
In prima serata, su Rai 3, arriva **_Vermiglio_**, il film del 2024 diretto da **Maura Delpero**, un’opera di straordinario valore umano e cinematografico.
Chi ha avuto la possibilità di vederlo al cinema ne ha colto immediatamente la forza: è un film bellissimo, intenso, poetico, pittorico, capace di raccontare una piccola comunità e, attraverso di essa, interrogarsi sulla guerra, sulla famiglia, sulla maternità, sulla perdita e sulla capacità di ricominciare.
_Vermiglio_ è soprattutto un grande affresco sulla potenza delle donne, sulla collaborazione e sulla sorellanza femminile: valori fondamentali per affrontare le difficoltà e superare le ferite della vita.

In un mondo povero, arcaico e patriarcale, sono proprio le donne a sostenere la famiglia, a custodire la memoria, a educare i figli, a curare i malati e a rimettere insieme i frammenti quando gli uomini partono, combattono o scompaiono.
Il film è ambientato nel 1944, durante la fase conclusiva della Seconda guerra mondiale, in un piccolo paese di montagna del Trentino, Vermiglio, collocato in una valle lontana dal rumore diretto del conflitto.
La guerra, però, anche quando non si vede, arriva ovunque: attraverso i soldati, le paure, le assenze, le notizie frammentarie, le decisioni imposte dalla storia.
La comunità vive quasi protetta dal paesaggio, dalla neve, dalle montagne e dai ritmi della natura, ma quella protezione è soltanto apparente.
Maura Delpero racconta questo universo con uno sguardo delicato e insieme rigoroso.

Non c’è idealizzazione del mondo contadino, né un sentimentalismo facile.
Il paese è rappresentato nella sua concretezza quotidiana: la miseria, il lavoro incessante, le famiglie numerose, le gerarchie, la religiosità, il peso delle convenzioni e l’autorità degli uomini.
Eppure, dentro questa realtà dura, il film riesce a far emergere una profonda umanità, fatta di gesti minimi, sguardi, silenzi, solidarietà e piccoli atti di ribellione.
## **Un mondo rurale autentico e senza retorica**
_Vermiglio_ è anche un film sulla memoria.
La regista ricostruisce un mondo contadino che oggi appare lontano, quasi scomparso, ma che non viene mai trasformato in una cartolina nostalgica.
Il passato è osservato con amore, forse persino con rimpianto, ma anche con piena autenticità.
Le immagini restituiscono un universo scandito dal lavoro e dalla necessità.
Le ragazzine mungono le vacche, le donne si recano alla fontana per lavare i panni in pieno inverno, con le mani arrossate e congelate dal freddo.
Gli animali fanno parte della vita domestica, il cibo è prezioso, ogni oggetto ha un valore concreto.
Le giornate sono lunghe e faticose, e la sopravvivenza dipende dalla capacità di tutti di collaborare.
In questo contesto, la madre è il pilastro della famiglia.
Le donne arrivano ad avere anche dieci figli e riescono, in qualche modo, a crescerli.
Non perché la vita sia semplice, ma perché sono costrette a essere forti.
La loro forza non ha nulla di spettacolare: è una forza quotidiana, silenziosa, fatta di rinunce, di resistenza e di responsabilità.
Una forza che non sempre viene riconosciuta, ma senza la quale la famiglia e la comunità non potrebbero esistere.
Il paese è una comunità corale, composta da figure diverse ma tutte essenziali: il maestro, il parroco, il sindaco, i genitori, i bambini, i giovani, le donne. Ognuno occupa un posto preciso in quella società rurale, ma il centro vero della narrazione è la famiglia del maestro, attorno alla quale si sviluppano le vicende principali.
Il maestro rappresenta una delle autorità morali del paese.
È un uomo colto, ma non separato dalla realtà che lo circonda.
La scuola è il luogo dell’educazione, ma anche uno spazio di apertura verso un mondo più grande.
In un paese chiuso nella propria tradizione, egli comprende che la responsabilità non consiste soltanto nel trasmettere conoscenze, ma anche nel proteggere chi è più fragile.
## **L’arrivo di Pietro e l’irruzione della storia**
L’equilibrio della comunità viene spezzato dall’arrivo di Pietro, un soldato siciliano disertore.
La sua presenza introduce nel paese una realtà diversa: quella della guerra, della fuga, della paura e della precarietà.
Pietro è uno straniero, un uomo che viene da lontano, portatore di un’identità e di un’esperienza che la comunità non conosce.
La prima reazione è la diffidenza. Ogni comunità chiusa tende a proteggersi da ciò che non comprende.
Tuttavia, grazie all’intervento del maestro, Pietro viene accolto e protetto.
È una decisione coraggiosa, perché significa esporsi al rischio e assumersi una responsabilità in un periodo in cui ogni scelta può avere conseguenze drammatiche.
Il maestro non cambia atteggiamento nemmeno quando Pietro chiede audacemente la mano della figlia maggiore, Lucia. In una società patriarcale, il matrimonio è spesso una decisione familiare e sociale, non soltanto privata.
Lucia, però, non è semplicemente una ragazza che viene condotta verso un destino già stabilito.
Nel suo rapporto con Pietro emergono il desiderio, la curiosità, la speranza di una vita diversa.
L’incontro tra Lucia e Pietro ha qualcosa di fragile e di inevitabile. In un mondo dove tutto sembra già deciso dalla nascita, dalla classe sociale, dal luogo in cui si vive e dalle necessità familiari, l’amore rappresenta la possibilità di immaginare un futuro nuovo. Ma il film non trasforma questo sentimento in una favola.
La storia resta sempre dentro il peso della realtà, e la guerra continua a incombere sui personaggi.
Quando la guerra finisce, Pietro parte per tornare dai suoi familiari.
Lucia rimane ad aspettarlo, in un paese che non è più esattamente lo stesso e dentro una vita che non può più tornare indietro. Pietro non tornerà.
È una perdita che cambia tutto e che obbliga Lucia a confrontarsi con un dolore profondo, con l’abbandono e con una maternità vissuta in condizioni di grande solitudine.
Il destino di Lucia è uno dei nuclei più intensi del film.
La sua sofferenza non viene raccontata attraverso scene spettacolari, ma attraverso la progressiva chiusura in se stessa, la depressione, l’incapacità di trovare un senso a ciò che è accaduto.
La guerra, ancora una volta, colpisce chi non ha scelto di combattere: le donne, i figli, le famiglie che restano.
## **Le donne come cuore della comunità**
La grande originalità di _Vermiglio_ consiste nella centralità dello sguardo femminile.
Non si tratta soltanto di un film con molti personaggi femminili: è un film che mostra come la vita della comunità dipenda in larga parte dal lavoro e dalla solidarietà delle donne.
La moglie del maestro, le figlie e le altre donne del paese compongono un vero e proprio coro.
Ognuna vive una condizione diversa, manifesta desideri differenti, conosce esperienze e limiti propri, ma tutte sono accomunate dal peso di una società che concede loro poco spazio e molte responsabilità.
Le donne sono soggiogate dalle regole familiari, dalla morale, dalla religione e dal giudizio collettivo.
Devono obbedire, lavorare, partorire, crescere i figli, accudire gli anziani e mantenere in vita la casa.
Gli uomini detengono spesso l’autorità ufficiale, ma sono le donne a garantire la continuità concreta dell’esistenza.
Il film mostra una contraddizione profonda: proprio coloro che hanno meno potere formale sono quelle che possiedono la maggiore capacità di resistenza.
La loro forza nasce dalla necessità, ma diventa anche solidarietà. Quando Lucia cade nella depressione, non viene lasciata sola.
Sono le donne della comunità a prendersi cura di lei, a sostenerla, a circondarla di attenzioni e a permetterle lentamente di ritornare alla vita.
Questa solidarietà non è dichiarata con grandi discorsi.
Si esprime attraverso la presenza, il lavoro condiviso, la cura dei bambini, l’aiuto concreto.
Le donne comprendono il dolore di Lucia perché conoscono la precarietà, la rinuncia e la paura. Non sempre possono cambiare il mondo, ma possono impedire che una di loro venga completamente travolta.
Lucia tornerà gradualmente a vivere grazie anche all’amore per la figlia nata dalla relazione con Pietro.
La bambina diventa una responsabilità, ma anche una possibilità di riscatto sociale.
Il film di è aggiudicato il Leone d’argento al festival di Venezia, ed è stato candidato all’ Oscar come miglior film straniero.
