
Va ricordato che non è affatto palestinese.
È nata ad Haifa, in Israele, ed è dunque una israeliana araba, non una palestinese.
La distinzione è fondamentale e spesso fraintesa: palestinese può dirsi un ragazzo o una ragazza nati in Cisgiordania (West Bank), non una donna nata in una città israeliana come Haifa.
Quando una figura pubblica come Jebreal si definisce palestinese pur essendo nata in Israele, questo non è un semplice fatto anagrafico, ma un atto politico che mira a delegittimare l’esistenza dello Stato di Israele.
È importante comprendere che “palestinese” rappresenta una nazionalità e non un’etnia. Etnicamente, infatti, i palestinesi sono arabi, alla stregua di giordani, siriani o libanesi.
Questa distinzione aiuta a chiarire le dinamiche identitarie complesse della regione.
Jebreal, intervenendo ad Accordi e Disaccordi, ha ribadito la narrazione secondo cui l’Iran avrebbe vinto il confronto con gli Stati Uniti e che questi ultimi avrebbero perso, trovandosi ora costretti a trattare.
A questa lettura si aggiungono anche insinuazioni contro Netanyahu, accusato di aver ricattato Trump per coinvolgerlo in una guerra. Questo tipo di discorso non è altro che propaganda filo-iraniana, che non solo nega i fatti ma alimenta sentimenti antisemiti e divide ulteriormente opinioni e comunità.
Chi ascolta dovrebbe interrogarsi sulla veridicità di queste tesi e sul loro effettivo scopo propagandistico.
Ora, poniamoci una domanda seria: alla luce della decimazione dei vertici del regime iraniano – generali uccisi, comandanti eliminati – il blocco del programma nucleare e le infrastrutture colpite, insieme alle disastrose condizioni economiche con inflazione alle stelle, disoccupazione giovanile massiccia e proteste brutalmente represse, possiamo davvero credere che l’Iran abbia ancora un vertice forte, una posizione chiara e un’autorità riconosciuta che permetta di portare avanti trattative serie?
Le donne che si tolgono il velo in pubblico, gli operai che scioperano, gli studenti che sfidano la polizia morale sono segnali inequivocabili di un regime in crisi, senza più un’identità compatta e autorevole.
Non è forse il momento di guardare oltre la narrazione iraniana e riconoscere che trattare richiede interlocutori forti e credibili?
La rappresentazione dell’Iran come potenza invincibile e vittoriosa è un fantasma creato dalla propaganda che da anni proclama slogan come “Israele sarà spazzato via”, “l’asse della resistenza è invincibile” o “l’America deve inginocchiarsi”.
Ma i fatti parlano una lingua diversa.
L’asse della resistenza è stato smantellato in meno di tre anni: Hezbollah è stato decapitato, Hamas ridotto a una guerriglia frammentata, la Siria marginalizzata e l’Iran sempre più esposto e vulnerabile.
Questo quadro contraddice nettamente la narrazione mitologica diffusa dalle fonti pro-regime.
Siamo immersi in un flusso continuo di propaganda proveniente dalla Russia e dall’Iran. E qui sta il vero problema: non è tanto la forza di questi regimi a doverci preoccupare, quanto la nostra incapacità di riconoscere e mettere in discussione quello che ci viene raccontato.
Questa debolezza, questa mancanza di dubbio critico, apre la porta alla manipolazione e al consenso acritico, alimentando conflitti e divisioni.
È dunque indispensabile sviluppare una consapevolezza più profonda, una capacità di analisi che ci permetta di distinguere la realtà dai falsi miti, di opporci agli inganni propagandistici e di costruire un dialogo politico fondato su fatti concreti e non su narrazioni ideologiche distorte.
In conclusione, il caso di Rula Jebreal e la sua auto-identificazione “palestinese” servono da esempio emblematico per riflettere sulle complesse questioni identitarie e geopolitiche che attraversano il Medio Oriente.
Allo stesso tempo, la situazione attuale dell’Iran evidenzia come la propaganda possa distorcere la percezione degli eventi, spingendoci a ignorare i reali equilibri di potere e le condizioni interne di un regime in crisi profonda.
Solo attraverso un approccio critico e informato potremo superare la retorica polarizzante e contribuire a un dibattito più equilibrato e costruttivo.
È questa la sfida che abbiamo davanti, oggi più che mai.

