# Quando il dibattito politico diventa una gara di volume

Alle venti e ventinove di sera, mentre molti italiani cercano faticosamente di arrivare alla fine della giornata senza essere travolti da bollette, scadenze, traffico e notizie poco rassicuranti, la televisione propone il consueto appuntamento con il dibattito politico.

In teoria, dovrebbe essere un’occasione per comprendere meglio i problemi del Paese.

In pratica, a volte sembra di assistere a una competizione internazionale di frasi fatte, indignazione programmata e risposte accuratamente preparate per non rispondere a nulla.

Tra gli ospiti compare Piero De Luca.

E qui il telespettatore medio potrebbe porsi una domanda semplice, quasi ingenua: è davvero possibile che il Parlamento e i salotti televisivi siano diventati luoghi nei quali il tono conta più dei contenuti?

La risposta, purtroppo, sembra essere sì.

Non perché una persona non possa esprimere opinioni diverse dalle nostre.

La democrazia, per fortuna, funziona proprio così: permette a ciascuno di sostenere tesi discutibili, perfino di difenderle con grande sicurezza e un’espressione solenne.

Il problema nasce quando la sicurezza prende il posto della competenza, l’arroganza sostituisce l’argomentazione e il linguaggio politico si riduce a una recita fatta di slogan, accuse generiche e indignazione a comando.

A quel punto, più che un confronto, abbiamo una rappresentazione teatrale.

Il copione è noto: il conduttore pone una domanda, l’ospite sorride con l’aria di chi sta per spiegare il destino dell’umanità, poi parte una lunga sequenza di parole.

Le parole si accavallano, si moltiplicano, si inseguono.

Alla fine, però, il telespettatore resta con lo stesso problema di prima e con un dubbio in più: che cosa è stato effettivamente detto?

È una forma moderna di illusionismo.

Il politico entra in studio con poche idee, le avvolge in un linguaggio complicato, le condisce con qualche riferimento storico e le serve al pubblico come una grande strategia nazionale.

Il risultato è spesso sorprendente: il piatto sembra ricco, ma, appena si assaggia, si scopre che dentro c’è soprattutto aria.

## L’onorevole, parola impegnativa

Un tempo l’appellativo di “onorevole” evocava almeno una certa idea di responsabilità.

Non significava necessariamente essere infallibili, naturalmente.

La politica non è una disciplina per santi e nemmeno per persone prive di errori.

Ma l’incarico parlamentare dovrebbe suggerire serietà, preparazione, rispetto delle istituzioni e consapevolezza del fatto che ogni dichiarazione pubblica ha un peso.

Oggi, invece, l’onorificenza sembra talvolta funzionare come un abito preso in prestito.

Basta indossarla e, per magia, ogni frase acquista un’apparente autorevolezza.

Anche quando è vuota.

Anche quando è aggressiva.

Anche quando sembra costruita più per la telecamera che per i cittadini.

Sarebbe bello che, prima di pronunciare la parola “onorevole”, si verificasse il possesso di almeno tre requisiti fondamentali: la capacità di ascoltare, la disponibilità a riconoscere un errore e il coraggio di rispondere nel merito.

Non chiediamo miracoli.

Non pretendiamo che ogni parlamentare sia un filosofo, un economista e un esperto universale.

Sarebbe già sufficiente che conoscesse la differenza tra un’argomentazione e un insulto, tra una proposta e una promessa, tra un dato e una frase lanciata nell’aria.

Purtroppo, in televisione si vede spesso il contrario.

Quando le domande diventano scomode, parte la manovra di disimpegno: si cambia argomento, si cita il governo precedente, si evoca un’emergenza internazionale, si attribuisce ogni problema a una categoria astratta e, se proprio non resta altro, si accusa l’interlocutore di non aver capito.

È il famoso metodo della risposta elastica: si può tirare in qualsiasi direzione, ma non conduce mai a una conclusione precisa.

## Il Partito Democratico e l’arte del linguaggio sospeso

Nel caso del Partito Democratico, il problema non è soltanto Piero De Luca.

Sarebbe troppo comodo concentrare tutto su un singolo volto televisivo, come se le difficoltà di un’intera formazione politica potessero essere attribuite a una sola persona.

Il punto è più generale: da anni il partito sembra oscillare tra il desiderio di rappresentare il Paese reale e la tentazione di parlare soprattutto a se stesso.

Il risultato è una comunicazione spesso distante dai problemi quotidiani.

Mentre le famiglie discutono di affitti, salari, sanità, trasporti e sicurezza, nei dibattiti si continua a ragionare per formule.

“Modello di sviluppo”, “agenda progressista”, “nuova stagione”, “responsabilità europea”: espressioni rispettabili, certo, ma che rischiano di diventare contenitori vuoti se non vengono accompagnate da misure concrete.

Il cittadino non chiede necessariamente un programma scritto in caratteri cubitali e con la musica epica in sottofondo.

Chiede di sapere che cosa cambierà nella sua vita, quanto costerà e chi pagherà.

Domande semplici, perfino poco eleganti, ma decisamente più utili delle grandi dichiarazioni.

Se una persona non riesce a pagare il mutuo, non è detto che trovi conforto nell’apprendere che il partito sta elaborando una “visione sistemica”.

Se un paziente aspetta mesi per una visita, forse desidera sapere quando potrà essere curato, non assistere a una disputa semantica sul concetto di universalismo sanitario.

Se un giovane lavora con contratti precari, potrebbe apprezzare una proposta chiara sul lavoro più di un discorso pieno di parole come “inclusione”, “innovazione” e “sostenibilità”.

Il linguaggio astratto ha un grande vantaggio: non può essere facilmente smentito.

Nessuno può dimostrare che una “nuova stagione di partecipazione” non sia cominciata, perché nessuno sa esattamente che cosa dovrebbe comportare.

È una formula perfetta: suona bene, non impegna troppo e permette di riempire diversi minuti televisivi senza correre il rischio di essere accusati di aver detto qualcosa di verificabile.

## La segreteria Schlein e il soprannome creativo

Quanto alla segretaria Elly Schlein, il dibattito politico italiano ha già provveduto a regalarle un soprannome: “la Svizzera”.

Un’etichetta che, a seconda delle intenzioni, può alludere alla neutralità, alla prudenza o forse a quella straordinaria capacità di restare in equilibrio tra posizioni diverse senza dichiarare apertamente dove si voglia arrivare.

La politica contemporanea ama i soprannomi perché semplificano tutto.

Invece di discutere proposte, alleanze e risultati, si appiccica un’etichetta e si procede con quella.

È più veloce, più televisivo e soprattutto evita la fatica di entrare nel merito.

Schlein viene descritta ora come radicale, ora come moderata, ora come troppo distante dal centro, ora come troppo attenta al centro.

Un’impresa notevole: riuscire a essere contemporaneamente troppo a sinistra e troppo a destra richiede un talento particolare, quasi una forma di ubiquità ideologica.

Ma il vero problema non è il soprannome.

È la distanza tra la narrazione interna al partito e la percezione esterna.

Nei congressi si discutono identità, valori e collocazioni.

Fuori dai congressi, gli elettori cercano qualcuno che sappia spiegare come affrontare le questioni concrete.

La politica può naturalmente occuparsi di principi e valori, ma dovrebbe anche ricordarsi che il Paese non vive soltanto di dichiarazioni solenni.

L’Italia non è un seminario permanente sull’identità della sinistra.

È un Paese con problemi complessi e cittadini stanchi. Cittadini che non hanno sempre il tempo, la voglia o la pazienza di tradurre il linguaggio dei partiti in misure reali.

Se devono fare loro tutto il lavoro di interpretazione, è comprensibile che alla fine scelgano di cambiare canale.

## Il deposito fognario della politica

Dire che certi dibattiti sembrano il riversamento televisivo di un deposito fognario della politica è un’immagine dura, ma non del tutto ingiustificata quando il confronto scivola nell’aggressività gratuita.

Il problema, però, non è il dissenso.

Il dissenso è il sale della democrazia.

Il problema è quando al posto delle idee resta soltanto il cattivo odore della polemica.

Ogni discussione pubblica dovrebbe produrre almeno una di queste cose: maggiore chiarezza, una proposta, un’informazione utile o una domanda migliore.

Se non produce nulla di tutto ciò, e lascia soltanto rabbia, sarcasmo e una generica sensazione di disgusto

Di Admin

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