Perché la risposta alla violenza non può essere solo muscolare

Le immagini arrivate dalle piazze italiane nelle ultime ore sono difficili da archiviare con superficialità.
Mezzi delle forze dell’ordine danneggiati o distrutti, vetrine infrante, arredi urbani devastati, agenti feriti, alcuni con prognosi rilevanti.
Novantanove operatori finiti in ospedale, secondo i dati diffusi, non rappresentano un dettaglio statistico né un effetto collaterale inevitabile di una manifestazione: sono il segno di un fallimento grave, che merita attenzione, rispetto e risposte concrete.
Chi indossa una divisa e viene mandato in strada per garantire l’ordine pubblico non può essere considerato un bersaglio.
Non può essere lasciato senza strumenti, senza numeri adeguati, senza una pianificazione efficace e senza il sostegno delle istituzioni.
Allo stesso tempo, però, proprio perché ci si trova di fronte a una materia delicatissima – il rapporto fra Stato, sicurezza e libertà di manifestazione – la risposta non può ridursi a un elenco di strumenti più aggressivi, a una richiesta indistinta di “mano dura” o alla trasformazione delle città in scenari permanenti di conflitto.
L’intervento di Valter Mazzetti, segretario generale Fsp Polizia di Stato, nasce da una rabbia comprensibile.
Dietro quelle parole ci sono uomini e donne feriti, colleghi esausti, reparti mobili sottoposti a turni pesanti e a una pressione costante, persone che spesso diventano il volto visibile di decisioni prese altrove.
Quando si parla di “trappola” dei servizi di ordine pubblico, non si può liquidare il tema come semplice corporativismo: è evidente che il sistema soffre di criticità strutturali.
Organici insufficienti, formazione da aggiornare, dotazioni disomogenee, catene decisionali farraginose e una pianificazione talvolta inadeguata rendono ogni grande evento ad alto rischio più pericoloso del necessario.
Il punto, tuttavia, è stabilire quale idea di sicurezza vogliamo costruire.
Perché la sicurezza non coincide automaticamente con l’aumento della forza impiegata.
Una società è davvero sicura quando riesce a prevenire la violenza, isolare chi la organizza, proteggere chi manifesta pacificamente, tutelare gli operatori e perseguire in modo efficace e rapido chi commette reati.
Se invece si interviene soltanto quando la situazione è ormai degenerata, con reparti costretti a fronteggiare gruppi organizzati nel caos, allora qualsiasi soluzione rischia di arrivare tardi e di produrre conseguenze indiscriminate.
È giusto chiedere che le aggressioni alle forze dell’ordine non restino impunite.

È doveroso che chi devasta una città, incendia un mezzo di servizio, lancia oggetti contundenti o aggredisce deliberatamente un agente venga identificato e chiamato a rispondere delle proprie azioni.
Non esiste alcuna legittimazione politica, sociale o morale per la violenza organizzata.
Il dissenso è un diritto costituzionale; la devastazione no. La protesta è una forma di partecipazione; il pestaggio di un poliziotto, l’assalto a un blindato o la distruzione di un quartiere sono reati.
Ma proprio per questo bisogna evitare semplificazioni pericolose.
Definire ogni manifestazione conflittuale “terrorismo di piazza” può essere efficace sul piano comunicativo, ma rischia di cancellare differenze fondamentali.
Ci sono cortei pacifici, cittadini indignati, studenti, lavoratori, associazioni, persone che esercitano un diritto democratico.
E poi ci sono gruppi minoritari, talvolta organizzati e preparati allo scontro, che sfruttano la presenza di migliaia di manifestanti per cercare il contatto con le forze dell’ordine e innescare la violenza.
Confondere gli uni con gli altri è un errore strategico oltre che politico: significa consegnare proprio ai violenti il potere di oscurare il messaggio di tutti gli altri.
La questione centrale è l’intelligence preventiva.
Prima ancora di discutere di lacrimogeni potenziati, veicoli blindati con idranti, coloranti, droni e proiettili a impatto cinetico, occorre chiedersi: quanto si è fatto per individuare i gruppi più pericolosi prima che arrivassero in piazza?
Quanto sono efficaci i controlli sui canali di organizzazione digitale, sulle trasferte coordinate, sui depositi di materiali, sulle comunicazioni tra soggetti già noti per episodi violenti?

Quanti dei responsabili di devastazioni precedenti sono stati identificati, processati e condannati in tempi ragionevoli?
È qui che spesso lo Stato appare debole: non nel momento in cui deve fronteggiare l’ennesimo lancio di bottiglie o l’ennesimo assalto a un cordone di agenti, ma nei mesi e negli anni precedenti, quando le reti violente possono organizzarsi, ricomporsi e ripresentarsi.
Uno Stato efficiente non è quello che mostra più forza davanti alle telecamere; è quello che riesce a evitare che la violenza esploda, a individuare i responsabili con precisione e a colpirli sul piano giudiziario senza coinvolgere indiscriminatamente chi non ha colpe.
In questo quadro, alcune delle proposte avanzate meritano una discussione seria e non ideologica.
L’uso dei droni, ad esempio, può rappresentare uno strumento utile per documentare i fatti, migliorare la consapevolezza operativa sul terreno e raccogliere immagini utili alle indagini.
Naturalmente, deve avvenire nel rispetto rigoroso delle norme sulla privacy, con protocolli trasparenti e limiti chiari, ma non c’è dubbio che una migliore capacità di ricostruire gli eventi possa favorire l’identificazione dei responsabili e ridurre il rischio di accuse generiche o arbitrarie.
Anche la richiesta di strumenti di protezione migliori per gli operatori è difficilmente contestabile.
Caschi, scudi, protezioni individuali, mezzi sicuri, sistemi di comunicazione efficaci, assistenza sanitaria e psicologica, formazione specifica sulla gestione delle folle: sono investimenti essenziali.
Troppo spesso si parla di ordine pubblico soltanto nei giorni delle emergenze, mentre il lavoro quotidiano di chi opera nei reparti mobili richiede preparazione costante, addestramento realistico e condizioni di impiego dignitose.

Non può essere accettabile che agenti siano inviati a gestire situazioni ad altissimo rischio con dotazioni obsolete o insufficienti.
Diverso è il discorso sugli strumenti coercitivi capaci di provocare lesioni.
Proiettili di gomma, munizioni in spugna o dispositivi cosiddetti “a impatto cinetico” vengono spesso presentati come alternative non letali.
Ma “non letale” non significa innocuo.
In numerosi Paesi il loro impiego ha causato ferite permanenti, danni agli occhi, traumi gravi e, in alcuni casi, decessi.
Il rischio aumenta inevitabilmente in contesti confusi, con folle in movimento, scarsa visibilità e tensione elevata.
Non basta invocare la necessità di “inabilitare a distanza” i soggetti aggressivi: occorre definire chi decide, con quali criteri, con quale formazione, con quali controlli successivi e con quali responsabilità.
Se lo Stato sceglie di dotarsi di strumenti del genere, non può farlo in modo approssimativo o come risposta emotiva a una notte di disordini.
Servono norme dettagliate, addestramento certificato, tracciabilità di ogni utilizzo, obbligo di rendicontazione, monitoraggio indipendente e una cultura operativa fondata sulla proporzionalità.
L’obiettivo deve essere sempre quello di ridurre il danno, non di aumentare la capacità punitiva.
E non bisogna dimenticare che, in piazza, l’errore può colpire il manifestante pacifico, il passante, il giornalista o lo stesso operatore impegnato nel dispositivo.

Lo stesso vale per lacrimogeni e idranti con sostanze irritanti o coloranti.
La marcatura dei responsabili può essere utile alle indagini, ma presenta problemi tecnici e giuridici non banali.
Quali sostanze vengono utilizzate?
Sono sicure per soggetti fragili, bambini, anziani, persone affette da patologie respiratorie?
Come si evita che l’azione colpisca indiscriminatamente intere porzioni di folla?
E soprattutto: siamo certi che l’introduzione di strumenti più invasivi serva davvero a prevenire la violenza, oppure rischia di contribuire a un’escalation?
Non si tratta di ingenuità o di pacifismo astratto.
È evidente che un agente circondato e attaccato deve potersi difendere.
È evidente che un gruppo che tenta di sfondare un cordone o incendiare un mezzo pubblico deve essere fermato.
Ma tra l’impotenza e la militarizzazione esiste uno spazio molto ampio: quello della professionalità, della pianificazione, dell’intelligence e della gestione graduata della forza.
La vera domanda non è se le forze dell’ordine debbano avere strumenti per operare.
Certamente devono averli.
La domanda è quali strumenti siano più efficaci per proteggere tutti: agenti, cittadini, manifestanti e città.
Spesso, la risposta non è nell’arma più impattante, ma nella capacità di separare tempestivamente i gruppi violenti dal resto del corteo, creare vie di deflusso, mantenere canali di comunicazione con gli organizzatori, disporre reparti in modo elastico e non puramente reattivo, utilizzare immagini e informazioni per arresti mirati successivi anziché trasformare una piazza intera in un fronte di battaglia.
Su questo punto, la richiesta di riattivare un tavolo tecnico sull’organizzazione dei reparti mobili appare ragionevole.
Se esistevano sedi di confronto capaci di offrire riscontri positivi, non si comprende perché debbano restare inattive.
L’ordine pubblico è troppo importante per essere gestito attraverso decisioni unilaterali, lontane dall’esperienza di chi opera materialmente sul campo.
Ascoltare rappresentanze sindacali, comandanti, tecnici, formatori, magistrati, esperti di diritti e amministrazioni locali non significa indebolire la catena di comando: significa renderla più competente.
Le forze dell’ordine non hanno bisogno soltanto di nuovi mezzi.
Hanno bisogno di essere messe nelle condizioni di lavorare meglio.
Questo comporta organici adeguati, turnazioni sostenibili, recupero psicofisico, copertura sanitaria, tutela legale e un riconoscimento economico proporzionato ai rischi affrontati.
Chi subisce lesioni in servizio non dovrebbe mai sentirsi abbandonato dalle istituzioni.
Gli indennizzi devono essere rapidi, concreti e certi.
Ma sarebbe sbagliato far gravare automaticamente tali costi sugli organizzatori legittimi di una manifestazione, salvo che sia dimostrata una loro responsabilità diretta o una colposa violazione di obblighi specifici.
La responsabilità deve essere personale, non collettiva.
È un principio fondamentale dello Stato di diritto.

Se un corteo di migliaia di persone viene infiltrato o sfruttato da poche decine di violenti, non si può pensare che chi ha organizzato una protesta pacifica debba pagare per qualsiasi comportamento criminale altrui.
Altrimenti il rischio è creare un deterrente contro la libertà di manifestare, trasferendo sulle associazioni e sui promotori un onere impossibile da sostenere.
Diverso è il caso in cui gli organizzatori collaborino con i violenti, li coprano, li incoraggino o omettano deliberatamente ogni forma di cooperazione con le autorità: allora è giusto valutare responsabilità precise.
La tutela degli agenti e la tutela dei diritti civili non sono obiettivi incompatibili.
Anzi, procedono insieme.
Un sistema che protegge gli operatori da aggressioni, stress e improvvisazione è anche un sistema che riduce la probabilità di errori, abusi e reazioni sproporzionate.
Un sistema che riconosce ai cittadini il diritto di protestare in sicurezza è anche un sistema che isola meglio i violenti, impedendo loro di confondersi nella massa e di rivendicare una legittimazione politica che non possiedono.
Bisogna inoltre smettere di affrontare queste vicende solo dopo l’emergenza.
Ogni volta si ripete lo stesso schema: una manifestazione degenera, arrivano i bollettini dei feriti, si contano i danni, si invocano più poteri e più strumenti, poi il dibattito si spegne fino al successivo episodio.
Nel frattempo, nulla cambia davvero.
I reparti restano sotto pressione, le città restano vulnerabili, i procedimenti giudiziari spesso si allungano e l’opinione pubblica si divide tra chi vuole “libertà senza limiti” e chi immagina la sicurezza come pura repressione.
La strada utile è più complessa, ma è l’unica seria.
Occorre investire nella prevenzione investigativa, nella formazione, nella tecnologia usata con garanzie, nella protezione degli agenti, nella rapidità della giustizia e nel coordinamento operativo.
Occorre colpire gli autori materiali delle violenze, ma anche le reti che li finanziano, li organizzano e li agevolano.
Occorre costruire protocolli chiari con gli organizzatori delle manifestazioni, senza trasformarli in capri espiatori.
Occorre garantire trasparenza sull’uso della forza, per evitare che la legittima difesa degli operatori venga confusa con l’impunità di chi sbaglia.
Le devastazioni nelle città non sono un destino inevitabile.
Ma per evitarle non basta alzare il livello dello scontro.
Serve uno Stato più presente prima, più organizzato durante e più rigoroso dopo.
Serve rispetto assoluto per gli agenti feriti, che non possono essere trattati come pedine sacrificabili.
Serve fermezza contro chi sceglie la violenza.
E serve, insieme, la lucidità di non costruire una risposta che, nel tentativo di difendere la democrazia, finisca per restringerne gli spazi.
La sicurezza vera non è quella che fa più rumore.
È quella che funziona, che previene, che protegge e che sa distinguere.
