Ecco il piano Atac tra colonnine, depositi e nebulizzatori futuristici

Ah, Roma, la città eterna, caput mundi… e ora anche capitale del bus elettrico… almeno sulla carta!

Con 411 mezzi super tecnologici acquistati a suon di milioni (ben 292, per essere precisi, circa mezzo milione a bus) ci si aspettava che la mobilità pubblica diventasse finalmente “green”, efficiente e moderna.

Invece?

Stop.

Sedie a rotelle.

Cioè, no, bus a spinta.

Perché quando arriva il caldo estremo, quelle batterie che dovrebbero essere il futuro della mobilità si sciolgono più facilmente del gelato al sole, riducendo l’autonomia reale del 30%.

Sì, avete capito bene: un terzo in meno di percorso, una bella gita forzata verso il deposito più vicino per una ricarica d’emergenza.

E il bello è che non si tratta solo di numeri freddi (anzi caldi).

Il caldo delle cabine degli autobus endotermici ha raggiunto punte da sauna tropicale, con temperature interne fra i 30 e i 35 gradi. Qualche malore tra gli autisti?

Pochi problemi, roba marginale, dice Atac.

Giusto per farvi capire: se vi cadete addormentati sulla metro, provate a immaginare di guidare un bus sotto una cupola infuocata senza aria condizionata.

Depositi, o campi di concentramento per bus stanchi

Poi c’è la logistica, quella buffa novella emersa durante l’ultima commissione Trasparenza.

Attualmente, i depositi elettrici sono presso Portonaccio, Grottarossa e Tor Sapienza.

Che poi, tradotto dal romanesco, vuol dire: tutti da una parte, quasi niente dall’altra.

Risultato?

I bus elettrici finiscono per fare chilometri a vuoto, come turisti persi nel traffico del centro, solo per arrivare a ricaricarsi o partire per il primo giro.

Un bel modo per risparmiare batteria, vero?

Già, perché il traffico romano è un altro capitolo a parte: rallentamenti continui, cantieri che spuntano come funghi dopo un temporale, scioperi improvvisi e incidenti quotidiani trasformano ogni corsa in un episodio di sopravvivenza urbana.

La velocità commerciale effettiva è inferiore a quella prevista dal contratto di servizio, quindi i consumi aumentano e l’autonomia diminuisce. L’equazione perfetta per rendere gloriosamente inefficiente il sistema.

Le mirabolanti soluzioni all’orizzonte

Ma non temete, il genio italico è già al lavoro!

Prima cosa: niente colonnine lungo i percorsi, troppo semplicistico.

Si pensa invece a nuovi depositi da elettrificare; Magliana è il nome in cima alla lista, perché si sa, se vuoi risolvere un problema di autonomia devi accorciare il cammino verso la ricarica.

E poi c’è il deposito Cilia, che diventerà un híbrido futuristico, con postazioni sia per l’idrogeno sia per l’elettrico, perché tanto il caos non basta mai.

E per dare un tocco di innovazione digitale, un software super evoluto verrà installato sui bus, a carico del fornitore perché noi siamo generosi, per ottimizzare i consumi e migliorare le prestazioni.

Magari riuscirà anche a farmi il caffè.

Infine, l’ultimo tocco da salotto oasi climatica: montare pannelli solari alle fermate per far funzionare nebulizzatori d’aria fresca.

Eh sì, perché se devi aspettare il bus che magari viene a piedi, perlomeno puoi goderti un microclima tropicale grazie all’acqua nebulizzata, che in città fa sempre comodo per non sciogliersi.

Conclusione?

Roma e i suoi bus elettrici, ovvero il sogno green che si scontra con il sole cocente, il traffico infinito e una serie di scelte infrastrutturali degne di una commedia tragicomica.

Ma niente paura, i depositi elettrificati, i software magici e i nebulizzatori solari stanno arrivando.

Nel frattempo, però, preparatevi a gustarvi qualche chilometro di “park and ride” a vuoto, perché anche l’ecologia a Roma la si deve sudare, letteralmente.

Di Admin

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