In Corea del Sud, la recente ondata di scioperi che ha coinvolto 35 mila lavoratori Hyundai rappresenta un segnale emblematico delle tensioni e delle sfide che l’avanzata tecnologica sta ponendo al mondo del lavoro.

Il motivo dello scontro è l’intenzione dell’azienda di schierare, entro il 2028, ben 25 mila robot umanoidi Atlas, prodotti da Boston Dynamics, società di cui Hyundai è proprietaria, all’interno dei propri stabilimenti, a partire dalla fabbrica della Georgia negli Stati Uniti.

Il costo di produzione di questi robot si è drasticamente ridotto: da una forbice iniziale di 130-150 mila dollari è arrivato a circa 30 mila dollari, ovvero quasi un quinto del valore precedente.

Questo dato assume un peso cruciale se paragonato al costo annuale di un lavoratore umano in molte aree industrializzate, che si avvicina o addirittura viene superato da quello di un singolo robot.

Non serve essere esperti di economia per intuire come si evolverà questa situazione: una macchina che costa meno di un operaio ha tutte le carte in regola per prendere il suo posto.

Eppure, nonostante i segnali siano chiari, continuiamo a sentir ripetere il mantra che “l’automazione crea posti di lavoro”.

Queste affermazioni appartengono spesso a chi non ha mai avuto esperienza diretta con una linea produttiva, né con i meccanismi di un bilancio industriale, né ha mai assistito a un robot incaricato di compiere un’attività che, in pochi secondi, azzera minuti di lavoro umano.

L’automazione, nella sua essenza più pura, genera lavoro soltanto per chi la progetta, la produce, la vende o la tratta nei media.

Per tutti gli altri, essa significa una cosa sola: efficienza, che tradotta nell’economia reale significa inevitabilmente meno operai, meno impiegati, meno persone occupate in attività manuali e ripetitive.

I politici e alcuni economisti si ostinano a ripetere che la tecnologia “libera l’uomo”.

Ma in quale senso?

Lo libera dal posto di lavoro, lo esclude dai processi produttivi, lo rende, in molti casi, superfluo.

Questa narrativa, spesso propagata per rassicurare o minimizzare un problema reale e crescente, risponde a tre motivazioni fondamentali: il 90% di ignoranza, un 5% di speranza e un altro 5% di consapevolezza senza tuttavia il coraggio di mettere in atto cambiamenti radicali che potrebbero ridisegnare la nostra società.

Il problema non è l’automazione in sé, che rappresenta un progresso tecnologico inevitabile e potenzialmente positivo.

Il problema è il modo in cui la stiamo gestendo, senza un adeguato piano di redistribuzione del lavoro, senza politiche di welfare che proteggano chi rimane indietro, senza investimenti nella formazione e nella riconversione professionale.

In assenza di tutto ciò, ci avviamo verso una società sempre più diseguale, dove la ricchezza prodotta dall’efficienza delle macchine sarà concentrata nelle mani di pochi, mentre milioni di lavoratori rischiano di essere espulsi dal mercato del lavoro.

Il caso Hyundai e i suoi robot Atlas sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno globale che riguarda tutte le industrie avanzate.

Se vogliamo evitare che l’automazione diventi sinonimo di disoccupazione di massa e tensioni sociali, occorre affrontare il tema con realismo, coraggio e lungimiranza, mettendo al centro le persone e non soltanto il profitto immediato.

In questo scenario, il dialogo tra imprese, lavoratori e istituzioni non può essere rinviato: deve trasformarsi in un progetto comune per ridefinire il rapporto tra uomo e tecnologia, garantendo dignità, lavoro e inclusione per tutti.

Di Admin

Rispondi

Scopri di più da Giornalesera.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere