Giorgia Meloni

Un po’ di tempo fa, su un noto social network, una influencer giapponese ha fatto una domanda semplice e diretta in inglese: “Vi piace Giorgia Meloni?”.

Le risposte che sono arrivate, soprattutto da stranieri, sono state perlopiù affermative.

Molti la descrivevano come un’icona di stile e di italianità, sottolineando l’immagine positiva che questa figura politica riesce a trasmettere al di fuori dei confini nazionali.

Fin qui tutto sembrava procedere in modo piacevole e rispettoso.

Poi però sono arrivati gli italiani e con loro quel fenomeno tristemente tipico della nostra comunicazione pubblica: i commenti velenosi e denigratori.

Hanno iniziato a spuntare video di Giorgia Meloni che in romanesco stretto vendeva il pesce al mercato accompagnati da commenti che non si limitavano a critiche politiche ma scadavano spesso nel classismo nella volgarità e nell’offesa gratuita.

Questi messaggi hanno rapidamente abbassato il livello del confronto trasformando quella conversazione internazionale cordiale in una battaglia di insulti e pregiudizi.

Basta infatti dare un’occhiata ai commenti sotto i post che riguardano Meloni in Italia per notare quanto sia diffusa una certa ostilità che va oltre l’opinione politica: molti la accusano di fascismo – un’accusa ormai consueta e ripetuta – ma più sorprendente è il modo in cui viene spesso sminuita dal punto di vista sociale o culturale.

La sentiamo definire “diplomata all’alberghiero” o “pescivendola”, espressioni cariche di disprezzo usate per delegittimarla.

Ciò che colpisce è che queste etichette sono false: Meloni è diplomata al linguistico e padroneggia l’inglese molto meglio di molte figure di spicco persino Mario Draghi ex presidente della Banca Centrale Europea.

Ma il problema non sta nella correttezza o meno delle informazioni: c’è una questione ben più profonda che riguarda atteggiamenti culturali e sociali.

Questi insulti provengono spesso da persone che si dichiarano di sinistra cioè da chi dovrebbe lottare contro le discriminazioni e le ingiustizie sociali.

Ed è proprio qui che si vede la contraddizione amara.

Mi chiedo dunque quale sarebbe davvero il problema se Meloni fosse stata diplomata all’alberghiero?

Se avesse lavorato come cameriera?

O se fosse figlia di pescivendoli?

Per quale ragione questi dati dovrebbero sminuire la sua dignità o la sua capacità d’esprimere opinioni e governare?

Questi attacchi sono in realtà la manifestazione di un classismo che indigna, un pregiudizio basato sulle origini sociali e professionali.

Ma c’è un altro aspetto ancora: una sorta di lesa maestà.

Certa sinistra sembra convinta di detenere il monopolio della cultura, della morale e dell’intelligenza.

È come se possedere una laurea, un titolo accademico, fosse la “patente” che dà diritto di parola in materia politica e culturale.

Senza quel pezzo di carta, senza quei titoli, si sarebbe automaticamente esclusi dall’arena pubblica, men che meno dall’esercizio del potere.

Questa mentalità non dice nulla sulla persona di Meloni, sulle sue competenze o sul suo percorso; dice tutto sulla ristrettezza mentale e sull’arroganza di chi la attacca in questo modo.

Il vero problema non è l’essere camerieri o pescivendoli, condizioni di lavoro assolutamente onorevoli e da rispettare.

Il problema è che per una parte consistente di quella sinistra l’ascesa sociale di qualcuno proveniente da un contesto umile è intollerabile.

Non perché Meloni non lo meriti o non sia capace ma perché rompe un monopolio culturale ed elitario che questa sinistra crede forse inconsciamente di dover difendere a ogni costo.

Rompe quell’idea secondo cui la cultura l’intelligenza e la capacità di governare siano proprietà ereditarie di una classe sociale specifica quasi un club esclusivo a cui pochi possono appartenere.

E questo atteggiamento paradossalmente è molto più reazionario di qualunque idea politica di destra perché nega la possibilità mobilità sociale rifiuta il principio fondamentale che ognuno possa emergere indipendentemente dalle proprie origini imprigiona le persone nel loro ceto giudicandole non per il loro valore individuale bensì per provenienza familiare o titolo studio ignorando qualità personali esperienze.

Questa riflessione ci invita a fare un passo indietro e a mettere in discussione stereotipi radicati anche in ambiti che si vorrebbero progressisti e aperti.

La vera sfida è smantellare queste barriere culturali e sociali riconoscendo il valore ciascuno a prescindere dall’etichetta o dal diploma.

È una sfida costruire dibattito pubblico più civile inclusivo rispettoso delle diversità.

In conclusione è importante ricordare che il giudizio su una persona ancor più su chi governa dovrebbe basarsi sui contenuti sulle idee sulle capacità e sull’impegno non sulle origini o sul titolo di studio.

Solo così potremo davvero superare divisioni sterili preconcetti limitano crescita sociale culturale del nostro paese.

E solo così potremo sperare in una società più equa in cui tutti abbiano diritto di parola e partecipazione democratica indipendentemente da dove vengono cosa hanno fatto prima.

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