De Ficchy Govanni

Il 22 marzo 2020 non è stato un giorno di solidarietà internazionale, ma un vero e proprio cavallo di Troia. Con la scusa della pandemia, dalla Russia di Putin sono atterrati a Pratica di Mare (RM) circa 104 militari e due epidemiologi civili – con un’imponente parata di 13-15 aerei da trasporto militare.

Una “missione umanitaria” dal nome hollywoodiano: “Dalla Russia con amore”.

Dietro i sorrisi e le bandiere sventolate davanti alle telecamere, però, si nascondeva ben altro.

I convogli, scortati dai Carabinieri come fossero ospiti d’onore, attraversarono l’Italia fino a Bergamo, dove eseguirono operazioni di disinfezione.

Tutto molto scenografico: maschere antigas, camion verdi, foto da propaganda.

Ma la sostanza? 

Soluzione alcolica, niente di più.

La parte più inquietante è ciò che non venne raccontato.

I russi chiesero di estendere la loro missione in aree “sensibili”: Ghedi (BS), dove si trovano testate nucleari USA, e Amendola (FG), base strategica dell’Aeronautica.

A giustificazione, accamparono persino motivazioni religiose legate a San Nicola: un insulto all’intelligenza, un pretesto pietoso per piazzare gli stivali russi dove non dovevano essere.

E mentre Giuseppe Conte faceva passerelle mediatiche con Putin, vendendoci la favoletta della “solidarietà internazionale”, un generale italiano dovette mettersi di traverso per fermare l’umiliazione.

Luciano Portolano, allora a capo del COI, disse no al generale russo Kikot, che pretendeva libertà di movimento in base a un misterioso “accordo politico di altissimo livello”.

La risposta fu secca, tricolore e senza diplomazia:
“Qui siamo in Italia e si fa come c@zzo dico io.”

Fu l’unico argine.

Perché la verità è che mentre Conte recitava la parte del premier “accogliente” e aperto alla Russia, Mosca tentava di infilarsi nei nervi scoperti della nostra difesa nazionale.

Alla fine, i soldati russi dovettero restare a distanza dai siti strategici. Guerini ridusse la missione a 104 uomini, evitando che diventasse una vera e propria invasione mascherata.

Il risultato?

Un’operazione di pura propaganda putiniana, favorita da un governo italiano ingenuo – o peggio, compiacente – che trasformò un’emergenza sanitaria in una passerella geopolitica.

Una mossa che ci costò carissima in termini di dignità nazionale.

Quali sono stati i compiti dei militari presenti nella delegazione e perché, come ha rivelato La Stampa, è stata l’Italia ad accollarsi le spese di vitto e alloggio e pare anche di viaggio e trasporto?

Quanti di questi militari che hanno sfilato da Roma a Bergamo facevano (e fanno) parte del servizio di informazioni delle forze armate russe (GRU)? 

A quali informazioni sensibili ha avuto accesso nei due mesi della sua permanenza il capo della delegazione, il generale Sergey Kikot, vicecomandante del reparto di difesa chimica e batteriologica dell’esercito russo?

Dell’accaduto se ne occupò anche il nostro Colonnello Nazionale Orio Giorgio Stirpe che pubblicò un articolo

«Nella mia ultima assegnazione, sono stato per 12 anni a fare analisi operativa presso il Comando Nato Nrdc Italy di Solbiate Olona. Ovviamente, per quel che riguarda la parte politica, non so esattamente come sono andate le cose. So solo che dal punto di vista militare noi ci siamo sentiti dire all’improvviso: “Stanno arrivando i russi, bisogna fare sicurezza”. Il comando militare di Milano è stato incaricato di seguire la cosa, e a noi che appunto facevamo analisi militare è stato chiesto di fornire interpreti, per fare da ufficiali di collegamento e anche per aiutare a sorvegliare il personale russo che era arrivato in Italia. Naturalmente c’erano anche i Servizi sia italiani che della Nato, che hanno fornito informazioni a loro volta. Alla fine è venuto fuori che in tutto il contingente russo c’erano soltanto due medici».

Due medici su 104 persone!?
«Sì. Tutto il resto era personale militare. Difficile stabilire esattamente quale fosse la proporzione di agenti dei Servizi russi, però chiaramente era piuttosto pesante. Il grosso era costituito da un battaglione di Nbc. Soldati addestrati alla bonifica biologica, chimica e radiologica. E in questo erano bravi. Non c’entrava praticamente niente con quelle erano le nostre esigenze, però quando ci siamo resi conto di quelle che erano le loro effettive capacità li abbiamo messi a bonificare le case di riposo della provincia di Bergamo. In questo sono stati utili: per andare in giro a spruzzare disinfettante all’interno delle Rsa. Avevamo anche dei problemi perché questi russi, molto amichevoli nel loro atteggiamento, avrebbero preferito non operare nella provincia di Bergamo, ma in quella di Brescia. Dove, guarda caso, ha sede la base aerea di Ghedi, dove stanno i nostri Tornado con capacità nucleare».

Due medici e quattro infermieri, è stato detto…
«Degli infermieri non conosco esattamente il numero, ma probabilmente erano in quattro o cinque, in sostegno ai medici che erano due. Ed erano essenzialmente i medici del contingente russo. Per i soldati russi. Non per noi».

Quindi non hanno mandato un contingente di medici. Hanno mandato un normale contingente con i soli medici che normalmente stanno al seguito di ogni contingente.
«Esatto. Quindi in sostanza la collaborazione era esclusivamente la bonifica biologica. Che eravamo perfettamente in grado di fare da soli».

In pratica, hanno mandato i bonificatori di Chernobyl a bonificare le residenze per anziani di Bergamo.
«Praticamente sì. Tra l’altro, mi risulta pure che il carburante degli aerei che hanno trasportato il contingente lo abbiamo anche pagato noi. Quindi alla fine della fiera la missione russa la abbiamo pagata noi, è costata soldi italiani, ha sottratto risorse militari che potevano essere dedicate al sostegno della popolazione, perché l’esercito è stato coinvolto pesantemente, soprattutto in Lombardia. Perché abbiamo dovuto tenere d’occhio questi militari russi che andavano in giro sul territorio italiano».

Ci sono tre possibili scopi in questa operazione. Uno: propagandistico. Due: spionaggio. Tre: raccogliere il materiale con cui poi è stato fatto il vaccino Sputnik. Sembra però di capire che due medici soli erano insufficienti per quest’ultimo obiettivo.
«La raccolta di dati sui vaccini sicuramente l’hanno fatta in altro modo. L’aspetto propagandistico era evidente, era lo stesso periodo in cui era venuta fuori la notizia sul web che Putin ci aveva mandato gli aiuti col più grande aereo del mondo. E c’era anche la fotografia dell’aereo: l’Antonov ucraino che è stato distrutto nella base di Hostomel durante l’invasione. Dicevano tranquillamente che quello era un aereo russo, benchè fosse colorato di giallo e azzurro, con i colori dell’Ucraina. Sono andati avanti per settimane a ripetere questa bufala».

Di Admin

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