
Il paradosso di un successo amaro
Penso che stavolta la vittoria sarebbe stata più onerosa rispetto al senso di leggerezza di questa onorevole sconfitta.
C’è qualcosa di quasi poetico nell’accettare un risultato che, in apparenza, appare una sconfitta ma che, nella sostanza, si trasforma in un prezioso atto di equilibrio e conservazione.
Perché altrimenti, che gusto ci sarebbe nel mantenere quell’aura di invincibilità che, alla lunga, rischia solo di creare isolamento e frustrazione?
L’unico piccolo dazio da pagare è l’onta per aver “perso l’aura di invincibilità”, per dare in pasto la crocchetta al parco buoi cattocomunista che finalmente può esultare.
E in una vita fatta di frustrazione e risentimento, è un vero balsamo per quelle anime agitate e affamate di rivalsa, perché acquietata la bestia, si può continuare senza pericoli.
Questo episodio rappresenta uno specchio fedele del nostro Paese, di quell’Italia sospesa tra speranze e compromessi, tra voglia di cambiamento e necessità di stabilità.
Di contro, lo Stato profondo italiano non è stato scontentato: il Quirinale si compiace in silenzio, quel bel birichino di Don Matteo Zuppi ridacchia con i suoi sodali, consapevole che la casta sacerdotale degli ermellini ha trionfato ancora una volta.
L’unità d’Italia è salva grazie alla resistenza di Napoli e Palermo, pagata dal debito pubblico che grava come un macigno sulle spalle di tutti noi, cittadini inconsapevoli o impotenti.
Ecco quindi che la realtà politica si conferma un palcoscenico dove le maschere si alternano senza mai cadere completamente, e i protagonisti recitano con abilità il copione di sempre.
Putin resta il più cattivo del mondo, simbolo di un pericolo antico e ostinato, mentre il gas russo fa schifo in confronto a quello americano, che arriva più pulito e luminoso, aspirazione di una modernità che fatica ad attecchire.
Ma, nello stesso tempo, Trump, che muove contro gli islamici, viene etichettato come criminale, perché anche loro – nelle borgate milanesi – sono partigiani che hanno votato no, parte di un mosaico umano complesso e sfaccettato, dove ogni pezzo ha una storia e un valore.
Shlein e Company rimangono una carnevalata che nulla potranno elettoralmente, semplici comparse di un teatro grandioso, perché i veri leader della sinistra non hanno bisogno di questi riti elettorali per esserlo.
Il grande Padre della Patria Sergio, San Nicola Gratteri, e i beati Travaglio e Barbero sono figure che incarnano valori e ideali ben radicati, in grado di influenzare e guidare senza l’appoggio immediato delle urne.
La loro forza sta nell’essenza, non nella forma fugace di un consenso rapido e spesso volatile.
Insomma, questa dolce sconfitta protegge gli equilibri delicati, rende possibile il miglior gattopardismo, quel fenomeno tutto italiano per cui tutto cambia affinché nulla cambi davvero.
Un’opera d’arte politica che mescola sapientemente pietà e pragmatismo, illusione e concretezza, speranza e prudenza.
Perché, in fondo, vivere ogni vittoria come una battaglia sanguinosa e ogni sconfitta come la fine del mondo sarebbe troppo faticoso, troppo destabilizzante.
Meglio così, con questo paradosso che lascia l’amaro e il dolce nello stesso boccone, un’iniezione di verità che ci ricorda che la politica è soprattutto gestione di limiti e compromessi, non pura utopia.
Quindi, avanti così.
Con questa leggerezza apparente ma con una consapevolezza più profonda.
Perché la vera forza sta nel sapere quando trattenere il passo, quando accettare la sconfitta e usarla come scudo, come balsamo e come strategia per continuare a navigare in un mare tempestoso.
Nell’Italia di oggi, fragile e complicata, questo è forse il segreto per non perdere la bussola, per mantenere quell’equilibrio sottile che tiene insieme passioni e interessi, speranze e compromessi.
Una battaglia vinta sul campo dell’apparenza, un dolce compromesso con la realtà, e la promessa di continuare a camminare con dignità, senza abbandonare i propri valori, ma sapendo anche quando è il momento di piegarsi senza spezzarsi.
Ecco perché, in fondo, questa onorevole sconfitta ha un sapore che va oltre il dolore momentaneo: è una vittoria sottile, fatta di pazienza e saggezza, di quella saggezza che solo chi conosce la politica sa apprezzare fino in fondo.
