
Il volo dell’assurdo
Nel panorama della gestione delle risorse pubbliche in Italia, raramente si è assistito a una vicenda tanto surreale quanto quella dell’Airbus A340, ribattezzato “Air Force Renzi”.
Un titolo che evocava la solennità di un aereo presidenziale ma che si è rivelato essere l’epitome dell’assurdo amministrativo.
Acquistato dallo Stato nel 2016, il velivolo è diventato un simbolo di spese folli e scelte discutibili, meritevoli di una riflessione profonda (e, perché no, anche di una risata amara).
#### Un aereo da sogno… o incubo?
Cominciamo col dire che l’Airbus A340 era, già prima di essere adottato dal nostro Stato, un quadrimotore da 300 posti considerato costoso e poco efficiente.
Per non farsi mancare nulla, gli esperti di economia pubblica decidono di seguire un complicato schema di sub-noleggio tra Etihad, Alitalia e Ministero della Difesa.
Una triangolazione contrattuale degna di un intrigo da spy story, ma che in realtà nascondeva solo ingenti sprechi di denaro pubblico
Lo Stato, incapace di firmare direttamente un leasing con una società extra-UE, sembra quasi voler costruire una torre d’avorio burocratica per giustificare l’operazione, come se fosse il canto del cigno di un’amministrazione illuminata.
Il costo totale dell’operazione, 168 milioni di euro, ha portato a un volo tanto riempito di speranze quanto vuoto di passeggeri: appena 88 voli in due anni, con una media di 23 passeggeri per tratta.
Che dire?
La migliore compagnia aerea per chi ama viaggiare in solitudine!
Tra i “volti” più noti di queste avventure ci sono missioni con pochissimi passeggeri, fino ad arrivare a un intercontinentale realizzato con un solo rappresentante istituzionale.
Magari si trattava di una sorta di esperienza mistica: “Ehi, guarda, sto volando su un aereo di Stato!”.
#### L’incanto si spegne
Con l’arrivo del governo Conte I nel 2018, il sogno di un’Air Force robusta e performante viene bloccato. Oh, il dolce suono della ragione!
Tuttavia, lo Stato paga comunque circa 54 milioni di euro per chiudere i contratti mentre il prezioso velivolo rimane fermo a Fiumicino.
Dentro di me, immagino gli italici funzionari che si grattano la testa, cercando di capire come un aereo possa essere tanto costoso da gestire quanto inutile da utilizzare.
È un po’ come possedere una Ferrari, ma usarla solo per andare al supermercato.
Le indagini aperte dalla Procura di Civitavecchia, nell’ambito del fallimento di Alitalia, sembrano promettere giustizia.
Eppure, dopo un approfondito “studio”, il fascicolo viene archiviato, lasciando l’anima dell’Air Force Renzi a vagare nel limbo dell’impunità.
La Corte dei Conti, partecipe dello spettacolo, non sembra nemmeno concludere la sua istruttoria; il silenzio su questa faccenda è assordante.
#### La beffa finale: il rottame
Arriviamo quindi al finale che sfida ogni logica: nel 2023, Etihad decide di vendere la carcassa dell’Airbus ai commissari di Alitalia per la ragguardevole cifra di… 1 euro.
Non so voi, ma a questo punto mi aspetto che qualcuno proponga di metterlo all’asta su eBay come un raro pezzo da collezione.
È il colmo dell’ironia: uno Stato che spende decine di milioni per una risorsa che poi viene liquidata come un rottame.
#### Tre problemi strutturali in bella mostra
Questa vicenda mette in luce tre elementi che dovrebbero farci riflettere:
1. **Gestione opaca e tecnicamente discutibile**: La scelta di un aereo enorme e obsoleto, ottenuto attraverso una complessa triangolazione contrattuale, appare più come un esercizio di prestigio che una seria valutazione delle esigenze reali.
2. **Assenza di responsabilità**: In un momento in cui ogni centesimo speso da un ente pubblico viene scrutato al microscopio, nessuno sembra dover rendere conto di questo colossale spreco.
È la fiera dell’impunità!
3. **La beffa finale**: Dallo sperpero di 168 milioni a un euro per la carcassa. Perfetto per un’agenzia di viaggi “low cost”: “Voli in offerta a partire da un euro!”.
In sintesi, l’Air Force Renzi non è solo un aereo; è un vero e proprio simbolo del fallimento gestionale della cosa pubblica.
È il promemoria di quanto sia facile sperperare risorse in nome di un’apparente necessità. La vera difficoltà, però, è imparare dall’insegnamento che questa storia ci offre.
Speriamo che il futuro ci riservi una gestione migliore, magari meno “creativa” e più trasparente.
Ma intanto, godiamoci le ironie che ci offre la storia, perché se non possiamo cambiare il passato, almeno possiamo riderne insieme.
