De Ficchy Giovanni

Ah, la Francia!
La patria di croissant, baguette e una certa aura di superiorità culturale che da sempre ha cercato di mantenere.
Per anni, i francesi hanno guardato dall’alto in basso gli americani, affermando che il loro modello di governo, con le sue belle parole sull’uguaglianza e la fraternità, era la risoluzione ai mali dell’umanità.
Eppure, mentre i francesi si crogiolavano nella loro presunta superiorità morale, gli americani, con il loro pragmatismo e la loro ossessione per il successo materiale, hanno costruito un impero economico e tecnologico che ha cambiato il mondo.
I francesi, con la loro burocrazia paralizzante e la loro avversione al rischio, si sono ritrovati a inseguire, incapaci di tenere il passo con il dinamismo americano. Certo, Parigi è ancora una città bellissima, e la cucina francese è squisita, ma nel mondo reale, quello dove contano l’innovazione e la crescita, gli americani hanno vinto.
E i francesi, con il loro eterno lamento e la loro presunzione, non riescono proprio a farsene una ragione.
Ma guarda un po’, ora sembra che ci sia qualcuno a Washington pronto a brindare per il “desolante spettacolo” offerto dai cugini d’Oltralpe.
Non è una novità che gli Stati Uniti si siano sentiti un tantino superiori nel dibattito geopolitico; del resto, chi può biasimarli?
Dopo anni di critiche europee su come gestiscono le loro questioni interne, ora sussurrano sottovoce, quasi divertiti, alla vista della Francia che sembra aver intrapreso un viaggio turbolento lungo il lungo e tortuoso sentiero dell’instabilità politica.
“Francia e Regno Unito avranno bisogno di un salvataggio del Fondo monetario internazionale?”
Si chiedono gli americani con uno smizzo di scherno, mentre girano la pagina di un Wall Street Journal che pare più un foglio di satira politica piuttosto che un bollettino economico.
Davvero, non c’è niente di più appagante per l’anima di un americano che vedere qualcuno affondare insieme a loro – specialmente se si tratta di una nazione che si è sempre vantata della propria compattezza e sicurezza.
E così, l’idea che “la Francia è la nuova Italia” comincia a circolare.
Facile paragonare il “modello francese” a quello “italiano”, quando la Francia, almeno fino a poco tempo fa, sembrava godere di una reputazione di stabilità, mentre l’Italia era quella triste barca a vela che oscillava tra burrasche politiche e governi di transizione.
Ora, però, il “nuovo” spettro della instabilità sembra aver fatto capolino anche sui Champs-Élysées.
Ma non disperiamo, cari lettori, perché la Francia ha sempre avuto un certo savoir-faire: rinomati chef, vini pregiati e una capacità straordinaria di rimandare qualsiasi responsabilità sotto il tappeto.
Circondati da amministrazioni insoddisfacenti e da manifestazioni di piazza che sembrano più una festa di carnevale che una protesta, gli statisti francesi continuano a digitare sulla tastiera della diplomazia, mentre nel frattempo gli spettatori statunitensi applaudono da un angolo, godendosi lo spettacolo.
Immaginatevi la scena: mentre i vini francesi scorrono a fiumi nei ristoranti parigini e i turisti si perdono nei musei, un gruppo di insider economici statunitensi fa il tifo per il crollo del “modello europeo”.
L’idea che l’intero apparato possa implodere è pura poesia per loro. Eppure, chi potrebbe biasimarli?
Non c’è niente di più coinvolgente che assistere dal vivo al disfacimento di un avversario culturale.
Le discussioni in merito al salvataggio francese spingono a riflettere sul concetto di “superiorità europea”.
Quando i giornali americani insinuano che il FMI potrebbe dover intervenire, il tono è palpabilmente sarcastico, quasi un modo per rinfacciare all’Europa che gli ideali non bastano a mantenere a galla una nave che imbarca acqua.
Certo, gli Stati Uniti sono ben lontani dall’essere senza pecche, ma non è mai stato così divertente avere un nemico storico da prendere in giro, mentre la crisi della Germania si palesa sullo sfondo.
E per inciso, qual è l’alternativa?
Prepararsi ad accogliere le idee ed i valori di un continente che, a detta di molti, è destinato a soccombere sotto il peso delle proprie contraddizioni?
La risposta, a quanto pare per gli americani, è un sonoro no.
Il vero colpo di genio è la rivincita dei “rampognatori” statunitensi, mal tolleranti nei confronti delle litanie europee sulla giustizia sociale e la protezione dei diritti civili.
Quasi come se la Francia stesse sigillando la bolla di sapone di un ideale europeo, mentre gli americani possono finalmente abbuffarsi del popcorn e assistere all’ultima stagione di questa soap opera politica.
La domanda è: quando si tirerà il sipario?
Ovviamente, nella frenesia del momento ci si dimentica velocemente di ciò che ha portato la Francia a questo punto.
Crisi economiche, conflitti sociali, incertezze politiche — tutti ingredienti che rendono la vita un tantino difficile.
Ma chissà, forse il cestino delle scartoffie di un burocrate francese aveva bisogno di un po’ di pulizia.
E che dire della bellezza intrinseca dell’arte della riforma?
I francesi, notoriamente lenti ad abbracciare il cambiamento, ora sembrano spaesati in una danza cha-cha della quale non conoscono la musica.
Su questo sfondo, la retorica statunitense avanza a passo spedito.
Ogni titolo del Wall Street Journal non è solo un commento, ma un mantra di schadenfreude – il piacere nel vedere il “nemico” combattere le proprie battaglie interne.
“Ehi, Francia! Prendi un numero e mettiti in fila!” potremmo udire a Washington, mentre si preparano a spedire un bouquet di congratulazioni con una dedica ironica.
In fondo, è tutto un grande gioco di specchi, in cui ogni rifrazione di luce rappresenta un governo instabile o un’accusa stridula di fallimenti. La realtà è che l’Europa, pur con tutte le sue fragilità, è anche un esperimento vivo e pulsante.
Dall’altra parte dell’oceano, gli Stati Uniti si ritrovano con le loro macerie – non meno emblematiche.
Hanno i loro conflitti, le loro divisioni, le loro ombre.
Ecco dunque che la scena finale di questa commedia è ancora tutta da scrivere.
Mentre il mondo si accorge che la Francia non è l’unico Paese con un salvagente danneggiato, il sarcastico sorriso americano potrebbe disintegrarsi in un ghigno nervoso.
La fragilità, infatti, è una caratteristica condivisa da molte democrazie contemporanee, e il futuro, chissà, potrebbe riservare sorprese inaspettate.
Insomma, mentre i titoli del Wall Street Journal si affollano sulla scrivania di qualche analista (e sulla tavola imbandita di un ristorante parigino), ciò che resta è la domanda se questo “desolante spettacolo” avrà delle conseguenze oltre il semplice intrattenimento.
Riusciranno a trovare un modo per rimanere a galla, o siamo già al penultimo atto prima del gran finale?
Solo il tempo lo dirà.
