
La celebre frase «L’Italia agli italiani» assume un significato emblematico e profondo nel contesto del Risorgimento italiano, rappresentando non solo uno slogan patriottico, ma un ideale di unificazione nazionale e di autodeterminazione popolare.
Questa espressione fu scelta da Carlo Pisacane come parola d’ordine durante la Spedizione di Sapri, avvenuta nel giugno del 1857, un tentativo rivoluzionario e coraggioso di scardinare l’assetto politico del Regno delle Due Sicilie e di promuovere una nuova idea di Italia libera e unita.
Carlo Pisacane, patriota e rivoluzionario illuminato, era consapevole dell’importanza di unire gli animi dei suoi seguaci sotto un simbolo e un messaggio chiari, capaci di comunicare al popolo un sentimento di appartenenza e di lotta comune. Egli adottò dunque il motto «L’Italia agli italiani», stabilendo che il riconoscimento tra i congiurati prevedesse la risposta: «Gli italiani per essa».

Questo scambio verbale non era solo un semplice codice, ma un impegno morale e politico, un patto di lealtà e dedizione alla causa nazionale.
Questa frase racchiudeva in sé il desiderio di liberarsi dalle dominazioni straniere, dai governi autoritari e dai retaggi feudali che ancora opprimevano numerose aree della Penisola.
Il Risorgimento, movimento politico e culturale che avrebbe portato all’unificazione italiana, si fondava infatti su questi principi di identità nazionale, sovranità popolare e progresso sociale.
La parola d’ordine di Pisacane divenne così un grido di battaglia e una promessa di emancipazione per un’intera generazione di italiani.
L’importanza storica di «L’Italia agli italiani» va quindi ricondotta sia al suo valore simbolico sia al contesto rivoluzionario in cui fu pronunciata.
La Spedizione di Sapri, pur essendo fallita dal punto di vista militare, rimane un episodio significativo del Risorgimento proprio perché incarnò lo spirito di sacrificio, il coraggio e la determinazione di coloro che idealmente animavano il sogno dell’unità nazionale.
Pisacane e i suoi congiurati non erano semplici ribelli, ma rappresentanti di un impegno civico e patriottico che avrebbe ispirato i successivi moti e insurrezioni volte a costruire l’Italia moderna.

Nel contesto educativo, la conoscenza di questo motto e del suo significato storico dovrebbe essere considerata imprescindibile. Chi non conosce la frase «L’Italia agli italiani» e il contesto in cui essa fu pronunciata rischia di non comprendere appieno le radici della nostra identità nazionale e il percorso complesso, spesso doloroso, che ha portato all’unità.
Per questa ragione, l’insegnamento del Risorgimento e delle sue figure protagoniste come Carlo Pisacane deve essere accurato, approfondito e trasmesso con la consapevolezza dell’importanza culturale e politica di questi eventi.
In conclusione, «L’Italia agli italiani» non è soltanto una parola d’ordine storica, ma un patrimonio di valori che ha contribuito a forgiare l’idea stessa di cittadinanza e nazione.
Essa incarna la speranza e il diritto di un popolo a scegliere il proprio destino, ponendo le basi per l’Italia contemporanea. Ricordare e insegnare questa frase significa mantenere viva la memoria di quel passato che ha reso possibile la nostra libertà e coesione, un compito fondamentale per tutti coloro che operano nel campo dell’istruzione pubblica.
La frase ‘l’Italia agli italiani’ è la sintesi del pensiero di Mazzini, e si ritrova testualmente in Carducci.
A questi insegnanti desidero dedicare, come ripasso questa Poesia ” La Spigolatrice di Sapri“
Che celebra la spedizione contro i Borboni vista attraverso gli occhi di una giovane spigolatrice, una contadina, che mentre lavora nei campi assiste allo sbarco dei trecento uomini di Carlo Pisacane.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore;
all’isola di Ponza s’è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra,
ad uno ad uno li guardai nel viso;
tutti aveano una lagrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane,
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
«Siam venuti a morir pel nostro lido».
Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella».
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: «V’aiuti ‘l Signore!»
Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare.
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi;
ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udirono a suonar trombe e tamburi;
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaro loro addosso più di mille.
Eran trecento, e non voller fuggire;
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano:
fin che pugnar vid’io per lor pregai;
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti.
