Alla soglia degli ottantasei anni, Renato Pozzetto non sembra voler consegnare al pubblico una semplice autobiografia sentimentale.

Le sue parole hanno piuttosto la forma di un piccolo film: una commedia malinconica, ambientata in un’Italia che corre troppo, dimentica in fretta e ride sempre meno.

Al centro c’è lui, con quella faccia apparentemente immobile eppure capace di raccontare intere stagioni della vita nazionale; intorno, una Milano perduta, una famiglia, le automobili, la televisione, gli amici di una generazione irripetibile e quel “taac” che non è soltanto un intercalare comico, ma un vero dispositivo cinematografico.

Pozzetto lo usa per descrivere la velocità contemporanea: accompagni i figli a scuola, “taaaac”; torni a casa, prepari da mangiare, “taaaac”; guardi tua moglie e ricordi di esserti sposato per amore, “taaaac”. In quelle sillabe c’è il montaggio accelerato della modernità, il taglio netto che separa un’azione dall’altra e impedisce all’esperienza di sedimentare.

La vita procede per stacchi, senza dissolvenze.

Ogni momento viene immediatamente sostituito dal successivo, e la felicità, invece di distendersi, si riduce a un lampo.

È significativo che a parlare sia un attore comico.

Pozzetto ha costruito la propria carriera proprio sulla sottrazione: poche parole, movimenti minimi, tempi dilatati, una presenza capace di trasformare l’imbarazzo in comicità e la malinconia in riconoscimento. Il suo cinema non ha quasi mai avuto bisogno di spiegare troppo.

Un gesto, una pausa, una smorfia appena accennata erano sufficienti a rivelare un’intera condizione umana.

Per questo il suo discorso sulla società contemporanea assume un valore particolare: non è una predica, ma una scena recitata da un uomo che conosce dall’interno il funzionamento della risata.

Il “taac” è innanzitutto un montaggio.

È il rumore del passaggio, il colpo di forbice che taglia via il tempo morto, la pausa, l’attesa.

Ma il tempo morto, nel cinema come nella vita, non è necessariamente tempo sprecato.

Spesso è proprio nell’intervallo che un personaggio prende forma, che un’emozione diventa leggibile, che lo spettatore può riconoscersi. La frenesia denunciata da Pozzetto nasce dalla cancellazione sistematica di questi intervalli.

Non c’è più spazio per stare dentro un sentimento: lo si prova e subito lo si archivia.

La sua osservazione sulla felicità è particolarmente efficace perché evita ogni retorica consolatoria. “La tua felicità è un taaaaac”, dice: una parola collocata in fondo alle frasi perché in quel momento si è felici e infelici insieme

. Felici perché si possiedono molte cose, infelici perché proprio quelle cose, prima inesistenti, hanno introdotto un nuovo disagio.

È una contraddizione perfettamente cinematografica: il primo piano di un volto sorridente attraversato da un’ombra. Pozzetto conosce bene questo doppio registro.

La sua comicità non nasce dalla felicità pura, ma dal modo in cui il desiderio di stare bene convive con l’incapacità di godere pienamente di ciò che si ha.

In questa prospettiva, il suo “fregarsene dei problemi” non va interpretato come superficialità. È piuttosto una strategia di sopravvivenza, un gesto di libertà nei confronti dell’ansia permanente.

Chi riesce a non lasciarsi divorare dai problemi, dice Pozzetto, alla fine vince sempre.

La frase possiede la semplicità di una battuta, ma anche la saggezza di una vecchia commedia.

Non promette il successo, non garantisce la vittoria sociale, non nega il dolore.

Suggerisce invece che la vita può essere abitata senza consegnarsi interamente alle sue complicazioni.

È una lezione che il cinema italiano ha spesso saputo trasformare in racconto.

Dalla commedia all’italiana alla comicità televisiva, il riso ha rappresentato un modo per attraversare le sconfitte senza esserne definitivamente schiacciati.

I personaggi di Pozzetto sono spesso uomini comuni, impacciati, impreparati, apparentemente fuori posto.

Non sono eroi nel senso tradizionale, e proprio per questo riescono a essere familiari.

La loro forza nasce dalla capacità di resistere al ridicolo, di sopravvivere all’umiliazione, di mantenere una qualche forma di innocenza anche quando il mondo sembra organizzato per eliminarla.

Quando Pozzetto ricorda Teocoli, Boldi, Abatantuono e Villaggio, non sta semplicemente componendo un elenco di colleghi celebri.

Sta evocando un sistema cinematografico e culturale nel quale le individualità comiche potevano diventare maschere collettive.

Ognuno di loro possedeva un volto riconoscibile, una voce, un ritmo, una particolare maniera di stare dentro l’inquadratura. Villaggio era l’uomo schiacciato dall’organizzazione sociale; Abatantuono l’energia deformata di un’Italia periferica e popolare; Boldi il corpo comico sottoposto all’agitazione e all’eccesso; Teocoli l’imitazione, il trasformismo, la rapidità; Pozzetto, invece, l’estraneità gentile, l’assurdo quotidiano, la surreale normalità.

Dire che nessuno li eguaglierà significa certamente rivendicare il valore di una generazione.

Ma la frase può essere letta anche come una critica al presente produttivo.

Oggi il sistema audiovisivo tende spesso a privilegiare la riconoscibilità immediata, la velocità del consumo, la ripetizione di formule già collaudate.

Il personaggio comico viene costruito per essere immediatamente identificabile e facilmente spendibile, ma non sempre gli viene concesso il tempo necessario per diventare una figura umana.

La comicità, quando è sottoposta a un ritmo incessante, rischia di trasformarsi in una successione di stimoli senza memoria.

Pozzetto parla di “troppa poca leggerezza”.

È un paradosso solo apparente.

La contemporaneità è piena di contenuti leggeri, ma non necessariamente di leggerezza autentica.

C’è una differenza sostanziale tra fare qualcosa di superficiale e riuscire a sottrarre peso alle cose.

La leggerezza, nel senso più nobile, non è l’assenza di profondità; è la capacità di non essere schiacciati dalla profondità dei problemi.

Calvino la considerava una delle grandi virtù della letteratura, e Pozzetto sembra riproporla attraverso la grammatica della commedia.

Il suo invito a usare un “taac” per ogni cosa è dunque una proposta di regia esistenziale.

Significa inserire un piccolo scarto tra noi e ciò che accade, interrompere la continuità soffocante degli eventi.

Non per negare la tristezza, ma per impedirle di diventare l’unico montaggio possibile.

Anche quando si è tristi, suggerisce Pozzetto, si può pronunciare quel suono e aspettare che prima o poi arrivi un sorriso.

Il sorriso non è garantito, ma viene reso possibile dalla pausa, dall’assurdo, dalla distanza.

Da questo punto di vista, il “taac” funziona come un controcampo.

Quando la realtà sembra imporsi in primo piano con tutta la sua gravità, la parola comica sposta l’asse, introduce una prospettiva alternativa.

Non cancella il dolore: lo ricolloca.

È ciò che accade nelle migliori commedie, dove la risata non dissolve la tragedia ma la rende condivisibile.

La comicità di Pozzetto ha spesso questo valore: non promette di correggere il mondo, però consente di riconoscerne l’assurdità senza esserne completamente dominati.

La nostalgia per le “belle vie di Milano vuote” dove si andava in bicicletta appartiene a una lunga tradizione del cinema italiano. La città non è soltanto un luogo geografico, ma una scenografia della memoria.

Le strade vuote rappresentano un tempo meno congestionato, più lento, forse anche più povero, ma dotato di una diversa qualità dell’attenzione.

La bicicletta è l’opposto del “taac” contemporaneo: non accelera l’esperienza, la accompagna.

Permette di vedere i margini, ascoltare i rumori, riconoscere i volti.

Naturalmente, ogni nostalgia comporta una selezione.

Il passato non era necessariamente migliore in ogni suo aspetto, e gli anni tra il 1960 e il 1990 furono attraversati da conflitti, disuguaglianze, tragedie personali e collettive.

Di Admin

Rispondi

Scopri di più da Giornalesera.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere