Da qualche giorno, la notizia sta rimbalzando di bacheca in bacheca come una pallina impazzita, ma sorprendentemente senza la solita eco mediatica che ci aspetteremmo da un evento così clamoroso. Karim Khan, il procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI), ha dichiarato con una chiarezza cristallina che… udite udite… non ci sono prove che Israele abbia commesso genocidio a Gaza.

Una vera doccia fredda per chi si era abituato a cantare vittoria prematuramente, magari sorseggiando un tè alla propaganda.

Per chi, invece, è rimasto immune al contagio ideologico del palestinismo, questa “rivelazione” non rappresenta alcuna novità.

La mancanza di prove esperite dal massimo organo giudiziario internazionale dovrebbe essere più che sufficiente per far cadere alcune accuse – eppure, niente di tutto questo accade.

Non solo i media mainstream fanno orecchie da mercante, ma i dispensatori seriali di verità assolute come Alessandro Di Battista e Francesca Albanese non solo ignorano la smentita ufficiale, ma la rilanciano con un entusiasmo degno di miglior causa.



Un silenzio tombale cala sulle testate, mentre la menzogna continua a girare senza sosta, un mantra ossessivo ripetuto come fosse un teorema indimostrabile.

Ma questa non è mera ignoranza o malagiustizia giornalistica.

È qualcosa di molto più raffinato e funzionale: la strategia dell’inquinamento semantico-politico.

L’accusa di genocidio, si scopre, non è mai stata uno strumento per descrivere una realtà fattuale bensì un’arma per insozzare l’immagine di Israele e, per estensione, degli ebrei.

Nulla di nuovo sotto il sole, anzi: già Yasser Arafat e, sorprendentemente, Enrico Berlinguer avevano usato quel termine con un effetto devastante sulla percezione pubblica, e abbiamo visto dove ci ha portato quella narrazione – a una sinistra venata d’antisemitismo, lontana anni luce dai suoi antichi legami di simpatia verso Israele.

Oggi, però, la posta in gioco è ancora più alta e ambiziosa.

Non si tratta più solo di contaminare la sinistra, ma di avvelenare l’intero tessuto politico nazionale.

La febbre palese di odio, costruita e alimentata ad arte, diventa il carburante per attaccare politici sgraditi e raccogliere voti.

Una tattica provata e testata nel tempo, che ha dato frutti significativi, si veda il referendum sulla giustizia come banco di prova.

La speranza è che questo sia il canto del cigno di questa narrazione tossica.

Ma la speranza, si sa, è un sentimento fragile quando manca la consapevolezza diffusa.

Ciò che resta, in definitiva, è una lezione amara su come la verità – anche quella certificata dalla massima autorità giudiziaria internazionale – possa essere ignorata, distorta e sostituita da un racconto costruito a tavolino.

E soprattutto, di come certe parole, cariche di un peso immenso, possano essere usate a piacimento, non per descrivere la realtà, ma per plasmare l’opinione pubblica e manipolare le coscienze.

Benvenuti nell’epoca in cui il genocidio è diventato un hashtag, una bandiera da sventolare senza la benché minima prova, e dove la realtà è un optional sempre meno richiesto.

Se questa non è una crisi della verità, dite voi cos’è.

In conclusione, forse varrebbe la pena di ricordare a tutti – compresi i propagandisti più incalliti – che quando la Corte Penale Internazionale, la stessa che si occupa dei crimini più gravi contro l’umanità, dice “non ci sono prove”, sarebbe il caso di fermarsi un attimo a riflettere, prima di schiamazzare di nuovo al genocidio come se fosse la trama di un film action.

Ma si sa, la verità è spesso troppo noiosa per certi palati, mentre la menzogna scadente continua a vendere biglietti d’ingresso in un teatro dell’assurdo sempre più affollato.

Di Admin

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