Con il termine degrado definiamo quel passaggio da una condizione migliore a una peggiore con la perdita dell’idea di bene comune

Da decenni la nostra società, così come molte altre società occidentali, vive in uno stato di crescente caos e disordine.
Un’epoca malata, dominata da degrado, violenza e abbandono, fenomeni palesi ma che molti preferiscono ignorare o giustificare, alimentando così una rassegnazione passiva e un’omologazione inconsapevole che portano a un lento e inesorabile trapasso sociale e sociologico.
Questo mutamento profondo e pericoloso è sotto gli occhi di tutti, ma pare sfuggire a chi si ostina a non voler vedere o a banalizzare quanto accade.
La relazione fra individuo e contesto assume di conseguenza una forte correlazione, che oggi più che mai vive una profonda crisi dovuta alla variabile del degrado che ne caratterizza sempre più il contesto all’interno del quale le diverse dimensioni dell’essere dovrebbero prendere forma.
Il degrado si autoalimenta da solo, a farne le spese è il benessere del cittadino che abita quei luoghi.
Sono molti gli studi che riferiscono il drammatico aumento delle depressioni e delle psicosi nei grandi centri urbani, dove la fiducia verso il prossimo e il futuro lasciano sempre più spazio ad un malessere profondo di rabbia e delusione e dove gli atti di violenza riempiono le cronache quotidiane.

Uno degli aspetti più emblematici di questa crisi riguarda il fenomeno dell’immigrazione, ormai non solo incontrollata ma anche pianificata e gestita da gruppi di potere con l’obiettivo ultimo di destabilizzare il sistema democratico occidentale.
Le ONG, nate come organizzazioni umanitarie, sono divenute strumenti ramificati e penetranti di tale potere, finanziate e dirette dalla Tecno Unione Europea di banchieri apolidi che sponsorizzano una parte politica, prevalentemente di sinistra, utilizzando queste “taxi del mare” come mezzo per promuovere una destabilizzazione sociale e un incremento del consenso politico.
Il meccanismo è ormai consolidato: soggetti indesiderati, spesso maschi africani, vengono prelevati dai porti tunisini, algerini e libici direttamente dai trafficanti di esseri umani su mandato preciso, e imbarcati su queste ONG.
Non si tratta quindi di profughi veri e propri, ma di individui atletici e ben nutriti, con una missione chiara: generare caos e disordine.
Nonostante ciò, le forze armate italiane, come la Marina Militare, dispongono delle capacità necessarie per contrastare tali imbarcazioni, ma persistono vincoli legislativi e politici che impediscono un intervento deciso.
Le leggi attuali tutelano più gli immigrati che i cittadini europei; la magistratura spesso blocca i respingimenti, e non raramente molti magistrati stessi entrano in politica diventando parte attiva di questo sistema protetto da un ampio fronte mediatico mainstream.
Dietro questi eventi c’è una mano occulta, quella di gruppi di potere globalisti collegati ai centri finanziari internazionali, che tracciano un disegno preciso: indebolire e annullare l’Occidente per poterlo meglio governare.
Un’Europa pensante, acculturata, profondamente radicata nelle proprie tradizioni non può essere facilmente controllata e indottrinata.
Perciò si importa degrado e terzo mondo, per far diventare anche l’Occidente un luogo di confusione e decadenza morale.
La “Cancel Culture” non è un fenomeno casuale o una moda passeggera, bensì un piano politico cinico e perverso volto alla deculturazione e al conseguente annientamento della società occidentale attraverso un ricambio etnico continuo e pianificato.
Parallelamente, viene diffuso un messaggio deviato e martellante che enfatizza concetti come accoglienza, inclusione e integrazione in modo distorto, inducendo la società a tollerare silenziosamente un cambiamento radicale considerato “normale”.
Quando la dimensione dello spazio non coincide più con la vera esigenza innata di colui che lo abita, il cortocircuito ha inizio.
Il non riconoscersi all’interno di esso, significa non riconoscerlo come proprio e quindi anche non rispettarlo.

Chi osa opporsi a questo stato di cose viene stigmatizzato come estremista, xenofobo o fascista, esercitando così un controllo psicologico che impedisce ogni forma di critica reale.
Siamo dunque di fronte a una trasformazione voluta, organizzata e gestita da élite oscure che mirano a smantellare l’identità occidentale e a ridurre la nostra società a un insieme indistinto senza radici né valori, facilitando così un dominio globale incontestato.
Occorre allora aprire gli occhi, superare la rassegnazione e riscoprire il coraggio di difendere la nostra cultura e la nostra democrazia prima che siano irrimediabilmente compromesse.
Il degrado è il frutto di comportamenti disfunzionali che rispondono ad una serie di fenomeni politici, sociali e culturali, che se non interrotti dilagano nel territorio e nella coscienza di tutti noi.
Parlare di difesa dell’identità, della sovranità, della nostra cultura è un qualcosa di assoluto che va ben oltre la sterile contrapposizione ideologica.
E’ un’idea!
E’ messaggio sociologico, antropologico, spirituale.
Lo scontro è aperto e non possiamo permetterci di esserne semplici spettatori passivi.
