Ah, l’opposizione di sinistra!

Quella mitica entità politica che, secondo molti osservatori imparziali – come il barista sotto casa, l’amico del calcetto e quel cugino che crede di sapere tutto di politica –, si limita a dire “NO” a qualsiasi proposta esca dalla bocca della maggioranza.

Una posizione tanto semplice quanto efficace: una vera arte dell’opposizione.

Sì, perché, diciamocelo pure, il dibattito pubblico si è ridotto a questo.

L’opposizione non ha bisogno di essere creativa, né tantomeno di proporre un progetto alternativo: basta un buon “NO” pronunciato con tono indignato, e il gioco è fatto.

Chi ha bisogno di proposte complesse, di idee innovative o di un piano d’azione dettagliato? Questi sono solo accessori inutili per chi vuole conquistare consensi.

In realtà, il consenso elettorale, quella bestia sfuggente e capricciosa, non premia certo le belle parole o le grandi riforme annunciate.

No, il vero metro di successo dell’opposizione è – udite udite – la quantità di “NO” sputati contro il governo di turno.

Più sono ripetuti, più profondi, più pieni di sdegno e sarcasmo, maggiore è il gradimento tra gli elettori di quell’opposizione. Perché in fondo, che cos’è la politica se non una gigantesca partita a chi sa dire “NO” meglio e con più convinzione?

E per carità, questa regola non vale solo per i paladini della sinistra radicale, no no!

Anche il centrodestra – sì, quel gruppo politico che ogni tanto si definisce moderato ma passa ore a urlare in aula – segue alla lettera questa ricetta vincente.

Anche loro, specialisti nel dire “NO”, riescono a tenersi stretti i propri elettori come un abbraccio soffocante.

Ma, attenzione, non fraintendetemi: questi “NO” non sono immutabili.

C’è un momento magico, quasi mistico, in cui l’opposizione deve trasformarsi in maggioranza, quel miracoloso istante in cui tutti i “NO” finiscono per convertisti in “SÌ”.

È come vedere un unicorno attraversare la stanza: raro, meraviglioso e assolutamente necessario, perché governare significa esattamente questo, prendere quelle stesse proposte che prima si rifiutavano categoricamente e farle proprie.

Certo, ci sono le eccezioni di rito: quei momenti solenni in cui si vota compatto su questioni di importanza nazionale o internazionale.

Ma sappiatelo, cari amici, sono solo momenti di tregua, piccole pause nella guerra degli “NO”. Insomma, la maggioranza sogna un’opposizione “responsabile”, quella che collabori, che proponga alternative costruttive e che magari, per una volta, dica “SÌ” con un sorriso.

Ma gli elettori dell’opposizione? Ah, loro vogliono l’opposto: vogliono il guerriero implacabile del “NO”, quello che si erge come baluardo inespugnabile contro ogni proposta governativa, anche solo per il gusto di opporsi.

Quindi, quando un governo annuncia con orgoglio che la sua opposizione è “responsabile”, sappiate che sta in realtà ammettendo di avere un’opposizione che piace troppo a lui, troppo poco ai suoi avversari (e ai rispettivi elettori).

E questo, ovviamente, è il più grande dei peccati politici.

In conclusione, il gioco è chiaro: se vuoi fare opposizione devi imparare l’arte del “NO”.

Puoi anche fabbricare mille proposte alternative, stilare dieci programmi strutturati, ma se non sai cliccare il tasto “NO” in modo convincente, sei fuori dai giochi.

E tanto vale alzarti dal divano e andare a coltivare pomodori nell’orto di famiglia.

E così va il mondo, tra un “NO” gridato e un altro “NO” sussurrato, mentre i politici si danno battaglia a colpi di opposizione senza alcuna intenzione reale di costruire qualcosa insieme.

Perché – diciamolo pure – un “NO” ben piazzato è più efficace di mille “SÌ” tiepidi.

E allora, viva l’opposizione che sa dire solo “NO”.

Perché nel teatrino della politica, nulla è più divertente di un bravo oppositore incazzato.

Di Admin

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