“Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”, il libro dei due cronisti del quotidiano The New York Times.

Nel vasto firmamento delle dichiarazioni politiche che più che informare confondono, spicca la recente “rivelazione” di Donald Trump, il quale si autoproclama – senza alcun pudore – più potente di figure storiche titaniche come Hitler, Stalin e persino Napoleone Bonaparte.
Un’affermazione che non solo riscrive di sana pianta la storia, ma innalza l’ego presidenziale a livelli quasi mitologici, trasformando quella che dovrebbe essere una carica istituzionale in un cult personale degno di Alessandro Magno.
Ma partiamo dal principio, perché la storia è sempre utile per inquadrare queste epocali autocelebrazioni.
Quando Trump paragona se stesso a George Washington e Abraham Lincoln, due padri fondatori degli Stati Uniti, ci si aspetterebbe una certa umiltà – o perlomeno una vaga somiglianza con qualche virtù civica.
Invece no: il presidente americano sembra aver fatto del narcisismo più sfrenato la sua stella polare, arrivando a dichiarare candidamente che i suoi poteri sono “illimitati” e che lui è “la persona più temuta di sempre”.
Se fosse un film, questa scena sarebbe sicuramente accompagnata da effetti speciali esagerati e da una colonna sonora enfatica degna di un blockbuster hollywoodiano.
L’ironia della situazione è che queste affermazioni arrivano in un momento storico molto delicato, soprattutto dopo la guerra con l’Iran, dove molti osservatori internazionali avevano messo in dubbio la fermezza e la strategia del presidente.
E invece Trump risponde esattamente come un divo del cinema abituato ai selfie e agli autografi: niente cede terreno, nessuna debolezza, ma solo un gigantesco specchio d’acqua in cui riflettere l’immagine grandiosa di sé stesso.
Ma allora, cosa significa davvero proclamarsi “più potente di Hitler, Stalin e Napoleone”?

Innanzitutto, significa ignorare le lezioni più basilari della storia: questi leader, pur con tutte le atrocità e i disastri provocati, erano personaggi complessi, con ideologie, strategie militari, capacità politiche e un impatto concreto, spesso distruttivo, sul mondo.
Trump, con la sua retorica da social media, trasforma tutto questo in uno show personale, in cui la storia diventa uno scenario per il proprio egocentrismo.
E non manca neanche il lato tragicomico di questa situazione, perché mentre il presidente si autoattribuisce poteri “illimitati”, la realtà politica americana rimane vincolata a meccanismi democratici, controlli istituzionali e un’opposizione vivace (per fortuna). Per non parlare delle critiche interne e internazionali, che insistono nel ricordare che nessun uomo – nemmeno il presidente degli Stati Uniti – può davvero arrogarsi poteri assoluti senza conseguenze.
In conclusione, questo libro-rivelazione che raccoglie le dichiarazioni di Trump è meno una fonte storica e più un documento surreale, una sorta di reality show senza filtri dove il protagonista si veste di gloria e si autoproclama sovrano del mondo.

Se l’obiettivo era alimentare il culto della propria figura, c’è da dire che ci sta riuscendo alla grande, anche se con uno stile che farebbe rabbrividire Alessandro Magno e gli altri grandi condottieri della storia.
Ma dopotutto, chi siamo noi per contraddire “la persona più temuta di sempre”?
