La segretaria del Partito Democratico (Pd) Elly Schlein, Il presidente del Movimento 5 Stelle (M5s) Giuseppe Conte, Il segretario di Sinistra Italiana (Si) Nicola Fratoianni, Il co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, Maria Elena Boschi di Italia Viva, Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ed altri delle opposizioni durante il deposito del quesito sul referendum contro l’autonomia, insieme alle organizzazioni sindacali, ai partiti dell’opposizione e a tante associazioni, presso la Cort
Gruppo di quattro persone che posano per una foto all'aperto di notte, sorridendo e mostrando segni di vittoria, con un edificio illuminato sullo sfondo.

Giugno 2027.

Una data cerchiata in rosso sul calendario di molti italiani, almeno secondo l’auspicio di chi è stanco di assistere all’ennesima rappresentazione teatrale della politica nazionale: il grande spettacolo del “pantano largo”, con Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni impegnati a spiegare agli elettori come, tutti insieme, intendano salvare l’Italia.

Tutti insieme, naturalmente.

O quasi.

Perché già immaginarli seduti allo stesso tavolo dovrebbe bastare a suscitare una domanda elementare: chi comanda?

E, soprattutto, su cosa sono d’accordo?

Sul fatto che bisogna governare?

Sulla necessità di fare opposizione?

Sulla scelta dei ministri?

Sul colore delle cartelline?

Oppure sull’unico vero collante della compagnia: mandare a casa Giorgia Meloni?

In tal caso, complimenti.

Un progetto politico di straordinaria profondità: “prima togliamo gli altri, poi vediamo”.

Una strategia degna, forse, di una riunione condominiale convocata per decidere chi debba sostituire l’amministratore mentre l’ascensore è fermo, il tetto perde acqua e i condomini litigano sulle spese.

Il problema è che l’Italia non è un condominio, anche se talvolta la sua politica sembra organizzata proprio così.

L’Italia è un Paese complesso, con problemi reali e urgenti: sicurezza, immigrazione, lavoro, sanità, pensioni, scuola, infrastrutture, costo della vita, denatalità, debito pubblico e una burocrazia capace di trasformare una pratica semplice in un pellegrinaggio spirituale.

Per affrontare tutto questo servirebbero idee chiare, responsabilità, coerenza e una squadra in grado di assumere decisioni.

Invece ci viene proposto il “campo largo”, o “campo progressista”, o “coalizione democratica”, o qualunque altra definizione venga inventata la settimana successiva per evitare di dire la cosa più semplice: si tratta di una somma di partiti diversi, spesso divisi su quasi tutto, uniti soprattutto dall’avversione nei confronti dell’avversario di turno.

Una specie di matrimonio celebrato non per amore, ma per sfrattare l’ex inquilino.

E qui veniamo alla grande domanda: Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni sarebbero davvero pronti a governare insieme? Con quale programma?

Con quali priorità?

Con quale linea sull’economia?

Con quale politica estera?

Con quale posizione sulla sicurezza?

Con quale gestione dell’immigrazione?

Con quale visione dell’Europa?

Con quale accordo sul lavoro, sulla giustizia, sull’energia e sulle infrastrutture?

Le risposte, per ora, sembrano spesso affidate alla più antica tecnica della politica: parlare molto, dire poco e rimandare il momento delle scelte a quando sarà impossibile evitarle.

L’arte di stare insieme senza essere d’accordo

Il “pantano largo” potrebbe diventare una delle più brillanti invenzioni della comunicazione politica italiana.

Non è esattamente una coalizione, perché una coalizione dovrebbe avere un programma comune.

Non è un partito, perché i partiti restano distinti.

Non è un’alleanza stabile, perché basta una dichiarazione fuori posto per trasformare gli alleati in avversari.

È, più che altro, un’area di parcheggio.

Ci entrano tutti quelli che non vogliono stare con gli altri, purché siano d’accordo sul fatto che gli altri siano il problema.

Dentro si trovano sensibilità diverse, priorità diverse e perfino idee opposte sul modo di affrontare le principali questioni nazionali. Ma tutto viene presentato come un grande progetto unitario, con la solennità di chi annuncia lo sbarco sulla Luna.

Poi, alla prima votazione importante, cominciano le distinzioni: “noi non siamo d’accordo”, “la nostra posizione è diversa”, “il nostro elettorato non capirebbe”, “serve un approfondimento”.

Un approfondimento.

Naturalmente.

In Italia abbiamo sviluppato una particolare forma di allergia alla decisione.

Quando il momento di scegliere si avvicina, la politica si rifugia nei tavoli, nei coordinamenti, nei gruppi di lavoro e nei documenti programmatici.

Ogni problema viene analizzato, discusso, condiviso, riformulato e infine restituito ai cittadini con una frase tanto lunga quanto inconcludente.

Il cittadino, nel frattempo, continua a pagare bollette, aspettare visite mediche, attraversare strade dissestate e chiedersi se sia prudente rientrare a casa la sera.

Ma può consolarsi: da qualche parte, in una sala riunioni, quattro leader stanno elaborando una piattaforma comune.

Forse.

Sicurezza: le prediche non bastano

Il mio giudizio sulle loro posizioni in materia di immigrazione e sicurezza è severo.

Non perché chi chiede regole sia contrario all’accoglienza, né perché chi denuncia i problemi voglia trasformare l’Italia in una fortezza.

La questione è molto più semplice: uno Stato serio deve sapere chi entra, perché entra, dove viene collocato, come viene seguito e cosa accade quando una persona non ha il diritto di restare.

Non è razzismo.

È amministrazione.

Non è odio.

È responsabilità.

Non è disumanità.

È il minimo indispensabile per governare un fenomeno complesso.

Eppure, secondo una certa parte della politica, porre domande su ingressi irregolari, espulsioni, rimpatri, controlli e rispetto delle leggi sembra quasi una colpa morale.

Chi chiede sicurezza viene rapidamente trasformato in un personaggio caricaturale: l’intollerante, il populista, il retrogrado, il nemico dell’umanità.

Una scorciatoia retorica assai comoda. Se si scredita chi pone la domanda, non si è più costretti a fornire la risposta.

Peccato che fuori dai convegni, dalle trasmissioni televisive e dai comunicati stampa esistano persone reali.

Famiglie che vogliono vivere tranquille.

Commercianti che chiudono il negozio tardi e percorrono la strada di casa guardandosi intorno.

Anziani che evitano certe zone.

Donne che modificano abitudini e percorsi per paura di molestie o aggressioni.

Ragazzi che assistono a risse e spaccio in luoghi che dovrebbero essere sicuri.

A queste persone non servono lezioni di superiorità morale.

Servono risposte.

Non serve dire loro che “la percezione” dell’insicurezza è più grave dell’insicurezza stessa.

Se un cittadino ha paura, quella paura va ascoltata e verificata, non derisa.

Se in un quartiere la situazione è peggiorata, occorre intervenire, non spiegare agli abitanti che il problema è il loro punto di vista.

La sicurezza non è una concessione ideologica.

È un diritto.

E la libertà di circolare, lavorare, uscire la sera e tornare a casa senza sentirsi abbandonati non può essere liquidata come una fissazione della destra.

Immigrazione: accogliere sì, fingere di governare no

L’accoglienza è una scelta che comporta responsabilità.

Non è un gesto simbolico da fotografare davanti a una bandiera, né una gara a chi pronuncia la frase più commovente.

Accogliere significa organizzare, finanziare, controllare, integrare e far rispettare le regole.

Quando gli arrivi superano la capacità di gestione, a pagare il prezzo più alto sono spesso proprio i quartieri più fragili, le periferie, i servizi pubblici già in difficoltà e le comunità che hanno meno strumenti per affrontare nuovi problemi.

La politica che si presenta come solidale dovrebbe occuparsi anche di questo.

Dovrebbe spiegare come intende evitare il sovraffollamento, il degrado, lo sfruttamento, il caporalato, la marginalità e la formazione di zone in cui lo Stato appare assente.

Invece, troppo spesso, il dibattito viene ridotto a una gara di slogan.

Da una parte chi promette di accogliere tutti, come se le risorse fossero infinite e le strutture comparissero per miracolo.

Dall’altra chi promette di risolvere tutto con una formula semplice e immediata. In mezzo, i cittadini che aspettano di capire che cosa accadrà davvero.

L’Italia non ha bisogno né di un’accoglienza senza regole né di slogan muscolari privi di strumenti concreti.

Ha bisogno di una politica seria: controllo degli ingressi, accordi internazionali, procedure rapide, rimpatri effettivi per chi non ha diritto di restare, integrazione per chi è autorizzato a rimanere e fermezza nei confronti di chi delinque.

La distinzione è fondamentale.

Una persona migrante non è automaticamente un criminale, così come un richiedente protezione

Di Admin

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