Il caso che coinvolge Sigfrido Ranucci e Angela Camuso è diventato un clamoroso banco di prova per la credibilità e la responsabilità morale non solo degli individui direttamente coinvolti, ma anche delle istituzioni e del tessuto politico e culturale che dovrebbe tutelare la verità e la giustizia.

È incomprensibile e francamente inaccettabile il mutismo dell’Ordine dei giornalisti, organismo che dovrebbe garantire l’etica professionale e la trasparenza nel mondo dell’informazione, di fronte a accuse così gravi.

L’assenza di una presa di posizione ufficiale, chiara ed energica rappresenta non solo un atto di omissione, ma anche un segnale inquietante di protezionismo e di disinteresse verso i diritti di chi denuncia abusi sul posto di lavoro.

Angela Camuso ha pubblicamente denunciato un comportamento inappropriato da parte di Ranucci, accusandolo di averle rivolto avances mentre lei cercava un’opportunità professionale. Si tratta di accuse pesantissime, da non sottovalutare né ignorare.

La risposta difensiva di Ranucci non può bastare a far svanire i sospetti né a giustificare il silenzio imbarazzato dell’Ordine.

In un sistema democratico e giusto, quando si sollevano dubbi così consistenti sulla condotta di un professionista, è dovere dell’istituzione di categoria avviare immediatamente un procedimento interno, ascoltare tutte le parti coinvolte, verificare le prove e prendere decisioni adeguate alla luce dei fatti.

Solo così si tutela la dignità della professione giornalistica e si assicura un giusto equilibrio tra diritto alla difesa e tutela delle vittime.

La decisione della Rai di sospendere Ranucci dalla conduzione del programma testimonia un minimo di attenzione alla gravità della vicenda e all’esigenza di preservare la credibilità del servizio pubblico.

Tuttavia, questa scelta non può sostituirsi al ruolo dell’Ordine dei giornalisti, chiamato a vigilare con rigore e indipendenza. La domanda che tutti ci poniamo è: cosa sta aspettando questa istituzione?

Perché un procedimento disciplinare non è stato ancora aperto?

Perché non si valuta almeno una sospensione cautelare in attesa di chiarimenti?

Sono quesiti che pesano come macigni sull’intera categoria, particolarmente ora che la fiducia nell’informazione sembra più fragile che mai.

Ancora più sconcertante è la latitanza delle cosiddette femministe da salotto, quelle voci che normalmente si ergono a paladine delle cause delle donne con clamore mediatico e mobilitazioni plateali.

Dove sono finite ora che una donna denuncia umiliazioni e molestie proprio mentre cerca di affermarsi professionalmente?

Forse la solidità della loro indignazione era legata esclusivamente allo schieramento politico dell’accusato, e non a un sincero impegno per la tutela dei diritti delle donne in ogni contesto e situazione.

Questa scomparsa improvvisa, questo silenzio calcolato tradiscono un doppio standard che mina la credibilità stessa dei movimenti femministi contemporanei.

Parallelamente, non si può non notare la complicità tacita degli “ortolani” del campo largo, quei gruppi e intellettuali che abitualmente dettano l’agenda dell’indignazione politica e sociale.

Anche loro sembrano paralizzati, incapaci o indisponibili a esprimere solidarietà ad Angela Camuso o a richiedere maggiore trasparenza nelle indagini.

Il loro silenzio suggerisce una verità scomoda: la loro indignazione è spesso strumentale, usata come arma contro gli avversari politici e non come autentica difesa di principi universali.

Se l’accusato fosse stato un giornalista vicino al centrodestra, probabilmente staremmo già assistendo a uno spettacolo di accuse e censure pubbliche senza precedenti.

Ma siccome si tratta di Ranucci, figura di riferimento dell’area progressista, ecco che cala il sipario sul dibattito.

Questa situazione mette in luce uno dei mali più radicati della sinistra militante: l’indignazione selettiva, la solidarietà a comando e un garantismo applicato a geometria variabile, a seconda dell’appartenenza politica.

È un’ipocrisia che umilia sia le vittime reali che il concetto stesso di giustizia, trasformandolo in un semplice strumento di propaganda e lotta faziosa.

Non si tratta più di sostenere valori come la dignità, la tutela delle donne o la correttezza, bensì di applicare tali valori solo quando conviene strategicamente.

Questo mercimonio morale è intollerabile e mina alle fondamenta la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni. Da cittadini e osservatori consapevoli, non pretendiamo condanne senza un regolare processo e senza le opportune verifiche.

La richiesta è legittima e semplice: chiediamo verità, trasparenza, accertamenti rigorosi e responsabilità da parte di tutti gli attori coinvolti.

Ranucci deve chiarire nei minimi dettagli quanto accaduto e collaborare pienamente con le indagini, mentre l’Ordine dei giornalisti non può più permettersi di rimanere immobile o di agire con lentezza ingiustificata.

Deve finalmente assolvere al suo compito di garante dell’etica professionale, dimostrando che non esistono iscritte o iscritti “intoccabili” e che il prestigio di un nome non giustifica alcuna forma di impunità.

La lezione più dolorosa e sgradevole che trae questa vicenda è forse proprio il contrasto tra le parole altisonanti di chi solitamente si erge a custode della morale pubblica e l’assordante silenzio di fronte a una denuncia così grave.

Se determinati soggetti e forze politiche vogliono continuare a parlare di dignità, giustizia e tutela, devono dimostrare con i fatti e con la coerenza che questi princìpi valgono sempre, in ogni circostanza.

Altrimenti non restano che parole vuote, ipocrisia evidente e miserabile propaganda.

In conclusione, il caso Ranucci è una verifica importante per le istituzioni, per la politica e per la società civile.

Il bivio è chiaro: o si affronta la questione con serietà, indipendenza e trasparenza, oppure si peggiora ulteriormente la crisi di fiducia che oggi avvolge il mondo dell’informazione e della politica.

La responsabilità è di tutti, a partire dall’Ordine dei giornalisti, dalla Rai, dai movimenti femministi e dalle forze politiche.

E soprattutto, è dovere di ognuno di noi chiedere che la giustizia venga esercitata senza favoritismi o silenzi compiacenti, affinché la verità possa finalmente emergere e dare dignità alle persone coinvolte e al nostro sistema democratico.

Di Admin

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