Quello che è fatto è fatto.

Non resta che aspettare.

Ai piani alti della Rai, dopo l’editto che ha bloccato le repliche di Report, un silenzio imposto avvolge ogni interlocutore.

I telefoni restano chiusi, gli uffici muti.

Ma qualche dirigente, forse annoiato dalla calura estiva e dal fragore dell’estate, cede alla tentazione del contatto rispondendo a qualche chiamata.

Ed è così che emergono ragionamenti che tracciano una linea netta tra quello che è stato appena fatto e quello che si profila all’orizzonte: «La sospensione delle repliche — confida uno di loro — era quel segnale che bisognava lanciare.

La vicenda man mano si dipana getta ombre inquietanti sulle fonti di Sigfrido Ranucci».

Poco importa fosse solo puntate già viste con la motivazione secca: «Se le vogliono rivedere le troveranno su RaiPlay».

Una sentenza senza appello cela però ben più d’un semplice invito all’attesa.

La partita si gioca più in profondità sotto il caldo torrido e la superficie liscia delle dichiarazioni ufficiali.

Alcuni dei dirigenti Rai attuali sono ex fedelissimi finiani uomini ed ex uomini che hanno fronteggiato Valter Lavitola ai tempi dello scandalo della casa di Montecarlo che costò la carriera a Gianfranco Fini.

Per loro chi si lega a faccendieri del calibro di Lavitola è nemico giurato.

Non è un dettaglio irrilevante; è un bivio morale e politico che definisce alleanze inimicizie e strategie all’interno d’un’azienda ch’è da anni vive sulla tensione tra informazione e potere.

Ecco perché non sorprende il fatto ch’alcu­no inviti a una pedissequa applicazione del Codice etico ai danni d Ranucci quasi fosse un contrappasso inevitabile: «Ha fatto la morale a tanti sulla base d’indizi discutibili o usando materiale borderline come la telefonata privata del ministro Gennaro Sangiuliano con sua moglie» riferisce un anonimo direttore «E poi con la scusa del libro ha condotto una campagna elettorale su tutte le altre reti aggirando le norme Rai».

Sono parole dure, raccontano di una Rai spaccata dilaniata dalle lotte interne in cui perfino il codice etico strumento pensato per garantire onestà e correttezza diventa arma politica.

Ma cosa significa veramente questo codificare e ricodificare le regole per Ranucci?

Quali sono i limiti entro cui la Rai può, o deve, intervenire?

Il dilemma è tutto qui. «Una cosa è arrivare all’assurdo di dimostrare che Ranucci si sia messo la bomba da solo; altra è che abbia semplicemente subito azioni orchestrate da Lavitola o, peggio ancora, che lo abbia frequentato» riflette un dirigente più moderato.

Nel primo caso, le conseguenze penali di una simulazione di reato potrebbero portare a un provvedimento drastico, dalla sospensione al licenziamento senza appello del conduttore e vicedirettore di Rai3.

Nel secondo caso, molto più sfumato, ci si trova davanti a dinamiche complesse che sfidano la capacità di definire confini tra sfera privata e professionale.

In cosa consiste infatti la tutela del “buon nome” della Rai se non c’è alcuna prova di dolo o azione illegale ma solo un rapporto di conoscenza con un personaggio controverso?

È legittimo mettere in discussione le fonti di un giornalista d’inchiesta?

O addirittura le sue frequentazioni personali?

In un contesto in cui la Rai viene costantemente accusata dalle opposizioni di epurare e censurare questa domanda assume i contorni di una trappola.

Qualche parola significativa è sfuggita maldestramente o consapevolmente al direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini.

Lo stesso Corsini che ha potuto vedere le puntate di Report «solo il giorno prima» della sospensione ha lasciato trapelare l’ipotesi che in autunno a condurre la trasmissione possa subentrare Giorgio Mottola braccio destro e scudiero di Ranucci.

Un segnale chiaro: la trasmissione resta intoccabile nella sua sostanza ma il timone potrebbe essere cambiato.

Corsini forse non a caso sembra quasi non vedere l’ora che arrivi quel momento.

Questa indiscrezione circola tra altri dirigenti come fossero testimonianze di un sistema che si muove nell’ombra preparandosi alla nuova stagione.

Chi è Sigfrido Ranucci ora dopo questa tempesta?

«Non credo — osserva un altro dirigente — che si sia messo una bomba da solo.

Ma comunque vada a finire, la sua immagine non sarà più quella di prima.

In Rai non potrà più fare il bello e il cattivo tempo».

Una sentenza che suona come un epitaffio per un giornalista che ha fatto dell’inchiesta e della denuncia il suo marchio di fabbrica ma si trova oggi accerchiato da dubbi sospetti e una crescente perdita di mojo istituzionale.

La storia di Report non è solo una questione interna alla Rai, né un semplice affare di opportunità o di persona.

È un riflesso che mostra la debolezza dell’informazione pubblica italiana, le lotte che passano dentro il servizio pubblico, e soprattutto i problemi di un sistema che deve gestire la complessità della verità senza perdere di vista la responsabilità e l’etica.

Certo, quello che è stato fatto è stato fatto.

Ma resta da capire cosa sarà di una televisione che, nonostante tutto, deve continuare a raccontare il paese anche nei momenti più bui.

E quale prezzo dovrà pagare chi ha osato andare troppo in profondità.

Di Admin

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