La politica italiana continua a muoversi lungo una linea sottile in cui il principio di responsabilità pubblica sembra cambiare forma a seconda delle circostanze e, soprattutto, dei protagonisti coinvolti. Non è una novità, ma negli ultimi mesi questa dinamica è emersa con una chiarezza tale da rendere difficile ignorarla. Più che le singole vicende, è il modo in cui vengono interpretate e utilizzate a raccontare qualcosa di più profondo sul funzionamento del sistema. Il caso di Daniela Santanchè rappresenta l’innesco più recente di questa riflessione. Figura da sempre divisiva, mai realmente capace di raccogliere simpatie trasversali, è stata per anni uno dei bersagli preferiti della critica politica e mediatica. Il suo stile diretto, spesso percepito come provocatorio, e la sua immagine pubblica hanno contribuito a costruire un personaggio che suscita reazioni forti, nel bene e nel male. Tuttavia, al di là delle valutazioni personali, resta il dato politico e il 25 marzo del 2026 ha lasciato l’incarico di ministro del Turismo su richiesta esplicita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La decisione è maturata in un contesto giudiziario ancora aperto, legato a un procedimento per presunto falso in bilancio, relativo al gruppo Visibilia. Peraltro, non esiste, allo stato attuale, una condanna definitiva. Anzi, per le altre vicende che avevano alimentato il dibattito pubblico, non si è arrivati nemmeno a un rinvio a giudizio. Eppure, nel giro di ventiquattrore, la scelta di fare un passo indietro è stata compiuta, inserendosi in una sequenza più ampia di dimissioni che ha coinvolto esponenti del centrodestra senza che vi fossero sentenze definitive a loro carico. Se questo diventa il criterio di riferimento, l’opportunità politica di lasciare un incarico anche in assenza di una condanna, allora la sua applicazione dovrebbe essere coerente ed uniforme. È proprio su questo terreno che emergono le contraddizioni più evidenti del sistema. Il caso di Chiara Appendino è uno dei più significativi. Deputata in carica ed ex vicepresidente del Movimento 5 Stelle fino all’ottobre 2025, ha lasciato quel ruolo per ragioni politiche legate alle divergenze con Giuseppe Conte. Nel frattempo, però, il suo percorso giudiziario ha seguito un iter completo e conclusosi il 20 gennaio del 2026, alla Corte di Cassazione che ha confermato in via definitiva la condanna per i fatti di piazza San Carlo a Torino, una tragedia avvenuta il 3 giugno del 2017 che causò la morte di due persone e il ferimento di oltre millecinquecento cittadini. Le responsabilità, secondo i giudici, sono state ricondotte anche a carenze organizzative nella gestione dell’evento. Tre gradi di giudizio hanno stabilito un punto fermo. Eppure, la permanenza nelle istituzioni non è stata accompagnata da un dibattito altrettanto intenso rispetto ad altri casi. Non si sono registrate pressioni politiche significative né richieste diffuse di dimissioni. Questo scarto tra la gravità di una sentenza definitiva e la reazione politica rappresenta uno degli elementi più evidenti del doppio standard che attraversa il sistema. Una dinamica simile si osserva anche nel caso di Domenico Lucano, figura simbolo per una parte della sinistra italiana. Europarlamentare per Alleanza Verdi e Sinistra, ha ricevuto nel febbraio 2025 una condanna definitiva in Cassazione per falso in atto pubblico. Successivamente, il Tribunale di Locri ha dichiarato la sua decadenza da sindaco di Riace in applicazione della legge Severino, anche se la vicenda resta oggetto di ulteriori sviluppi giudiziari sul piano amministrativo. Nonostante questo, la sua posizione politica non è stata messa in discussione con la stessa forza vista in altri contesti. Al contrario, continua a essere percepito come un punto di riferimento per un certo modello di accoglienza, a dimostrazione di come il giudizio politico possa talvolta prevalere su quello giudiziario nella costruzione del consenso e nella definizione della legittimità pubblica. Ancora più complessa è la situazione che riguarda Ilaria Salis. Arrestata a Budapest nel 2023 con accuse legate ad aggressioni, ha trascorso oltre un anno in detenzione preventiva prima di essere candidata alle elezioni europee del 2024. L’elezione al Parlamento europeo ha comportato l’acquisizione dell’immunità parlamentare, determinando la sospensione del procedimento a suo carico. La richiesta di revoca dell’immunità avanzata dall’Ungheria è stata respinta con 306 voti contro 305. Scrutinio segreto. Un voto di scarto. Il seggio europeo funziona come una cella rovesciata cioè protegge chi dovrebbe comparire davanti a un giudice. Il caso ha sollevato interrogativi non solo sul merito delle accuse, ma anche sull’uso degli strumenti istituzionali e sul loro possibile impiego come forma di tutela rispetto a procedimenti giudiziari precedenti all’elezione. Una questione che tocca direttamente il rapporto tra rappresentanza politica e responsabilità individuale. Infine, la vicenda che coinvolge Aboubakar Soumahoro aggiunge un ulteriore elemento di riflessione. L’ex sindacalista, entrato in Parlamento con gli stivali sporchi di fango per solidarizzare con i braccianti con un forte messaggio simbolico legato alla difesa dei lavoratori e dei migranti, è stato indirettamente coinvolto in un’inchiesta che ha riguardato familiari stretti, sua moglie Liliane Murekatete e sua suocera finiscono ai domiciliari per frode nelle pubbliche forniture, bancarotta fraudolenta e autoriciclaggio legati alla gestione di cooperative attive nell’accoglienza. I soldi delle cooperative per l’accoglienza dei migranti, proprio quei migranti di cui Soumahoro si ergeva a difensore, finivano in ristoranti, gioiellerie, centri estetici, abbigliamento di lusso. Un “programma delinquenziale a gestione familiare”, scrisse il gip. Il deputato con gli stivali non sapeva nulla. Non vedeva nulla. Non si faceva domande. Nemmeno quando la moglie pubblicava sui social le foto con le borse di Louis Vuitton. La sua difesa a Piazzapulita resta un monumento all’impudenza: “Esiste un diritto all’eleganza. La moda non è né bianca né nera. È semplicemente umana.” I braccianti senza stipendio, i migranti stipati in strutture che la Procura definì “offensive della dignità umana” e tutto questo svanisce dentro una borsa griffata e un diritto costituzionale finora sconosciuto. Pur non essendo imputato, il caso ha sollevato dubbi sulla coerenza tra il messaggio politico e il contesto personale, senza però generare conseguenze politiche paragonabili ad altre situazioni. Il filo conduttore che lega tutte queste vicende non è la colpevolezza o l’innocenza dei singoli, ma la diversa reazione del sistema politico e mediatico. In alcuni casi, la pressione porta a dimissioni rapide anche in assenza di condanne definitive ed in altri, la presenza di sentenze irrevocabili non produce effetti analoghi. Il punto non è Daniela Santanchè. Non è la sua antipatia e non sono i suoi tacchi. Il punto è un sistema in cui le dimissioni funzionano a senso unico. Si pretendono a destra anche senza condanne. Si ignorano a sinistra anche con sentenze definitive. Si invocano per chi ha il certificato penale pulito. Si dimenticano per chi è condannata per la morte di due persone. Si grida allo scandalo per un’indagine. Si tace su un seggio europeo usato come salvacondotto. Questo squilibrio alimenta una percezione diffusa di ingiustizia e contribuisce a erodere la fiducia nelle istituzioni. Il tema non è giuridico, ma profondamente politico. Riguarda la credibilità di chi rappresenta lo Stato e la coerenza delle regole che dovrebbero guidarne il comportamento. In assenza di un criterio condiviso, ogni vicenda diventa terreno di scontro e strumento di delegittimazione reciproca, con il risultato di indebolire l’intero sistema. A questo si aggiunge il rapporto, da sempre complesso, tra politica e magistratura. Ogni episodio che mette in discussione l’imparzialità delle istituzioni contribuisce ad aumentare la tensione e a rafforzare la polarizzazione. In un contesto già segnato da divisioni profonde, la percezione di una giustizia non equidistante diventa un elemento di ulteriore instabilità. A questo si aggiunge il tema dei simboli e della loro appropriazione. La canzone Bella Ciao, spesso citata a sproposito in contesti istituzionali come quello dei brindisi di alcuni magistrati dopo la vittoria del No al referendum, non è nata come inno politico universale o partigiano neutrale. La sua origine è popolare: era un canto delle mondine, le lavoratrici delle risaie del Nord Italia, che raccontava fatica, sfruttamento e voglia di libertà. Solo durante la Resistenza divenne un simbolo di lotta contro fascismo e occupazione nazista. L’uso attuale come strumento simbolico di parte rischia di tradire la storia reale e ridurre un canto di emancipazione e sacrificio a un gesto di schieramento, sottolineando quanto facilmente i simboli possano essere strumentalizzati in chiave politica. Alla base resta una domanda fondamentale: esiste un principio valido per tutti quando si tratta di responsabilità pubblica? Se la risposta è affermativa, allora deve essere applicato senza eccezioni. Se invece il criterio cambia a seconda dei casi, allora il rischio è quello di trasformare la responsabilità in uno strumento politico, svuotandola di significato. La Costituzione italiana si fonda sul principio di uguaglianza e non prevede distinzioni legate all’appartenenza politica. Applicare standard diversi significa incrinare questo principio e alimentare un clima di sfiducia che, nel lungo periodo, può avere conseguenze ben più gravi delle singole vicende giudiziarie. Lo stesso doppio standard morale riappare nella corporazione che più di ogni altra pretende neutralità. Dopo la vittoria del No al referendum, magistrati hanno brindato cantando Bella Ciao. Giudici e parte in causa. Arbitri e tifosi. Chi dovrebbe garantire imparzialità festeggia con un inno di parte la sconfitta di una riforma che lo riguardava direttamente. E poi chiede di essere considerato terzo e imparziale. Il cortocircuito è completo. Le dimissioni a senso unico non sono un incidente. Sono un metodo. La destra paga anche quando non deve. La sinistra incassa anche quando non può. In una Repubblica dove il doppio standard è diventato regola, resta un solo garante della Costituzione e vive al Quirinale. Basterebbe la sua voce a ricordare che chi ha condanne definitive non può restare aggrappato alle istituzioni, mentre chi non ha nemmeno un rinvio a giudizio viene accompagnato alla porta. Non servirebbe un decreto. Basterebbe una parola. Quella parola che renderebbe certe posizioni semplicemente insostenibili. Perché le sentenze valgono per tutti o non valgono per nessuno. E la Costituzione, all’articolo 3, non prevede eccezioni di colore politico. In questo scenario, il ruolo delle istituzioni di garanzia diventa cruciale. Non per intervenire direttamente nelle dinamiche politiche, ma per richiamare con forza i principi fondamentali e ristabilire un quadro di riferimento condiviso. Senza coerenza, la politica rischia di perdere la propria legittimità, trasformandosi in un’arena in cui le regole valgono solo quando conviene applicarle. La questione, peraltro, non riguarda una persona o un singolo episodio, ma la qualità complessiva della democrazia. Senza un criterio chiaro e uniforme, ogni caso continuerà a essere interpretato in modo diverso, rafforzando l’idea di un sistema in cui la responsabilità non è un valore, ma una variabile dipendente dal contesto politico.
