
Ho fatto i compiti.
Ho letto questo libro.
Le virgolette intorno alla parola “libro” non sono un refuso, ma una dichiarazione d’intenti: nella mia personalissima classifica degli oggetti cartacei capaci di trasformare il tempo in una risorsa sprecata, questo volume occupa un posto di rilievo.
È stato uno spreco di carta per l’editore e di tempo per la lettrice. Tempo sottratto a me stessa, ma anche a Colette e Otto, che hanno pazientemente aspettato che finissi di leggere.
Se qualcuno mi chiedesse una recensione, probabilmente mi appellerei al quinto emendamento.
Quello che segue, dunque, non è una recensione in senso stretto.
È un parere personale, forse persino un atto di autodifesa dopo l’esperienza della lettura.
Il libro, per come l’ho percepito, è il prodotto di un egomaniaco innamorato della propria immagine: un uomo che ama guardarsi allo specchio o sullo schermo e raccontarsi senza contraddittorio, con l’ammirazione che normalmente si riserva a un monumento o a un santino.
Il problema è che lo specchio e lo schermo non sembrano restituirgli ciò che realmente vedono, bensì soltanto le immagini che egli ha già costruito nella propria testa. Ranucci si rappresenta come il giornalista coraggioso, il combattente solitario, il difensore della verità, il custode di un’informazione libera e indipendente.
Ogni episodio narrato sembra orientato verso la medesima conclusione: lui aveva ragione, lui aveva capito prima degli altri, lui aveva visto ciò che gli altri non volevano vedere.
Il mondo appare come uno scenario popolato da incompetenti, conformisti, nemici, ingrati e persone incapaci di riconoscere la sua grandezza.
Il lettore, invece, viene convocato soprattutto come spettatore.
Non è invitato a ragionare insieme all’autore, né a mettere in discussione le sue ricostruzioni. Deve ascoltare, prendere atto, possibilmente ammirare.
Ogni pagina sembra dire: “Lascia che ti spieghi come stanno davvero le cose”.
E Ranucci ama spiegare. Ama spiegare tutto, soprattutto a chi non glielo ha chiesto.
## L’io come unico criterio di verità
La caratteristica più evidente del volume è la centralità assoluta dell’io narrante.
Non si tratta semplicemente di un memoir professionale, né di un’autobiografia giornalistica.
È un lungo autoritratto in cui ogni esperienza viene filtrata attraverso la necessità di confermare l’immagine che l’autore ha di sé.
Il giornalismo, le inchieste, i rapporti professionali, i conflitti, le difficoltà editoriali e persino gli episodi più delicati diventano materiali per una narrazione autocelebrativa.
Non sono raccontati perché possano aiutare il lettore a comprendere meglio un fatto, una vicenda o un contesto, ma perché contribuiscono a costruire il personaggio Ranucci: quello che resiste, quello che sa, quello che rischia, quello che non si piega.
Il risultato è soffocante.
Non c’è spazio per un vero contraddittorio, per un dubbio autentico, per un’autocritica che non sia soltanto strategica.
Le rare ammissioni di errore non sembrano aprire crepe nell’immagine dell’autore, ma servire piuttosto a renderla più credibile: persino quando sbaglia, egli resta il protagonista di una vicenda che conferma la sua eccezionalità.
Il lettore viene così privato di uno degli elementi fondamentali di qualsiasi narrazione giornalistica o autobiografica: la possibilità di valutare i fatti oltre il controllo dell’autore.
Tutto è già interpretato, pesato, ordinato e consegnato con la morale incorporata.

Non bisogna ricostruire, confrontare, interrogarsi.
Bisogna soltanto accettare la versione proposta.
## Il mansplaining come metodo narrativo
A questa impostazione si aggiunge un atteggiamento didascalico che definirei, senza particolari esitazioni, mansplaining.
Ranucci sembra rivolgersi al lettore dall’alto di una posizione di superiorità permanente.
Non racconta soltanto: istruisce.
Non argomenta soltanto: sentenzia.
Non ricostruisce: impartisce lezioni.
Il meccanismo è particolarmente fastidioso perché non appare limitato alla materia giornalistica.
È una postura generale, un modo di stare nel mondo e di presentarsi agli altri.
L’autore sembra persuaso di avere compreso cose che soltanto lui ha compreso davvero e di possedere strumenti interpretativi che il pubblico, da solo, non sarebbe in grado di utilizzare.
Il problema non è che un giornalista spieghi. Spiegare è una parte essenziale del giornalismo.
Il problema è spiegare senza lasciare spazio alla complessità, alla pluralità delle prospettive e all’intelligenza del destinatario. Un buon divulgatore rende il lettore più autonomo; qui, invece, si ha l’impressione che l’obiettivo sia renderlo dipendente dalla voce dell’autore.
Ranucci non sembra dire: “Ecco gli elementi, proviamo a ragionare insieme”.
Sembra dire: “Ecco la verità, e ora ti spiego perché non eri in grado di vederla”.
È una differenza sostanziale, e nel libro si avverte in ogni capitolo.
## Gli episodi riguardanti le donne
Particolarmente problematico è il modo in cui vengono raccontati alcuni episodi relativi ai rapporti professionali e sessuali dell’autore con una stagista di *Report* e con una fonte della trasmissione.
Non intendo qui ripercorrere nei dettagli le vicende, ma è impossibile ignorare il disagio che producono.
Il punto non è soltanto ciò che viene narrato, bensì il modo in cui viene narrato.
Episodi che avrebbero richiesto cautela, consapevolezza, senso della responsabilità e forse anche autentico rimorso vengono invece presentati all’interno della consueta cornice autoassolutoria. L’autore continua a occupare il centro della scena e il lettore è invitato, ancora una volta, a osservare il personaggio mentre giustifica, interpreta e ridimensiona ciò che è accaduto.
Quando le critiche sono arrivate, Ranucci avrebbe risposto sostenendo che il pubblico non sarebbe in grado di distinguere le parti “romanzate” del libro.
È un’argomentazione che, se non ci fosse da arrabbiarsi, sarebbe quasi comica.
Che cosa significa, esattamente, “romanzato” quando si raccontano rapporti professionali, dinamiche di potere e vicende che coinvolgono persone riconoscibili?
La definizione non può diventare un lasciapassare per sottrarsi alle responsabilità di ciò che si è scritto.
Se un autore sceglie di presentare episodi reali attraverso una forma narrativa, deve comunque assumersi il peso delle conseguenze.
Non può pretendere di beneficiare contemporaneamente dell’autorevolezza del racconto vero e della libertà del racconto inventato, scegliendo di volta in volta la categoria più conveniente. La romanzizzazione non cancella gli squilibri di potere, non rende meno gravi i comportamenti descritti e non impedisce al lettore di interrogarsi sul significato di ciò che legge.
Inoltre, il modo in cui le donne compaiono nel libro conferma, a mio avviso, un atteggiamento profondamente problematico.
Non sembrano soggetti pienamente autonomi, portatrici di una propria voce e di una propria interpretazione degli eventi, ma figure funzionali alla narrazione dell’autore: testimoni, interlocutrici, fonti, oggetti di desiderio, elementi di una vicenda in cui la prospettiva decisiva resta sempre quella maschile e autoriale.
## Un italiano faticoso e una revisione insufficiente
Sul piano stilistico, il libro è scritto in un italiano brutto.
Non necessariamente scorretto in ogni riga, ma spesso faticoso, approssimativo, sgraziato.
Si avvertono la formazione televisiva, l’abitudine al linguaggio orale e una certa difficoltà nel trasformare il flusso del parlato in prosa leggibile.
Questo, naturalmente, potrebbe essere soltanto un tratto stilistico. Non tutti i giornalisti devono essere grandi scrittori, e un testo autobiografico può anche conservare una certa immediatezza colloquiale.
Qui, però, non si tratta di immediatezza.
Si tratta spesso di una prosa poco sorvegliata, piena di passaggi involuti, ripetizioni, anacoluti e formulazioni che avrebbero avuto bisogno di un intervento editoriale deciso.
A parziale scusante dell’autore si potrebbe osservare che Ranucci si è formato
