprenditori e le economie emergenti.

Solo così possiamo costruire un’analisi economica e sociale seria che trascenda le semplificazioni ideologiche e guardi al futuro con realismo e responsabilità.

Di Admin

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