Una satira arguta sulla burocrazia italiana tra grottesco e umorismo nero

di Giovanni de Ficchy

Il cinema italiano contemporaneo, pur attraversando momenti di riflessione profonda e di sperimentazione autoriale, trova in Serpenti una delle sue rappresentazioni più originali e pungenti della realtà nazionale.

Diretto da Roberto De Paolis e scritto con la consueta maestria dai fratelli D’Innocenzo,

Serpenti si presenta come una black comedy che non si limita a raccontare un dramma personale o sociale, ma che scava con leggerezza, intelligenza e ironia nei meandri dell’apparato burocratico e istituzionale italiano, offrendo allo spettatore un’esperienza cinematografica al contempo divertente e profondamente inquietante.

Il film si apre con una scena potente e carica di tensione drammatica: Paolo Marra (interpretato da Leonardo Lidi con una performance intensa e sfaccettata) confessa di aver ucciso la moglie e decide di costituirsi. Tuttavia, ciò che dovrebbe essere l’inizio di un percorso diretto verso la giustizia si trasforma ben presto in un’enigmatica odissea all’interno di un sistema che sembra svuotato di senso e di responsabilità.

Il racconto prende così una piega surreale dove il protagonista, pur impegnato a porre fine al proprio dramma personale, si trova imprigionato in corridoi infiniti, scale labirintiche e personaggi grotteschi che rappresentano ognuno una sfaccettatura del malfunzionamento burocratico e dell’indifferenza istituzionale.

Il gioco di rimandi e metafore visive è immediatamente chiaro grazie alla regia di De Paolis.

I lunghi corridoi del commissariato, ripresi con campi lunghi e movimenti di macchina che accentuano lo spaesamento, ricordano il celebre videogioco Snake, evocato anche nei titoli di testa, dove il tentativo di uscire dal labirinto diventa una sorta di punizione infinita.

Questa scelta estetica sottolinea la condizione del protagonista, che oltre a essere perduto nello spazio fisico, si smarrisce anche dal punto di vista psicologico, esasperato dall’assenza di attenzione e dalla mancanza di empatia da parte degli altri personaggi.

È qui che la sceneggiatura dei fratelli D’Innocenzo fa emergere tutta la sua forza: scrivere una commedia nera per affrontare temi come la giustizia negata, la burocrazia paralizzante e l’assurdità delle procedure istituzionali è un esercizio arduo che solo autori dotati di sensibilità e lucidità riescono a portare a termine con successo.

La penna dei D’Innocenzo si distingue per un equilibrio perfetto tra il grottesco e il reale, tra il paradosso comico e la denuncia serissima delle falle di un sistema che non funziona.

Non a caso, ogni incontro che Paolo vive lungo il suo cammino – dal piantone distratto all’agente afflitto da un “mal di testa a grappolo”, dall’avvocato mendace alla cartomante – è calibrato per mettere in luce le contraddizioni, i limiti e le assurdità di un ingranaggio che, invece di operare come dovrebbe, si rivela un serpente che si morde la coda, incapace di dare risposte e soluzioni concrete.

Leonardo Lidi offre un ritratto di Paolo Marra estremamente credibile: la sua interpretazione oscilla sapientemente tra disperazione, frustrazione e un’ironia amara. Il suo volto riflette bene il dissidio interiore tra la colpa di un gesto estremo e la vittima di un sistema che lo ignora.

Alessandro Borghi, nel ruolo dell’agente di polizia, incarna invece la disillusione e il menefreghismo tipico di chi lavora in un ambiente degradata e sfinito, con un accento romano marcato che rafforza la dimensione terrestre e quotidiana del personaggio. Pietro Castellitto, infine, è un avvocato che sembra offrire un barlume di ragionevolezza solo per perdersi poi in discorsi fumosi, amplificando così il senso di smarrimento e di incertezza che permea tutto il film.

La struttura narrativa di Serpenti segue, quindi, uno sviluppo che potremmo definire “labirintico”, non solo per la scenografia ma per la progressiva perdita di orientamento del protagonista e dello spettatore. Il ritmo è serrato, la durata di 93 minuti permette di evitare cali di tensione o ripetitività e mantiene vivo l’interesse con continui colpi di scena e situazioni paradossali.

La colonna sonora e la fotografia contribuiscono a creare un’atmosfera che oscilla tra il realistico e il surreale, completando un quadro che è al tempo stesso satirico e doloroso.

Serpenti si inserisce così nel filone delle commedie nere italiane che sanno guardare alle contraddizioni del paese senza cadere nel facile pessimismo o nella mera critica sterile.

Il film di De Paolis e dei fratelli D’Innocenzo riesce infatti a strappare risate genuine, ma anche a stimolare una riflessione profonda sulla condizione di un’Italia che sembra aver perso la bussola, intrappolata in meccanismi burocratici sempre più opprimenti e spesso privi di umanità.

In conclusione, Serpenti è un’opera che colpisce per la sua capacità di raccontare con leggerezza e ironia un dramma umano e sociale complesso e attuale.

È un film che invita lo spettatore a interrogarsi sul concetto di giustizia, sull’efficacia delle istituzioni e sul ruolo della responsabilità individuale e collettiva.

Ma soprattutto è un esempio virtuoso di come il cinema italiano possa affrontare temi spinosi con originalità e coraggio, senza rinunciare alla qualità artistica né all’intrattenimento.

Una commedia amara, corrosiva e ricca di spunti che rende giustizia a uno dei migliori sceneggiatori contemporanei e a un regista capace di trasformare la tragicità in un’occasione di riflessione luminosa.

Serpenti è dunque un film da vedere, rivedere e discutere, perché parla di noi, del nostro presente e forse anche del nostro futuro.

Di Admin

Rispondi

Scopri di più da Giornalesera.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere