Lasciamo perdere l’idea che la Cina stia solo “competendo” nei mercati globali.

Quello che vediamo è un modello completamente diverso: l’uso del commercio come arma geopolitica, dove il benessere del popolo cinese non è il vero obiettivo, ma piuttosto uno strumento sacrificabile per il dominio industriale e strategico dello Stato-Partito.

Questo modello ci costringe a rivedere le categorie tradizionali con cui abbiamo interpretato fino a oggi la crescita economica cinese e, più in generale, le dinamiche della competizione globale.

Un’analisi approfondita emerge dal recente rapporto dell’OCSE basato sul database MAGIC (Manufacturing Groups and Industrial Corporations), che ha esaminato vent’anni di sostegno pubblico a oltre 500 grandi gruppi industriali nel mondo.

Tra il 2005 e il 2024, le imprese cinesi hanno usufruito di un sostegno statale compreso tra tre e otto volte superiore rispetto alle controparti dei 38 Paesi membri dell’organizzazione.

Ciò si traduce in vere e proprie distorsioni competitive particolarmente evidenti in settori chiave come la siderurgia, dove nel 2024 la tipica impresa cinese ha ricevuto sussidi pari a quindici volte quelli dei concorrenti OCSE, sempre in rapporto al totale degli attivi.

Simili scarti testimoniano come il “mercato” nel caso cinese sia piegato a obiettivi politici di lungo termine e non al mero confronto concorrenziale.

Se davvero l’obiettivo fosse assicurare la prosperità diffusa ai cittadini, la logica economica imporrebbe di trasformare l’immensa capacità produttiva cinese in consumo interno, salari più elevati, investimenti nel welfare e nella qualità della vita.

Tuttavia accade esattamente il contrario: il governo di Pechino reprime i consumi privati per alimentare una sovraccapacità industriale orientata all’export a tutti i costi anche quando ciò significa vendere sottocosto ed accettare margini negativi.

Non si tratta di un errore o di una scelta accidentale ma della pianificazione centrale stessa che converte la ricchezza nazionale in una leva geopolitica anziché redistribuirla come benessere.

Alcuni indicatori chiave fanno emergere questa priorità strategica.

Innanzitutto, la quota dei consumi privati sul PIL cinese resta strutturalmente più bassa rispetto a qualunque economia avanzata segno evidente che la crescita non si traduce in potere d’acquisto reale per le famiglie.

In secondo luogo interi settori industriali vengono mantenuti artificialmente in vita attraverso il credito statale nonostante perdano sistematicamente denaro — una scelta motivata dall’intento di preservare quote di mercato globali e dipendenza estera dalle filiere cinesi anche a costo di sprechi considerevoli che potrebbero invece finanziare istruzione sanità o pensioni.

Inoltre la Cina usa controllo su materie prime critiche non per sostenere uno sviluppo interno indipendente ma come strumento ricatto influenza politica verso partner stranieri.

Infine, la repressione dei salari nei settori manifatturieri per lungo tempo serve come leva per mantenere i vantaggi competitivi di costo necessari a riempire i mercati esteri.

In questo schema, il “successo” cinese sui mercati internazionali non porta a un miglioramento automatico delle condizioni di vita della sua popolazione, ma piuttosto a un potenziamento geopolitico dello Stato-Partito.

La dipendenza che altri Paesi sviluppano dalle filiere produttive cinesi diventa uno strumento negoziale privilegiato nelle relazioni diplomatiche, abilitando il Partito comunista a esercitare pressioni strategiche, anche destabilizzando interi settori industriali esteri più che perseguire obiettivi commerciali tradizionali.

Questa lettura è confermata dagli squilibri interni mai risolti che affliggono la Cina e sono messi in luce da numerose evidenze. La crisi immobiliare strutturale ha eroso i risparmi di milioni di famiglie senza che si sia assistito a un significativo spostamento di risorse dallo sviluppo orientato all’export verso la stabilizzazione del benessere domestico.

Allo stesso modo, il sistema di welfare e pensionistico rimane largamente insufficiente rispetto alla vastità dell’economia; i sussidi pubblici continuano a confluire prioritariamente nei settori industriali strategici per l’export.

Il controllo statale pervasivo sulle imprese private più performanti conferma anche che la creazione di valore diffuso per il popolo non è mai stata priorità: ogni attore economico deve sottostare agli obiettivi dettati dal Partito.

Da questa prospettiva, il mercantilismo cinese non si configura come la storia di un popolo che cresce e si arricchisce grazie al commercio ma piuttosto come la narrazione di uno Stato che arma la propria ricchezza potenziale contro avversari globali utilizzandola come munizione in una competizione geopolitica su scala planetaria.

Continuare ad interpretare le mosse di Pechino con le categorie tradizionali del libero scambio e della competizione economica significa quindi fraintendere profondamente la natura del suo modello e di una strategia che è innanzitutto politica e strategica, solo secondariamente economica.

In definitiva, la sfida che ci pone oggi la Cina non è solo commerciale o economica ma geopolitica: si tratta di comprendere e contrastare un modello di sviluppo che sacrifica il benessere interno alla pretesa d’un dominio globale capace d’manipolare mercati catene forniture risorse critiche come strumenti pressione politica.

Solo così potremo costruire risposte adeguate a questa nuova fase della competizione internazionale evitando d’restare incantati da un’illusione dettata da categorie obsolete ch’non colgono l’portata reale d’sto accadendo.

Di Admin

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