Intervista ad Andrea Caputo, candidato sindaco di “Rinascita Milano”

Cinquantacinque anni, origini napoletane, padre di quattro figli ed ex odontotecnico. Andrea Caputo non ha alle spalle esperienze amministrative nelle istituzioni, ma una lunga militanza politica prima nel Movimento 5 Stelle e poi in Fratelli d’Italia. Oggi lavora in un Caf milanese e annuncia la candidatura a sindaco di Milano alle elezioni comunali del 2027. A sostenerlo sarà la lista civica “Rinascita Milano”, espressione di Italia Sovrana, il partito da lui fondato e guidato. Nel suo programma, periferie, trasporti, sicurezza e contrasto alle derive estremiste.

Caputo, perché ha deciso di candidarsi a sindaco di Milano?

«Perché credo che la città abbia bisogno di una voce diversa da quelle che, da anni, si alternano sulla scena politica senza riuscire a risolvere i problemi più urgenti. Milano viene spesso raccontata come una metropoli dinamica, internazionale, innovativa e piena di opportunità. Questa descrizione contiene elementi reali, ma è incompleta. Esiste un’altra Milano: quella di chi lavora, paga l’affitto, affronta ogni giorno il costo della vita, utilizza mezzi pubblici sempre più cari e spesso non all’altezza, e vive in quartieri nei quali la presenza delle istituzioni è insufficiente.

La mia candidatura nasce dal desiderio di rappresentare queste persone. Non sono un amministratore di professione e non provengo dalle élite politiche o economiche della città. Sono un cittadino che ha lavorato, che ha una famiglia numerosa e che conosce direttamente le difficoltà quotidiane. Penso che questo possa essere un limite agli occhi di qualcuno, ma anche un punto di forza: non ho interessi personali da difendere né carriere da costruireᄏ.

Lei si definisce un “totale outsider rispetto alle dinamiche del sistema politico tradizionale”. Che cosa significa concretamente?

«Significa non avere alle spalle una carriera istituzionale, accordi di palazzo o una rete di relazioni costruita per ottenere incarichi. Ho fatto politica e ho militato in formazioni diverse, ma non ho mai ricoperto ruoli amministrativi in Comune o in Regione. Non considero questa esperienza un motivo di vergogna. Al contrario, penso che oggi molti cittadini siano stanchi di una politica autoreferenziale, fatta di linguaggi tecnici e promesse ripetute.

Essere outsider significa anche avere la libertà di porre domande scomode. Per esempio: a chi serve una certa trasformazione urbanistica? Chi può permettersi di vivere nei nuovi quartieri? Quanto costa davvero la mobilità a una famiglia? Perché alcune zone ricevono grandi investimenti mentre altre restano prive di servizi essenziali? Io voglio riportare queste domande al centro del dibattitoᄏ.

Il progetto che la sostiene si chiama “Rinascita Milano”. Qual è il significato di questo nome?

«Rinascita significa restituire alla città un’idea di futuro che non sia riservata a pochi. Milano non deve rinunciare alla modernità, ma deve smettere di confondere la modernità con la cementificazione, la sostituzione dei residenti e la trasformazione di ogni spazio in un prodotto finanziario.

La rinascita, per noi, parte dai quartieri. Vuol dire manutenzione, sicurezza, scuole, servizi sanitari, trasporti efficienti, sostegno alle attività commerciali e attenzione alle famiglie. Vuol dire anche recuperare il senso di comunità. Una città è viva quando le persone possono incontrarsi, quando gli anziani non sono isolati, quando i giovani hanno la possibilità di restare, quando chi lavora può abitare vicino al proprio impiegoᄏ.

Il suo movimento, Italia Sovrana, ha posizioni molto critiche verso il sistema politico tradizionale. Quali saranno le priorità della lista?

«Le priorità saranno quattro: casa, trasporti, sicurezza e periferie. A queste aggiungerei il lavoro, che è trasversale a tutte le altre questioni.

Milano è diventata una città molto costosa. Non basta celebrare l’aumento dei valori immobiliari se, contemporaneamente, migliaia di residenti sono costretti a trasferirsi fuori città perché non riescono più a sostenere gli affitti. Una politica urbana seria dovrebbe chiedersi se il modello attuale sia sostenibile. Noi vogliamo un piano straordinario per l’edilizia residenziale accessibile, il recupero degli immobili abbandonati e una maggiore tutela per chi vive in affitto.

Sui trasporti serve un salto di qualità. E sulla sicurezza bisogna passare dalle dichiarazioni ai fatti, con una presenza capillare e coordinata delle istituzioniᄏ.

Partiamo proprio dai trasporti. Lei parla di un “trasporto pubblico di eccellenza”. Come intende realizzarlo?

«Oggi il trasporto pubblico milanese ha grandi potenzialità, ma non può essere considerato eccellente soltanto perché dispone di una rete metropolitana importante. L’eccellenza si misura nella puntualità, nella sicurezza, nella pulizia, nella frequenza e nella capacità di collegare ogni quartiere, non solo quelli centrali.

È necessario potenziare le linee di superficie e migliorare i collegamenti tra le periferie, spesso costrette a passare dal centro anche per spostamenti brevi. Servono più corse nelle fasce serali e notturne, perché chi lavora con orari irregolari non può dipendere esclusivamente dall’automobile o dai taxi. Occorre inoltre rivedere la politica tariffaria: non è accettabile aumentare continuamente il costo del biglietto senza garantire un servizio adeguato.

Penso anche a un sistema di controllo più efficace contro l’evasione, ma non attraverso un approccio vessatorio verso chi è in difficoltà. Il trasporto pubblico deve essere accessibile e, allo stesso tempo, sostenibile. Dobbiamo fare in modo che lasciare l’automobile a casa sia una scelta realmente possibile, non uno sloganᄏ.

Il Comune potrebbe sostenere economicamente un programma di questo tipo?

«Le risorse vanno individuate attraverso una revisione delle priorità. Non si può dire che i soldi non ci siano quando, nello stesso tempo, si finanziano progetti discutibili o opere che non rispondono ai bisogni quotidiani. Bisogna controllare con maggiore rigore le concessioni, le consulenze e gli appalti, ridurre gli sprechi e pretendere trasparenza.

Inoltre, il Comune deve saper negoziare con il Governo e con la Regione. Milano produce ricchezza, ma una parte troppo grande dei suoi cittadini non beneficia in modo adeguato di questa ricchezza. Occorre una programmazione pluriennale e non una gestione emergenziale, fatta di interventi frammentari e annunciᄏ.

Un altro punto centrale della sua candidatura riguarda le periferie. Lei parla di una “comunità lavoratrice e residente” che si sente esclusa. In che modo?

«Molti residenti hanno la sensazione che la città venga progettata pensando soprattutto agli investitori, ai grandi eventi e al turismo, mentre i bisogni di chi vive e lavora a Milano passano in secondo piano. Le periferie vengono ricordate durante le campagne elettorali, ma poi spesso restano prive di manutenzione, servizi e opportunità.

La distanza non è soltanto geografica. È una distanza sociale e politica. Se in un quartiere mancano presidi sanitari, biblioteche, spazi per i giovani, collegamenti efficienti e sicurezza, quel quartiere viene percepito come marginale. Noi vogliamo un piano specifico per ogni zona della città, costruito ascoltando i residenti.

Non servono soltanto grandi progetti. A volte bastano interventi concreti: illuminazione funzionante, strade curate, marciapiedi accessibili, aree verdi manutenute, mercati riqualificati, sportelli comunali vicini ai cittadini. La qualità della vita si costruisce anche attraverso queste coseᄏ.

Lei critica i “progetti immobiliari di lusso”. È contrario alla trasformazione urbana di Milano?

«No, non sono contrario alla trasformazione urbana in quanto tale. Sono contrario a una trasformazione che espelle i residenti e considera il territorio soltanto come un’opportunità di profitto. Milano ha bisogno di investimenti, ma gli investimenti devono produrre benefici per la collettività.

Quando si costruisce un nuovo complesso residenziale o direzionale, bisogna valutare l’impatto sui servizi, sulla mobilità, sull’ambiente e sui prezzi delle abitazioni. Non è sufficiente realizzare edifici moderni e poi lasciare che scuole, trasporti e sanità restino invariati.

Chiediamo una quota significativa di edilizia convenzionata e sociale nei nuovi interventi, oltre a controlli rigorosi sull’effettiva destinazione degli alloggi.

La casa non può essere considerata soltanto un bene finanziario. È un diritto e una condizione fondamentale per i cittadini

Di Admin

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