Capitolo 1: Un ingresso silenzioso

Era una giornata come tante altre, quella in cui decidiamo di aprire le porte della nostra casa agli inquilini che bussano. “Non possiamo sembrare razzisti,” pensavamo, mentre accoglievamo quei volti nuovi con un sorriso incerto.

Offrimmo loro un caffè e la possibilità di restare.

In fondo, chi può dir di no a un po’ di diversità?

Peccato che la diversità avesse già messo in moto gli ingranaggi di un cambiamento profondo, e noi eravamo troppo impegnati a salvaguardare le etichette del nostro tempo per accorgercene.

Capitolo 2: La richiesta delle moschee

La situazione prese una piega improbabile quando, dopo qualche mese, cominciarono a chiedere moschee e luoghi di culto esclusivi.

“Perché no?” pensammo.

“Non possiamo certo essere accusati di bigottismo!”

Così, erigemmo minareti accanto alle croci, dimenticando che i confini tra cultura e invasione si stavano facendo sempre più sfumati.

Le nostre città si colorarono di nuove architetture, ma il nostro spirito di accoglienza cominciò a mostrare crepe, sotto il peso di un’ironia tragica.

Capitolo 3: La proliferazione dei figli


E poi arrivò il momento della procreazione. “Loro hanno diritto di farlo,” ci dicemmo, mentre osservavamo famiglie crescere di dimensioni esorbitanti, come se avessero trovato l’elisir della fertilità.

Otto o nove figli a famiglia, e noi a compiacere la “loro cultura”.

Ma chi avrebbe mai immaginato che la bontà, quell’illusa virtù, potesse trasformarsi in un boomerang in grado di colpire la nostra stessa esistenza?

Capitolo 4: L’assenza di reazione

Quando iniziarono le violenze, ci trovammo a tergiversare.

“Non sanno che in Italia queste cose non si fanno,” ripetevamo, come una mantra in cadenza ipnotica, mentre le notizie si moltiplicavano.

La paura si mescolava all’indulgenza, e l’indifferenza si intrometteva come un inquilino indesiderato. Fenomeno da baraccone?

Forse, ma noi eravamo così occupati a cercare scuse, da perdere di vista il quadro totale.

Capitolo 5: Le vittime

Poi giunse il giorno in cui i nostri figli rientrarono a casa con cicatrici invisibili e storie da raccontare. “Erano stressati dal razzismo,” pensammo, ancora una volta giustificando l’ingiustificabile.

E così, non intervenimmo. Il nostro mondo era diventato un palcoscenico su cui si recitava una commedia dell’assurdo, dove i ruoli di vittima e carnefice si confondevano sotto il velo della tolleranza.

Una sceneggiatura scritta da mani ignote, con noi come attori inermi.

Capitolo 6: La persecuzione degli ebrei

Ma l’apice dell’assurdo giunse quando parlarono di ebrei. “Dobbiamo restare neutrali,” ci dicevamo, mentre una parte della nostra nazione applaudiva ai nuovi “eroi”.

La storia sembrava ripetersi, eppure noi, persi nei meandri del buonsenso distorto, non ci rendemmo conto della spirale di follia in cui eravamo precipitati.

L’ironia, ah l’ironia!

Diventò il nostro unico rifugio.

Capitolo 7: L’imposizione della sharia

E alla fine, quando pretesero la ‘sharia’, ci ritrovammo nuovamente a battere le palpebre in uno stato di stupore paralizzante.

“Fascisti, non vogliamo essere!” ci gridarono le coscienze impaurite, e così cedemmo.

Passo dopo passo, la nostra società si trasformava in ciò che avevamo giurato di combattere.

La tolleranza divenne un colpevole silenzio, un’accettazione servile delle nuove regole.

Capitolo 8: Quando fu troppo tardi

Alla fine, il sipario si chiuse su un dramma di cui eravamo stati scrittori e protagonisti.

Quando finalmente ci destammo dall’incantesimo di quell’ironia tragica, ci accorgemmo che non c’era più nessuno a combattere.

Le nostre voci erano state zittite, e chi restava non aveva il coraggio di alzare il tono.

I piccoli gesti che una volta ci sembravano atti di amore si erano trasformati in monumenti all’assurdo.

E così ci lasciammo andare, abbandonando la battaglia che non avevamo mai realmente combattuto, mentre il futuro ci sorrideva con un ghigno beffardo.

Un futuro che avevamo contribuito a creare, ma nel quale non ci riconoscevamo più, persi tra le pieghe di una società che, un tempo, credevamo libera.

Il cerchio si chiude, costringendo ognuno di noi a riflettere: è davvero finita qui?

O siamo semplicemente tornati al punto di partenza, senza aver imparato nulla dalla feroce ironia del destino?

Di Admin

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