
Elena di Troia non era nera e mai potrà esserlo.
È una verità che si fonda su solide basi storiche, letterarie e culturali, che nulla hanno a che fare con i dettami ideologici del cosiddetto “woke” che imperversa oggi in certi ambienti di Hollywood.
L’annuncio che Christopher Nolan ha scelto Lupita Nyong’o per interpretare Elena e sua sorella Clitennestra nella sua nuova “Odissea”, in uscita il 17 luglio in tutto il mondo, rappresenta l’ennesima forzatura imposta da un clima di moralismo sterile, che poco ha a che vedere con la giustizia sociale e molto con l’imposizione di un pensiero unico e ortodosso, incapace di rispettare le radici culturali e la verità storica.
Il “woke”, così come lo conosciamo, non è un movimento che cerca autentica uguaglianza o inclusione, ma una religione laica fatta di peccati, eresie, scomuniche e tribunali di opinione, dove ogni deviazione dal dogma è punita severamente.
Impone una riscrittura della storia che colpevolizza l’Occidente, cancella i meriti delle civiltà europee e riduce le identità a materiali intercambiabili, chiamando tutto questo “inclusione”.
Ma non è inclusione: è cancellazione.
Tornando alle fonti, Omero, padre della nostra tradizione epica, ci offre descrizioni precise e inequivocabili: nell’Iliade, Elena è definita dalle “bianche braccia” (λευκωλένῳ), un aggettivo composto da λευκός, che significa bianco, e ὠλένη, braccio.
Esiodo la descrive come ξανθὴν Ἑλένην, ossia dai capelli dorati.
Questo codice estetico greco è chiaro: Elena e sua sorella Clitennestra presentano caratteristiche mediterranee specifiche, con occhi scuri e capelli chiari, certo non africani.
Se Omero avesse voluto rappresentare Elena come una figura africana, avrebbe utilizzato facilmente strumenti mitologici e geografici noti all’epoca.
La presenza di Memnone, re degli Etiopi, che porta il suo esercito africano contro Troia, dimostra che gli antichi greci conoscevano e distinguevano l’Africa, ma non scelsero di associare Elena a questa origine.
Elena è figlia di Zeus e di Leda, cresciuta a Sparta, sposa di Menelao; è intrinsecamente legata alla cultura greco-spartana. Trasformarla in una figura africana o comunque fuori contesto storico significa abbandonare il genere storico per cadere nel fantasy per ignoranti.

Ma questa non è un’eccezione isolata: è una tendenza programmatica.
Basti pensare a Biancaneve, il cui nome significa letteralmente “bianca come la neve”, affidata dall’industria Disney a Rachel Zegler, giovane attrice di origini colombiane.
Il film ha addirittura riscritto la motivazione del nome: non più la carnagione candida dei Grimm, ma il ricordo di una tempesta di neve.
Il principe, poi, è stato dipinto come uno stalker, e il bacio che spezza l’incantesimo trasformato in un atto non consensuale su una donna in coma, soluzione che è stata “sanata” con un duetto musicale di consenso preventivo.
Il sacrificio più clamoroso sono stati i sette nani, sostituiti con creature CGI: per proteggerli, li hanno eliminati.
Il risultato?
Un disastro al botteghino del 2025, con una perdita stimata intorno ai 170 milioni di dollari.
Se il fantasy contemporaneo può permettersi queste licenze, la Storia vera è ancora più soggetta a revisionismi dissacranti.
Anna Bolena, regina d’Inghilterra decapitata nel 1536, documentata in numerosi ritratti dell’epoca, è diventata nera in una produzione cinematografica con Jodie Turner-Smith, che ha interpretato anche il fratello George, anch’egli nero.
La famiglia Tudor interamente africana?
Una forzatura definita con ragionieristica schiettezza dal personaggio cinematografico Fantozzi: “Una stronzata pazzesca.”
Anche Cleopatra, la celebre sovrana macedone-greca della dinastia tolemaica, è stata rappresentata come donna nera in un documentario Netflix, un’opera factual che ha dichiarato apertamente di aver fatto casting in modo “politico”.
Il governo egiziano, assieme all’archeologo Zahi Hawass, ha risposto ufficialmente: Cleopatra aveva “tratti ellenistici, pelle chiara” e definito il documentario “completely fake.
” Il pubblico, dal canto suo, ha bocciato il prodotto con un misero 2% di gradimento su Rotten Tomatoes. Una decisione che viene vista come la distruzione intenzionale di una figura storica, a favore di un’agenda politica.
Questi esempi sono solo alcuni tra i tanti. Bridgerton presenta un’aristocrazia multirazziale nella Londra della Reggenza, dove però la schiavitù era ancora legale.
The Gilded Age ritrae un farmacista nero laureato in New York nel 1880 – meno di vent’anni dopo la fine della schiavitù – con ancora servitù al suo servizio.
La Sirenetta danese diventa nera, gli Elfi di Tolkien pure, un rapper interpreta un bardo omerico perché, secondo Nolan, “la poesia orale è analoga al rap”. Non c’è un attore greco nel cast, anzi, forse qualche comparsa, ma nulla di più.
Il problema non è solo nel casting: si apre infatti una voragine di doppio standard.
Scarlett Johansson fu costretta a rinunciare a un ruolo perché avrebbe dovuto interpretare un transgender senza esserlo, e venne pesantemente criticata per aver recitato in Ghost in the Shell, un ruolo originariamente giapponese.
Dunque un’attrice bianca non può interpretare ruoli culturalmente distanti, mentre un’attrice nera può assumere ruoli storici europei che nulla hanno a che vedere con la sua origine.
La rappresentatività diventa sacra, ma solo in una direzione: la cultura europea merita solo di essere riscritta, deformata e umiliata sotto la scure di una narrazione ideologica che chi protesta definisce immediatamente razzista.
I greci contemporanei sono ben consapevoli della questione.
Su Greek City Times hanno scritto direttamente a Nolan: “Non siamo scomparsi dopo l’età del mito. Siamo ancora qui.”
Il deputato Papanikolaou ha addirittura chiesto come sia stato possibile concedere permessi di ripresa in Grecia senza neanche controllare il casting, sottolineando l’ignoranza e la mancanza di rispetto verso la loro cultura.
Ma il vero problema non è solo chi viene scelto per i ruoli, bensì ciò che queste scelte producono nella mente delle persone.
Nel 2013, la deputata grillina Tatiana Basilio condivise su Facebook un falso documentario americano sulle sirene, dicendo: “Prove schiaccianti, sei scienziati le hanno viste.” Una rappresentante della Repubblica che certifica l’esistenza delle sirene solo perché ha visto un video su internet.
Lo stesso meccanismo funziona ora con milioni di spettatori che vedranno il film di Nolan e crederanno che Elena fosse nera, senza mai aprire il terzo libro dell’Iliade o cercare un ritratto di Anna Bolena.
Non si tratta semplicemente di doppio standard o casuali errori di casting: è una riscrittura sistematica della memoria collettiva occidentale, condotta attraverso il mezzo più potente e influente dei nostri tempi, quello che ha più autorità dei libri di testo: lo schermo cinematografico e televisivo.
Chi controlla lo schermo controlla la storia, e chi controlla la storia controlla l’identità di un popolo.
Omero, quasi tremila anni fa, affidò la trasmissione dell’identità greca a un bardo cieco che cantava versi immortali.
Oggi Hollywood affida questa eredità a registi che spesso non sanno nemmeno leggere quei versi, eppure pretendono di riscrivere tutto secondo le logiche di una modernità politicamente corretta, ma culturalmente debole.
La differenza è che il bardo cieco vedeva più lontano, in senso vero e profondo, mentre oggi la visione sembra limitarsi alle luci sfavillanti del politically correct e alla voglia di omologare tutto e tutti in una narrazione artificiale e repressiva.
Occorre dunque recuperare senso critico e orgoglio culturale, difendere la verità storica e letteraria, e smettere di accettare passivamente la manipolazione ideologica che vuole cancellare le
