L’iniziativa di Più libri più liberi, che impone una dichiarazione di adesione a un dogma politico come condizione per partecipare a una fiera dell’editoria, rappresenta un fenomeno emblematico e profondamente indicativo dello stato culturale e politico del nostro paese.

Questo episodio non è un semplice caso isolato, ma un sintomo di una malattia che affligge il clima intellettuale e la vitalità democratica della nostra società.

In primo luogo, la scelta di subordinare l’accesso a uno spazio pubblico di confronto culturale a una sorta di certificato di ortodossia politica è un segno preoccupante del restringimento delle libertà di pensiero.

Non si tratta, come è doveroso sottolineare, di una dittatura in senso classico, ma di un dogmatismo che ricorda dinamiche storiche poco edificanti, in cui l’ortodossia diventa prescrizione rigida e chi devia è automaticamente ostracizzato come eretico.

In questo contesto, la logica dell’esclusione non si basa su un dibattito aperto o su una pluralità di idee, bensì su un meccanismo binario che identifica amici e nemici in modo arbitrario e ideologico.

Il richiamo alla stessa area culturale che ha fatto del palestinismo un fulcro del proprio impegno politico, trasformandolo in un vero e proprio culto dogmatico, è significativo: qui, infatti, si assiste a una negazione sistematica dell’autodeterminazione del popolo ebraico, accompagnata da un’esclusione che investe chiunque non aderisca completamente a questo schema, etichettato indifferentemente come “sionista” o “fascista”.

Quest’ultima definizione, vaga e strumentale, agisce come un’etichetta che serve a definire chiunque stia fuori dall’appartenenza al gruppo dominante e dunque vada escluso.

In secondo luogo, questa vicenda getta una luce dolorosa sulla crisi interna alla sinistra italiana contemporanea.

Dopo la fine della Guerra Fredda, quello che una volta era un campo culturale con radici teoriche e sociali profonde non ha saputo elaborare la propria sconfitta né costruire un’alternativa credibile e innovativa.

Al contrario, molti settori della sinistra si sono fossilizzati all’interno di paradigmi superati, riconfigurandosi attorno a politiche identitarie importate dagli Stati Uniti.

Tali politiche, se da un lato hanno portato al centro del dibattito questioni importanti come le discriminazioni e i diritti delle minoranze, dall’altro hanno accentuato la logica amico/nemico descritta da Carl Schmitt, una modalità di relazione con la realtà politica basata essenzialmente sulla contrapposizione e sull’esclusione.

In questo schema, l’identità politica si definisce tramite la demonizzazione dell’altro – che diventa “fascista”, “sionista” o altra figura mitopoietica – e non attraverso un’analisi critica della realtà sociale, economica e culturale.

Di conseguenza, la complessità delle situazioni viene ridotta a un dualismo manicheo, incapace di cogliere le sfumature e le ambivalenze del mondo contemporaneo.

Questa lettura parziale e ideologica non solo impedisce una comprensione empirica dei fenomeni sociali, ma legittima e favorisce anche forme di linciaggio culturale, come abbiamo già visto accadere in varie occasioni e soprattutto in episodi recenti, compresa la stessa vicenda di Più libri più liberi.

Chi si sottrae al dogma non viene invitato a un confronto dialettico, ma messo al bando, reso invisibile o addirittura perseguitato nelle sue manifestazioni pubbliche.

È un meccanismo che crea un clima di sfiducia e paura, inibendo il dibattito aperto e creando divisioni insanabili.

La sinistra che fonda la propria identità sulla contrapposizione netta all’altro, sull’individuazione del nemico contro cui combattere, perde inevitabilmente la capacità di fare politica nel senso più alto del termine: l’arte del compromesso, della mediazione e della costruzione collettiva del futuro. Essa si riduce a una forza di censura e di esclusione, a un meccanismo di controllo culturale autoreferenziale.

La fiera dell’editoria con il suo patentino politico ne è l’emblema perfetto, un simbolo plastico di una crisi di metodo e di valori che rischia di far regredire la società nel conformismo ideologico e nell’impoverimento del pluralismo.

In conclusione, l’accaduto richiama con forza la necessità di una riflessione profonda e urgente sullo stato della cultura e della politica nel nostro paese. Occorre recuperare il valore della libertà di pensiero e del confronto democratico, respingendo ogni forma di dogmatismo e di ortodossia che riduce lo spazio pubblico a un’arena di schieramenti polari e impermeabili.

Solo così si potrà sperare di costruire una comunità civile capace di includere le diversità, valorizzare le differenze e promuovere una convivenza fondata sul rispetto reciproco e sulla ragione.

Il rischio, altrimenti, è quello di continuare a scivolare verso una cultura dell’esclusione che impoverisce la democrazia e mette a repentaglio il futuro stesso del dibattito pubblico nel nostro paese.

Di Admin

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