
L’ultimo dibattito in Senato sull’Europa, sull’Ucraina e sulle grandi questioni internazionali ha consegnato un’immagine politica difficilmente contestabile: Giorgia Meloni è apparsa, ancora una volta, in pieno controllo della scena.
Non soltanto del suo governo e della sua maggioranza, ma del linguaggio, dei tempi e perfino delle contraddizioni dell’opposizione.
È stata una Meloni in grande spolvero, capace di attraversare un confronto potenzialmente insidioso senza mai apparire in affanno. Ha risposto, attaccato, ironizzato.
Ha alternato il registro istituzionale a quello più politico, il ragionamento geopolitico alla battuta affilata, riuscendo a rendere evidente la distanza tra una maggioranza che, pur con le sue diverse sensibilità, mantiene una direzione e un’opposizione che continua a chiamarsi “campo largo” senza riuscire a trasformarsi in un campo politicamente riconoscibile.
Anzi, a giudicare dall’esito del dibattito, più che un campo largo è parso un campo larghissimo: talmente esteso da non avere confini, né un centro, né una linea comune.
Sette mozioni, tutte diverse, provenienti da forze che teoricamente dovrebbero costruire una possibile alternativa di governo.
Sette documenti che fotografano con una precisione quasi crudele la condizione della sinistra italiana e dei suoi satelliti: ciascuno impegnato a marcare la propria differenza, nessuno davvero disposto a farsi carico del difficile compito di formulare una proposta unitaria e credibile.
Di fronte a una fase internazionale drammatica — con la guerra in Ucraina, la crisi mediorientale, le tensioni commerciali, il riarmo europeo, la questione energetica e la ridefinizione degli equilibri tra Stati Uniti, Europa, Russia e Cina — il Paese avrebbe bisogno di posizioni serie, articolate e responsabili.
Non di una gara interna a chi è più “pacifista”, più antiamericano, più europeista, più anti-europeista, più radicale o più identitario dell’altro.
Meloni, su questo terreno, ha giocato una partita abile. Soprattutto sulla politica estera e sull’Ucraina.
Da tempo la presidente del Consiglio ha scelto una postura precisa: collocazione occidentale dell’Italia, fedeltà all’Alleanza Atlantica, sostegno a Kiev, ruolo italiano dentro la costruzione europea, ma senza cedere alla retorica di un’Europa indistinta e burocratica. Una linea che può essere discussa, naturalmente, ma che ha il pregio della riconoscibilità.
E infatti, in Senato, il dato politicamente più significativo è stato quello degli applausi arrivati anche da una parte dei banchi dell’opposizione, in particolare dal Partito Democratico e dall’area di Carlo Calenda.
Non è un dettaglio. È la dimostrazione che, almeno sulle questioni decisive di politica internazionale, Meloni è riuscita a occupare uno spazio centrale che la sinistra, divisa tra atlantismo, neutralismo, ambiguità e pulsioni anti-occidentali, fatica a presidiare fino in fondo.
Il risultato è paradossale soltanto in apparenza. La leader della destra italiana, spesso descritta per anni come incompatibile con il quadro europeo e internazionale, si ritrova oggi a incarnare una linea di responsabilità istituzionale che raccoglie consensi anche oltre il perimetro della sua maggioranza.
Mentre una parte della sinistra, che dovrebbe avere nel proprio DNA la vocazione europeista e internazionale, oscilla tra posizioni contraddittorie, formule evasive e parole d’ordine che rischiano di apparire più utili alle piazze che alla costruzione di una politica estera nazionale.
Ma il passaggio più interessante dell’intero dibattito, forse, non è stato quello più commentato.
È arrivato all’inizio della replica alle interrogazioni, in una frase apparentemente semplice, quasi una battuta di apertura: “Replico al Campo larghissimo, comincio da Futuro Nazionale”.
Poche parole. Ma politicamente pesantissime.
Perché in quella formula Meloni ha compiuto un’operazione di ricollocamento. Ha sottratto Futuro Nazionale — e dunque la galassia politica riconducibile a Roberto Vannacci — alla destra, per collocarlo nell’universo dell’opposizione. Non genericamente all’opposizione: dentro il “Campo larghissimo”, cioè dentro quella somma confusa di sigle, proteste, identità e posizionamenti che si fronteggiano senza mai convergere davvero.
È una mossa sottile, ma è anche una mossa chirurgica.
Non è solo ironia parlamentare.
È il tentativo di fissare nell’immaginario un messaggio molto preciso: Vannacci non è un competitore della destra di governo; è un elemento esterno, incompatibile con la sua idea di destra, destinato a finire nel grande contenitore dell’antagonismo e della protesta.
Detta così, potrebbe sembrare una semplice provocazione. In realtà, Meloni sa bene che nella politica contemporanea le definizioni contano quanto i programmi.
Chi riesce a definire l’avversario spesso ottiene un vantaggio enorme.
E definire Futuro Nazionale come parte del “Campo larghissimo” significa togliere a Vannacci una delle sue principali rendite di posizione: quella di potersi presentare come l’autentica destra alternativa al governo, il custode della coerenza tradita, l’uomo che parla senza filtri a un elettorato deluso o radicalizzato.
Meloni gli sta dicendo, in sostanza: tu non sei “più a destra” di noi. Tu sei fuori dalla destra di governo. Sei altro. Sei protesta, sei confusione, sei opposizione indistinta. E, soprattutto, sei funzionale ai nostri avversari.
È qui che la faccenda diventa politicamente interessante. Perché il percorso di Vannacci, per quanto possa piacere a una parte dell’elettorato, ha assunto nel tempo tratti sempre più ambigui.
La sua forza comunicativa nasce dalla rottura, dall’esagerazione, dall’insofferenza verso il linguaggio istituzionale e verso ogni forma di mediazione.
Ma proprio questo tipo di politica, quando non si trasforma in proposta organizzata e responsabile, rischia di diventare unicamente un fattore di destabilizzazione del proprio campo di riferimento.
Non è difficile capire perché Meloni consideri quel mondo non una minaccia diretta alla propria leadership, ma un possibile serbatoio di dispersione elettorale. Vannacci può intercettare rabbia, insofferenza, nostalgia, diffidenza verso le istituzioni e verso l’Europa. Può parlare a chi considera il governo troppo moderato, troppo prudente, troppo “sistemico”.
Ma ogni voto che esce dal perimetro del centrodestra di governo senza costruire una reale alternativa di potere finisce per indebolire la destra nel suo complesso e, di riflesso, favorire la sinistra.
È questo il punto che Meloni vuole rendere evidente.
Non serve accusare Vannacci di essere “di sinistra”, caricatura che non reggerebbe alla prova dei fatti. Basta mostrarne la funzione politica: quella di chi, pur collocandosi nominalmente a destra, contribuisce a frammentare il fronte avversario della sinistra e ad alimentare l’instabilità. In altre parole, un utile idiota della sinistra, non perché ne condivida la cultura o le parole d’ordine, ma perché la sua azione finisce oggettivamente per facilitarne il gioco.
È una dinamica antica.
La politica è piena di movimenti nati per contestare una leadership dall’interno di un’area e finiti per rendere più forte l’avversario esterno.
Quando la protesta diventa fine a sé stessa, quando l’identità prevale sulla possibilità di incidere, quando il radicalismo non produce organizzazione ma soltanto slogan, il risultato non è l’egemonia.
È l’irrilevanza.
E l’irrilevanza, nella politica reale, non è neutrale.
Favorisce sempre qualcuno.
Meloni ha compreso da tempo che il suo consenso non si difende inseguendo tutte le pulsioni più estreme che attraversano il suo elettorato.
Si difende costruendo una destra percepita come affidabile, capace di governare, di trattare con gli alleati internazionali, di intervenire nei dossier economici e di tenere insieme il sentimento identitario con la responsabilità istituzionale.
È una scelta che può scontentare gli ultras, ma che parla a una platea molto più ampia: la borghesia produttiva, il ceto medio, gli elettori moderati, i delusi del centrosinistra, chi cerca stabilità prima ancora che rivincite ideologiche.
Vannacci, al contrario, rappresenta il rischio opposto: una destra ridotta a reazione, a provocazione permanente, a bandiera identitaria senza una struttura di governo.
Una destra che può accendere gli animi, ma difficilmente costruisce alleanze; che può riempire un teatro, ma non necessariamente guidare un Paese; che può conquistare attenzione mediatica, ma non trasformarla automaticamente in consenso stabile.
Il problema per Vannacci è che questa contraddizione comincia a essere visibile anche ai suoi stessi sostenitori. Quando un movimento si presenta come il luogo della purezza e dell’intransigenza, ogni compromesso appare un tradimento.
Quando promette di rappresentare una ribellione assoluta, qualsiasi limite organizzativo viene vissuto come una resa. E quando non riesce a tradurre l’indignazione in un progetto politico coerente, la delusione è inevitabile.
Non sorprende, quindi, che una parte di quel mondo possa guardare altrove.
E non sorprende neppure che qualcuno, uscito da quell’area, si sia spinto fino a cercare sponde politiche apparentemente lontanissime, perfino in ambienti riconducibili a Marco Rizzo e a una tradizione comunista sovranista e anti-sistema.
È un passaggio che, visto da lontano, sembra assurdo.
Ma lo è davvero soltanto se si ragiona ancora con le categorie tradizionali di destra e sinistra.
Oggi esiste un terreno politico trasversale fatto di anti-establishment, anti-europeismo, ostilità verso le élite, diffidenza per la Nato, polemica contro la globalizzazione e nostalgia per una sovranità assoluta.
Su quel terreno possono incontrarsi pezzi di estrema destra, vecchia sinistra radicale, complottismi vari, pacifismi ideologici e populismi di ogni colore.
Non perché abbiano una visione comune del mondo, ma perché condividono un nemico comune: l’ordine politico liberale e occidentale, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni.
Meloni, invece, ha fatto una scelta diversa. Ha deciso di stare pienamente dentro quell’ordine, provando semmai a modificarne alcuni equilibri dall’interno. È la differenza tra chi vuole governare la realtà e chi preferisce denunciarla.
Tra chi si assume il costo della decisione e chi vive dell’applauso generato dalla protesta.
Ecco perché quella battuta su “Futuro Nazionale” merita attenzione.
Meloni non ha semplicemente sfottuto un avversario.
Lo ha incasellato.
Lo ha rinchiuso, per così dire, in una gabbia semantica e politica dalla quale sarà difficile uscire.
Se Vannacci reagisce con rabbia, conferma il ruolo dell’agitatore.
Se cerca di accreditarsi come forza responsabile, rischia di perdere la sua identità originaria.
Se attacca il governo, può essere dipinto come un alleato oggettivo della sinistra. Se smorza i toni, smette di essere Vannacci.
È una trappola politica abbastanza evidente.
E Meloni ha tutto l’interesse a tenerlo lì, dentro quella cornice.
Non gli conviene demonizzarlo troppo: la vittimizzazione è il carburante naturale dei movimenti radicali.
Non le conviene neppure inseguirlo sulle parole d’ordine più estreme: sarebbe un errore strategico e, soprattutto, snaturerebbe il suo profilo di capo di governo.
Le conviene invece trattarlo come una componente del grande caos oppositivo, come uno dei tanti soggetti che parlano contro tutto senza offrire una sintesi alternativa.
Così facendo, Meloni prova a ottenere due risultati contemporaneamente.
Da una parte rassicura il suo elettorato più moderato, mostrando che la destra di governo non coincide con le pulsioni più rumorose e scomposte.
Dall’altra isola Vannacci, riducendone l’appeal presso quella fascia di elettori che vuole sì una destra identitaria, ma anche vincente, influente e capace di incidere sulle scelte nazionali.
La lezione, per chi osserva la politica senza pregiudizi, è chiara: la leadership non consiste soltanto nel pronunciare discorsi efficaci o nel raccogliere voti.
Consiste nel saper disegnare il campo, nel decidere chi è dentro e chi è fuori, nel fissare le coordinate entro cui si muovono amici e avversari.
In Senato, sul tema europeo e sulla guerra in Ucraina, Meloni ha dimostrato di saper occupare il centro della responsabilità politica.
Ma con quella sola frase — “comincio da Futuro Nazionale” — ha fatto qualcosa di più: ha cercato di ridefinire gli equilibri alla sua destra, trasformando un potenziale concorrente in un pezzo dell’opposizione.
Può sembrare una piccola chicca parlamentare.
In realtà, è una delle mosse più intelligenti della giornata.
Perché Vannacci potrà continuare a parlare, provocare, raccogliere consensi e alimentare polemiche.
Ma se passa l’idea che il suo percorso non rafforza la destra bensì la divide, allora il problema per lui diventa serio.
E Meloni, questo, lo ha capito perfettamente.
