#  l’attualità critica di K. Popper

L’osservazione attribuita ad Angela Merkel sul rapporto tra Illuminismo, fatti ed emozioni tocca uno dei nervi scoperti delle democrazie contemporanee.

L’idea secondo cui il progresso moderno consista, almeno in parte, nella capacità della collettività di concordare sui fatti appare oggi tutt’altro che scontata.

Al contrario, essa sembra minacciata dalla frammentazione dello spazio pubblico, dalla diffusione di informazioni false o manipolate, dalla polarizzazione politica e dalla crescente trasformazione della politica in una gara tra identità, paure e risentimenti.

La questione, tuttavia, merita di essere affrontata con cautela. Dire che la democrazia ha bisogno di fatti condivisi non significa sostenere che esista una società completamente priva di conflitti interpretativi, né che la scienza possa fornire automaticamente risposte politiche.

Significa piuttosto riconoscere che nessuna discussione razionale è possibile se le parti non condividono almeno alcune procedure per stabilire che cosa sia accaduto, quali siano i dati rilevanti e quali conseguenze producano determinate decisioni. Senza questo terreno comune, il dissenso non è più un confronto tra proposte, ma una contrapposizione tra mondi incomunicabili.

È in questo senso che il richiamo a Karl Popper è particolarmente interessante.

La sua difesa della società aperta, della razionalità critica e dell’“ingegneria sociale a spizzico” offre ancora strumenti importanti per comprendere il presente.

Al tempo stesso, alcune sue interpretazioni storiche, in particolare la lettura del rapporto tra Hegel, Marx e il totalitarismo, devono essere sottoposte a una valutazione critica.

Popper è stato un grande avversario delle pretese assolute della filosofia della storia, ma talvolta la sua polemica tende a semplificare autori e tradizioni molto più complessi.

## Il terreno comune dei fatti

La frase di Merkel coglie un elemento fondamentale del progetto illuminista: la convinzione che gli esseri umani, attraverso la ragione, l’esperienza, il confronto pubblico e la verifica, possano costruire una conoscenza condivisa.

Questo non implica che tutti debbano pensarla allo stesso modo.

Al contrario, l’Illuminismo presuppone il conflitto delle opinioni, purché il conflitto resti ancorato a procedure pubbliche di discussione e controllo.

La democrazia non richiede l’unanimità sui valori. I cittadini possono avere concezioni diverse della giustizia, della libertà, dell’uguaglianza, della famiglia, della nazione o del ruolo dello Stato.

Richiede però una convergenza minima sui fatti.

Se si discute di disoccupazione, inflazione, immigrazione, cambiamento climatico o criminalità, è indispensabile poter stabilire, almeno approssimativamente, quali siano i dati.

Le diverse forze politiche possono interpretare quei dati in modi differenti e proporre rimedi opposti; non possono però negare indefinitamente la realtà empirica senza distruggere la possibilità stessa del confronto.

Qui emerge la differenza tra opinione e fatto.

Le opinioni sono inevitabilmente plurali; i fatti, pur non essendo mai conosciuti in modo perfetto, sono sottoposti a procedure di verifica.

Questa distinzione non elimina il problema dell’interpretazione. Anche i dati vengono selezionati, classificati e inseriti in narrazioni. Ma non tutte le narrazioni hanno lo stesso valore.

Una teoria può essere più coerente, più aderente all’evidenza e più capace di prevedere conseguenze rispetto a un’altra.

Il problema contemporaneo non è semplicemente che esistano “troppe emozioni”.

Le emozioni fanno parte della vita politica e non possono essere cancellate.

La paura, la speranza, l’indignazione e il senso di appartenenza hanno sempre avuto un ruolo nella formazione delle comunità politiche.

Una democrazia puramente tecnocratica, che pretendesse di sostituire ogni conflitto con dati e formule, sarebbe probabilmente non solo irrealistica, ma anche indesiderabile. Il problema nasce quando le emozioni diventano impermeabili ai fatti.

Una paura può essere legittima; ma se rifiuta sistematicamente ogni informazione capace di ridimensionarla, si trasforma in pregiudizio. Un sentimento di ingiustizia può essere politicamente fecondo; ma se non accetta alcuna distinzione tra responsabilità individuali, cause strutturali e dati verificabili, diventa facilmente uno strumento di manipolazione.

La politica non deve espellere le emozioni: deve impedire che esse si presentino come sostituti della realtà.

## Populismo e tribalizzazione del discorso pubblico

L’ascesa di partiti populisti in Europa può essere letta anche attraverso questa trasformazione del dibattito pubblico.

Il populismo non è necessariamente una dottrina politica coerente.

È piuttosto uno stile o una logica politica che divide la società in due blocchi contrapposti: da una parte “il popolo autentico”, dall’altra le élite, i tecnocrati, i media, gli esperti o gli stranieri.

In questa struttura, il popolo viene rappresentato come moralmente omogeneo e dotato di una volontà univoca.

Questa semplificazione è potente perché risponde a bisogni reali.

Molti cittadini sperimentano insicurezza economica, perdita di status, precarietà, isolamento sociale e sfiducia nelle istituzioni. Se i partiti tradizionali ignorano tali esperienze o le trattano con un linguaggio esclusivamente tecnico, lasciano uno spazio enorme a chi promette risposte immediate e identitarie.

Sarebbe però un errore ridurre il populismo alla semplice irrazionalità delle masse.

Il successo dei partiti populisti non nasce soltanto da campagne di disinformazione.

È alimentato anche da fallimenti reali delle istituzioni liberali: disuguaglianze crescenti, processi decisionali percepiti come opachi, distanza tra cittadini ed élite, incapacità di governare alcuni effetti della globalizzazione e gestione spesso contraddittoria delle crisi.

La difesa dei fatti, dunque, non può diventare un modo per delegittimare ogni protesta popolare.

Dire a una parte della società che è “ignorante”, “arretrata” o “vittima di emozioni” non risolve i problemi che hanno generato il suo risentimento.

La razionalità democratica deve essere anche capace di ascoltare le esperienze sociali che stanno dietro alle reazioni politiche, senza trasformarle automaticamente in verità incontestabili.

Qui si trova una tensione essenziale: le emozioni devono essere ascoltate, ma non devono avere l’ultima parola sui fatti; gli esperti devono essere consultati, ma non devono diventare un’aristocrazia incontrollabile; il popolo deve partecipare alle decisioni, ma la maggioranza non può essere autorizzata a ignorare ogni vincolo costituzionale, scientifico o empirico.

## Popper contro lo storicismo

La critica popperiana allo storicismo rappresenta uno dei contributi più importanti del suo pensiero.

In *La società aperta e i suoi nemici*,

Popper attacca l’idea che la storia umana obbedisca a leggi necessarie capaci di consentire predizioni politiche di lungo periodo.

Secondo questa visione, il futuro sarebbe inscritto nella dinamica interna della società: le contraddizioni economiche, i conflitti di classe o le trasformazioni produttive condurrebbero inevitabilmente a determinati esiti.

Popper contesta questa concezione per diverse ragioni.

Anzitutto, la conoscenza futura non è disponibile nel presente.

Le nostre decisioni dipendono anche da ciò che impareremo, dalle innovazioni che verranno prodotte e dalle scoperte ancora imprevedibili.

Inoltre, la storia dipende dalle azioni umane, e le azioni umane cambiano quando gli individui acquisiscono nuove conoscenze.

Non esiste quindi un osservatore esterno capace di prevedere l’intero corso storico come un astronomo prevede il movimento di un pianeta.

Questo argomento conserva una grande forza. Le ideologie politiche diventano pericolose quando trasformano ipotesi storiche in necessità metafisiche. Se una classe, un partito o uno Stato ritiene di conoscere il senso inevitabile della storia, ogni opposizione può essere descritta come un ostacolo da eliminare. Il dissenso non appare più come una componente normale della politica, ma come un errore, un tradimento o una patologia.

La società aperta nasce invece dal riconoscimento della fallibilità. Nessuna istituzione possiede una conoscenza definitiva del bene comune.

Le politiche devono poter essere criticate, corrette e, quando necessario, abbandonate.

Il potere deve essere organizzato in modo tale che i governanti possano essere rimossi senza violenza.

Questa, per Popper, è una delle domande fondamentali della politica: non “chi deve governare?”, come se esistesse un gruppo naturalmente sapiente, ma “come

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