
Ieri, il semi-dittatore Recep Tayyip Erdogan ha pronunciato una dichiarazione che definire agghiacciante è un eufemismo: la storia turca non avrebbe mai conosciuto genocidi, stragi o colonialismo.
Non si è messo a ridere, né ha mostrato alcun segno di imbarazzo o consapevolezza storica.
Questa affermazione, fatta con sfrontatezza e in pompa magna, rappresenta una distorsione della verità che non può essere ignorata né sottovalutata.
La Turchia, erede diretta dell’Impero Ottomano, vanta un passato imperiale colmo di conquiste e oppressioni.
L’Impero Ottomano, infatti, non solo ha dominato vasti territori del Medio Oriente, del Nord Africa e della penisola balcanica, ma ha anche esercitato forme di colonialismo spietato, più volte documentate da storici indipendenti.
Non si tratta di una mera invettiva contro un’ideologia contemporanea, ma della realtà storica: l’occupazione e lo sfruttamento coloniale non sono esclusivi degli imperi europei.
È impossibile ignorare le atrocità commesse sotto la bandiera ottomana, come il genocidio degli Armeni, le persecuzioni degli Assiri e le stragi dei Greci del Ponto, eventi riconosciuti da numerosi governi e istituzioni internazionali come crimini contro l’umanità.
Eppure oggi, nel nome di un decolonialismo ridotto a slogan, assistiamo a un’operazione di cherry-picking storico che mira a dare tutta la colpa all’Europa, mentre si assolvono i torti ben più gravi compiuti da altri attori storici come l’Impero Ottomano.
Se il decolonialismo fosse un’analisi rigorosa della storia, dovrebbe confrontarsi in modo critico e onesto con tutti gli imperi e le loro eredità: l’Impero Mongolo, l’Impero Arabo, l’Impero Persiano, oltre ovviamente a quello Ottomano.

Invece, ciò che vediamo è una narrazione parziale e ideologizzata, al servizio di una propaganda che ha come unico scopo delegittimare l’Occidente senza alcuna reale volontà di confronto con la complessità storica.
Il vero decolonialismo dovrebbe essere uno strumento di verità e giustizia storica, capace di mettere in luce tutte le responsabilità, senza esclusioni di colpi.
Non può e non deve limitarsi a puntare il dito contro certe potenze mentre celebra o ignora le altre.
È proprio questa selettività ideologica che rende il discorso decoloniale oggi una grande presa in giro: si usa la storia come un’arma politica per legittimare chi contesta l’Occidente, anche quando questi stessi contestatori negano o minimizzano crimini storici di gravità pari o superiore.
Erdogan ne è un esempio lampante.
Può negare con arroganza il genocidio armeno, può rigettare con cieca ostinazione le stragi dei Greci del Ponto, può sminuire il ruolo coloniale dell’Impero Ottomano.
Lo fa perché dal suo pubblico vuole sentirsi raccontare una favola comoda, non vuole che la verità storica venga alla luce.
Ma noi, da osservatori critici e consapevoli, non possiamo accettare questa narrativa distorta.

Dobbiamo continuare a denunciare ogni forma di negazionismo e rifiutare qualsiasi strumentalizzazione ideologica della storia.
In conclusione, la storia non deve essere piegata a fini politici o propagandistici, soprattutto quando riguarda questioni di tale gravità morale e civile come genocidi e colonialismi.
Il nostro dovere, oggi più che mai, è quello di richiamare alla memoria tutte le vittime, di riconoscere ogni ingiustizia commessa e di costruire un dibattito storico fondato su fatti e prove, non su narrazioni parziali o interessate.
Solo così sarà possibile un vero confronto decoloniale, che sia garanzia di giustizia e non strumento di propaganda.
