De Ficchy Giovanni

Sette Rome in una: la città storica ricca di arte, architettura e archeologia; la città benestante dai quartieri floridi e distanti; la città dell’automobile, estesa lungo le arterie principali; la città-campagna, aggrappata all’Agro romano; la città compatta dei quartieri residenziali del boom post-bellico; la città del disagio, con case popolari e quartieri abusivi periferici; e la città invisibile, diffusa e sfuggente, dove la povertà ha colpito più duramente.

Questa diversità deriva dalla rapida crescita di Roma negli ultimi 150 anni, che ha inevitabilmente portato a un paesaggio urbano eterogeneo.

Quella che ancora chiamiamo Roma è diventata una vasta area metropolitana, che si estende dalla costa tirrenica fino ai margini dell’Appennino, incorporando al suo interno lo sviluppo di distinte sub-città.

Roma, la Capitale, il centro del mondo, dove bellezza e degrado , danzano in un tango grottesco.

Se a Milano i grattacieli illegali prosperano come funghi bonificati dall’assegno di fine mese, qui a Roma tutto ruota intorno a un concetto ben più affascinante: il lavoro povero!

Sì, avete capito bene.

Qui, la ricchezza derivante da rendite immobiliari è un’arte in fase di perfezionamento, ma non parliamo di rendite da un attivo lavoro, bensì da una precarietà che sfida ogni logica economica.

Passeggiando per Roma, si scopre che ogni angolo è teatro dell’assurdo.

Dai lussi sfrenati dei Parioli, dove l’aristocrazia locale discute di arte contemporanea con champagne in mano, alla vicina Tor Bella Monaca, dove persino chiedere l’ora può evocare poetiche riflessioni esistenziali.

E tra queste due Rome, così distanti eppure così morbosamente legate, si consuma la tragicommedia umana.

Un eterno contrasto tra chi può permettersi di ignorare il mondo e chi, invece, lo vive sulla propria pelle, senza filtri né sconti.

Un carosello di ipocrisie e di verità scomode, dove il lusso ostentato si scontra con la cruda realtà di chi lotta per sopravvivere, giorno dopo giorno.

E mentre i salotti buoni si riempiono di parole vuote e di sorrisi di circostanza, le strade si popolano di sguardi persi e di speranze infrante. Roma, città eterna, divisa in due, ma unita da un destino comune: quello di essere lo sfondo di un’umanità in perenne conflitto con se stessa.

E poi ci sono i palazzi storici, che, ahimè, cadono a pezzi con una grazia che solo Roma riesce a vantare.

Si potrebbe pensare che la chimera della bellezza eterna avesse insegnato ai romani l’arte di valorizzare il passato, ma in realtà i muri scrostati parlano di abbandono e disinteresse.

Chi conosce il significato di “restauro”?

A Roma, la risposta è “restauriamo il nostro apporto all’arte della speculazione edilizia”.

E voilà, ecco a voi i nuovi condomini costruiti con materiali scadenti che sembrano volersi riciclare come monumenti moderni.

Parliamo di lavoro.

Non in termini di opportunità, ma di precariato esistenziale.

I giovani?

Ancora una volta, sono costretti a emigrare, lasciando la loro amata città per trovare fortuna altrove.

Magari a Londra, dove almeno il clima è più british nel suo essere grigio e dove le possibilità di fare carriera non sono ridotte a un gioco di roulette.

Nel frattempo, gli anziani sono lasciati a vivere con pensioni che potrebbero essere scambiate per il costo di un panino al prosciutto in un bar di Trastevere.

Certo, è un modo poetico di vivere, ma chi ha tempo per la poesia quando l’unico verso che senti è “non ce la faccio più”?

E mentre il popolo comune cerca di arrivare a fine mese, la politica romana si diverte a girare in tondo come un ballerino scordato, incapace di trovare il passo giusto.

Le promesse piovono come foglie in autunno, ma nessuna di esse attecchisce.

“Rifaremo Roma!” dicono, nel mentre progettano l’ennesimo evento mediatico da lanciare sui social.

E mentre ci si riflette sui piani urbanistici per abbellire le strade (con due panchine e un vaso di fiori), la gente si arrabatta per campare.

Però, non è tutto così tragico! C’è una speranza nascosta tra le pieghe di questa città malata.

Magari non sono i politici a doverla curare, ma i cittadini stessi.

In fondo, se Roma è bella anche nel suo degrado, perché non trasformare questa bellezza in una sorta di museo a cielo aperto?

Dopotutto, l’immondizia è una forma d’arte in continua evoluzione, non credete?

Mentre gli artisti di strada creano opere d’arte improvvisate e i graffiti decorano i muri con un tocco di ribellione, forse è proprio il caos che rende Roma ciò che è: una città viva nella sua imperfezione.

Ma chi la curerà?

Con quali medicine? Forse basterebbe un po’ di buon senso e un pizzico di onestà.

Un mix di voglia di fare e capacità di ascoltare.

Non ci vorrebbe molto, giusto un po’ di interesse reale nei confronti del benessere collettivo, non solo quello individuale.

Perché sì, il modello Roma è quantomeno affascinante nella sua contraddittorietà, un po’ come un’opera teatrale scritta da un drammaturgo pazzo.

La sceneggiatura è pronta; ora manca solo chi sappia interpretarla senza recitare la parte del finto eroe.

E così, tra un brindisi e una lamentela, Roma continua a girare come un carillon rotto.

La cura sembra lontana, ma nel cuore dei romani c’è ancora la spinta a rialzarsi, nonostante tutto.

Sarà sufficiente?

Solo il tempo potrà dirlo.

Intanto possiamo continuare a sorridere, perché in fondo, l’ironia è l’unico antidoto contro la follia e il dolore.

E così, mentre continuiamo a camminare sulle strade del passato, ci ricordiamo che siamo tutti parte di questo grande e bizzarro spettacolo chiamato vita romana.

Di Admin

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