Si riparte il 4 settembre e due settimane dopo appuntamento con il derby d’Italia

Il 4 settembre, all’Ippodromo delle Capannelle, torneranno a correre i cavalli.

Non è una notizia da poco, anche se per anni l’ippica romana è sembrata impegnata in una gara diversa: quella a ostacoli, con partenza incerta, percorso accidentato e arrivo rimandato a data da destinarsi.

Dopo contenziosi, polemiche, annunci, rinvii e una gestione finita al centro di una vicenda milionaria, Capannelle riapre i cancelli.

E già questa, nella Capitale, può essere considerata una prestazione sportiva di livello internazionale.

Non sappiamo ancora chi vincerà la prima corsa, ma il primo premio per la perseveranza lo assegnamo senza esitazione all’ippodromo: è riuscito a sopravvivere alla burocrazia, alle crisi, ai ricorsi e alla caratteristica romana per cui ogni soluzione definitiva tende a trasformarsi in una nuova stagione della serie “ne riparliamo”.

Più che una riapertura, dunque, è una rinascita.

Un pezzo di cuore, e forse anche di memoria, che torna a battere.

A Roma, naturalmente, il cuore non batte mai in modo lineare: ogni tanto si ferma davanti a un semaforo, prende una buca, discute con un motorino e poi riparte.

Ma l’importante è che riparta.

Capannelle, dove correva anche la memoria

Per chi comincia ad avere qualche capello bianco — o per chi li ha già sostituiti con una rispettabile superficie riflettente — Capannelle non è soltanto un ippodromo.

È un luogo dell’anima, uno di quegli spazi in cui la città si riconosce prima ancora di capire esattamente perché.

Ci sono luoghi che appartengono alla geografia e altri che appartengono alla memoria.

Capannelle appartiene a entrambe, che a Roma è già un mezzo miracolo.

Si trova in una zona precisa della città, ma soprattutto in una Roma precisa: quella del tranvetto, delle domeniche fuori porta, dei carretti carichi di vino, del caffè dell’Ottocento e dei filetti di baccalà della sora Mimma.

Una Roma in cui andare alle corse non significava soltanto scegliere un cavallo, studiare una quota o affidarsi alla benevolenza degli astri.

Significava uscire di casa, incontrare gente, vestirsi magari un po’ meglio del solito, vivere un rito collettivo.

E naturalmente perdere con grande dignità, sostenendo che il cavallo era stato ostacolato, il fantino aveva sbagliato tattica e la pista non era quella giusta.

La responsabilità, insomma, era sempre altrove.

Tranne che nel portafoglio, che tendeva a essere molto più obiettivo.

Il tranvetto accompagnava i romani verso una giornata sospesa tra sport, spettacolo e gastronomia.

Il viaggio faceva già parte dell’esperienza.

Non era un semplice trasferimento: era una processione laica verso il luogo in cui speranza e statistica si sarebbero affrontate senza esclusione di colpi.

A bordo si parlava di cavalli, naturalmente.

Ma anche di politica, calcio, vicini di casa, parenti acquisiti e malanni stagionali.

Il cavallo era spesso il pretesto, come il derby o il pranzo della domenica.

La vera gara si disputava nelle conversazioni: chi ne sapeva di più, chi aveva “l’informazione sicura”, chi conosceva il cugino di un amico che lavorava in scuderia.

Tutti avevano un metodo.

Nessuno aveva mai perso davvero: al massimo aveva investito male, che è una forma più elegante e psicologicamente sostenibile di dire la stessa cosa.

La Regina Elisabetta e la nobiltà delle corse

Capannelle ha conosciuto anche la visita della Regina Elisabetta.

Durante la sua prima visita ufficiale in Italia come Capo di Stato, il 4 maggio del 1961 volle essere presente alle Capannelle dove in quei giorni si disputava il Derby.

Una presenza che aggiungeva all’ippodromo una dose di solennità internazionale, sempre che la solennità riesca a convivere con il vociare delle tribune, i pronostici gridati e il tradizionale spettatore convinto di aver capito tutto dopo aver guardato il cavallo per tre secondi.

Sua Maestà apparteneva a un mondo in cui i cavalli erano tradizione, prestigio, cultura e disciplina.

Il pubblico romano li guardava con un approccio forse meno istituzionale e più personale.

Il cavallo non era solo un atleta: era un parente lontano, un complice, un possibile benefattore.

Se vinceva, veniva promosso immediatamente a genio assoluto.

Se perdeva, diventava un animale sopravvalutato, mal consigliato e privo di riconoscenza.

In fondo, era questa la forza delle corse: riuscire a mettere insieme la monarchia britannica e il bar di quartiere, il rito elegante e la battuta, la tradizione e la scaramanzia.

Capannelle non chiedeva ai suoi visitatori di essere uguali.

Chiedeva soltanto di avere un’opinione sul favorito, possibilmente diversa da quella del vicino.

Mandrake, Er Pomata e l’Italia in pista

Poi c’è Febbre da Cavallo.

E qui la memoria non ha bisogno di fotografie: basta una frase, un’espressione, una smorfia. Mandrake, Er Pomata, l’Avvocato De Marchis.

Personaggi comici, certo, ma anche straordinariamente veri.

Macchiette, ma fino a un certo punto.

Perché dietro l’ironia c’era uno specchio dell’Italia, con le sue ingenuità, le sue furbizie, i suoi sogni di svolta e la capacità di trasformare una perdita in un racconto epico.

Mandrake non era soltanto un giocatore.

Era l’uomo che cercava la combinazione perfetta, il colpo capace di cambiare la vita, la giocata che avrebbe rimesso tutto a posto.

Un’aspirazione nazionale, se ci pensiamo bene.

In Italia abbiamo sempre avuto una certa familiarità con l’idea che il problema possa essere risolto da un’intuizione geniale, da un amico competente o da una schedina miracolosa.

Quando nessuna delle tre possibilità si verifica, si dà la colpa al destino, che per fortuna non può querelare.

Er Pomata, invece, rappresentava l’arte della sicurezza ostentata.

Quello che sa sempre tutto, anche quando non sa nulla.

Il professionista del “te lo dicevo io”, pronunciato con assoluta convinzione sia prima sia dopo l’evento, secondo un talento retroattivo che meriterebbe una cattedra universitaria.

L’Avvocato De Marchis completava il quadro con la sua rispettabilità compromessa, il linguaggio solenne e la progressiva discesa in una realtà molto meno nobile di quella che avrebbe voluto mostrare.

Insieme, questi personaggi raccontavano un’Italia che scommetteva sui cavalli, ma anche su se stessa.

Un’Italia che cercava scorciatoie, che si arrangiava, che rideva delle proprie disavventure prima che lo facessero gli altri.

Quando al primo start tornerà a risuonare il rumore degli zoccoli, sarà inevitabile pensare a loro.

Non perché il mondo sia rimasto identico.

Al contrario: è cambiato tutto.

Ma certe figure restano perché appartengono a una categoria più resistente del cemento armato: la memoria collettiva.

La febbre è cambiata

La Febbre da Cavallo di oggi non è quella di ieri.

E non soltanto perché i pantaloni sono cambiati, i telefoni hanno sostituito i gettoni e nessuno, ormai, può nascondere una perdita dietro la frase “non avevo spicci”.

È cambiato il modo di scommettere, di informarsi, di consumare lo sport.

La tecnologia ha accelerato tutto: le quote sono a portata di mano, i risultati arrivano in tempo reale, le statistiche occupano lo spazio che un tempo era riservato al fiuto.

Oggi il pronostico può essere studiato attraverso dati, algoritmi, precedenti, condizioni della pista, forma del cavallo e decine di altri elementi.

Poi il cavallo parte e fa quello che vuole.

La modernità ha portato strumenti sofisticati, ma non ha eliminato l’ingrediente principale delle corse: l’imprevisto.

Si può analizzare tutto, calcolare tutto, incrociare ogni informazione disponibile.

Ma alla fine resta sempre quel margine misterioso per cui il favorito si comporta come se avesse un appuntamento urgente dall’altra parte della città e l’outsider, dato per spacciato, decide di diventare un campione proprio quel giorno.

La febbre, inoltre, ha cambiato temperatura.

Il pubblico non è più quello di una volta, le abitudini sono diverse, l’ippica deve confrontarsi con una concorrenza enorme nel mondo dello spettacolo e dello sport.

Di Admin

Rispondi

Scopri di più da Giornalesera.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere