Nessuno dovrebbe raccontarla come un paradiso perduto.

C’erano problemi, ingiustizie, corruzione, criminalità, disoccupazione, tensioni politiche e sociali.

C’erano paure e c’erano errori.

Ma c’era anche una sensazione diffusa di normalità, di vicinanza, di fiducia concreta nella vita quotidiana.

Una fiducia semplice, forse ingenua, ma reale: quella di poter camminare per strada senza sentirsi costantemente in allerta; di poter discutere senza temere che una parola sbagliata provocasse un’aggressione; di poter lasciare la porta socchiusa, o perfino aperta, perché il vicinato rappresentava una rete e non una minaccia.

Oggi quella fiducia sembra essersi sbriciolata.

Non ovunque, non nello stesso modo, non per tutti.

Ma è difficile negare che la percezione della sicurezza sia cambiata radicalmente.

Le cronache raccontano quasi ogni giorno di aggressioni, rapine, violenze, furti, risse, atti di vandalismo e soprusi.

E ciò che colpisce più dei fatti stessi è spesso la sensazione di impotenza che li accompagna: l’idea che chi delinque possa essere fermato e poi tornare rapidamente in libertà; che la giustizia sia lenta, incerta, incapace di proteggere con decisione chi rispetta le regole.

Non si tratta di invocare vendetta o di rinunciare ai princìpi dello Stato di diritto.

Al contrario: uno Stato di diritto funziona quando le leggi sono chiare, le pene proporzionate, i processi tempestivi e le vittime tutelate.

Il garantismo non può trasformarsi in indifferenza verso chi subisce un reato.

La civiltà non consiste nel fingere che il male non esista, né nel cercare continuamente attenuanti per chi distrugge la vita altrui. Una società davvero umana è quella che sa recuperare chi sbaglia, ma sa anche proteggere chi è innocente.

È frustrante vedere quanto spesso il dibattito pubblico si riduca a slogan.

Da una parte c’è chi minimizza ogni problema, come se parlare di sicurezza fosse automaticamente un gesto di intolleranza. Dall’altra c’è chi usa ogni episodio di cronaca per alimentare odio e contrapposizione.

In mezzo restano i cittadini comuni: persone che non vogliono vivere nella paura, che non hanno pregiudizi verso nessuno, ma che chiedono regole, controlli, responsabilità e rispetto.

La sicurezza non dovrebbe essere un argomento di destra o di sinistra.

Dovrebbe essere una condizione elementare della libertà.

Senza sicurezza, la libertà di muoversi diminuisce.

Senza sicurezza, gli anziani rinunciano a uscire la sera, le donne cambiano strada, i commercianti abbassano le serrande prima, le famiglie evitano quartieri interi, i ragazzi crescono con l’idea che l’aggressività sia normale.

Senza sicurezza, la città non è più una casa comune: diventa un luogo da attraversare con prudenza.

Eppure il problema non è solo la criminalità.

Il problema è la perdita di un patto sociale.

Per decenni abbiamo creduto che il progresso consistesse nel costruire una società sempre più aperta, giusta e libera.

Era un’aspirazione nobile.

Ma un’apertura priva di regole non è progresso; è confusione.

La solidarietà senza responsabilità non è solidarietà; è abbandono.

L’accoglienza senza integrazione non aiuta né chi arriva né chi già vive in un territorio.

E la tolleranza che rinuncia a difendere i propri valori fondamentali finisce per diventare autolesionismo.

Non è possibile affrontare questi temi fingendo che non esistano differenze culturali, difficoltà di integrazione o conflitti di valori. Ma è altrettanto sbagliato trasformare ogni persona straniera in un sospetto, ogni migrante in un criminale, ogni fede religiosa in una minaccia.

Le responsabilità sono individuali.

Chi commette un crimine deve risponderne con severità, indipendentemente dal passaporto, dal colore della pelle, dalla fede o dalla condizione sociale.

Al tempo stesso, chi arriva in Italia per lavorare, rispettare le leggi e costruirsi una vita dignitosa non deve essere confuso con chi delinque.

Il punto è che uno Stato serio deve essere in grado di distinguere.

Deve accogliere chi ha diritto di essere accolto, integrare chi vuole far parte della comunità e allontanare chi dimostra di disprezzare le leggi e la convivenza civile.

Questa non è crudeltà.

È responsabilità verso tutti, compresi coloro che vengono da fuori e che rischiano di essere travolti dalla diffidenza generata da una minoranza violenta.

Quando ero bambino e adolescente, l’incontro con persone provenienti da altri Paesi aveva spesso un sapore diverso.

Nei mercati e nelle feste di paese c’erano volti, oggetti, racconti, abitudini nuove.

C’era curiosità.

Si compravano piccoli oggetti colorati, si facevano domande, si ascoltavano storie di luoghi lontani.

Non era tutto idilliaco, naturalmente, ma c’era una dimensione umana dell’incontro: persone che si conoscevano, parlavano, lavoravano, costruivano relazioni.

Quello spirito non è incompatibile con la richiesta di sicurezza.

Anzi, può esistere solo dove le regole sono rispettate.

La vera integrazione non nasce dal silenzio imposto, né dalla paura di nominare i problemi.

Nasce dalla reciprocità: io rispetto te, tu rispetti me; io riconosco la tua dignità, tu riconosci le leggi, la cultura civica e i confini della comunità in cui scegli di vivere.

Senza reciprocità, resta soltanto una convivenza fragile, pronta a rompersi al primo conflitto.

Ciò che manca in Italia non è soltanto una maggiore tranquillità.

Mi manca un certo modo di vivere il tempo.

La domenica mattina, le campane che segnavano il ritmo del paese, il profumo del pranzo che arrivava dalla cucina, le nonne indaffarate, le famiglie riunite, le tavole apparecchiate con cura.

Mi manca la certezza che certi riti semplici fossero condivisi, quasi scontati.

Non perché fossero obbligatori, ma perché rappresentavano una memoria comune.

Le campane non erano soltanto un segnale religioso.

Erano il suono di un calendario umano: festa, riposo, incontro, comunità.

Erano parte del paesaggio sonoro e sentimentale di un Paese.

Oggi, invece, sembra quasi che avere una tradizione, difenderla o ricordarla sia diventato sospetto.

Come se l’identità italiana dovesse chiedere scusa per esistere.

Ma nessun popolo può vivere senza memoria.

L’identità non è un’arma contro gli altri; può essere una casa aperta, purché non venga demolita da chi ci abita.

Amare la propria lingua, le proprie feste, la propria storia, le proprie radici familiari e religiose non significa odiare ciò che è diverso.

Significa sapere chi si è.

E chi sa chi è può incontrare l’altro con più serenità, non con meno.

Il problema nasce quando si chiede a una comunità di rinunciare alla propria continuità per non disturbare nessuno.

Quando ogni simbolo della tradizione maggioritaria viene trattato come un ostacolo, mentre qualunque altra espressione identitaria deve essere considerata intoccabile.

Questo doppio standard alimenta rancore, non integrazione.

Per convivere davvero, tutte le identità devono essere rispettate; ma il rispetto non può richiedere l’autocancellazione di chi ospita.

Sono stanco di sentire che ogni preoccupazione debba essere liquidata con un’etichetta.

Se una persona denuncia il degrado di un quartiere, non è automaticamente razzista.

Se chiede che chi commette reati sconti realmente la pena, non è automaticamente autoritaria.

Se difende il valore della famiglia, delle tradizioni locali, della lingua italiana o del patrimonio cristiano e laico del Paese, non è automaticamente nostalgica di regimi che nessuno dovrebbe rimpiangere.

La mia generazione è cresciuta con l’idea che il fascismo fosse una ferita chiusa dalla storia, un monito da non dimenticare.

E così deve restare.

Ma proprio per questo non possiamo accettare che la parola “fascismo” venga usata per impedire ogni discussione.

Il fascismo era violenza, soppressione del dissenso, culto della forza, persecuzione dell’avversario.

Difendere la libertà di parola, chiedere legalità e sicurezza, pretendere rispetto delle norme non ha nulla a che fare con tutto questo.

Semmai, è il contrario: è chiedere che lo Stato torni a essere presente senza diventare oppressivo.

Oggi, invece, il dibattito è avvelenato.

Si parla molto, si ascolta poco.

Si reagisce prima di capire.

Si offendono persone che esprimono opinioni diverse.

La violenza verbale è diventata una consuetudine, e talvolta prepara il terreno a quella fisica.

Non è raro vedere qualcuno umiliato pubblicamente, aggredito sui social, isolato per una frase, una posizione politica, una convinzione religiosa o un dubbio espresso fuori dal coro.

Anche questo contribuisce alla sensazione di estraneità.

Un Paese non è soltanto un territorio; è il luogo in cui una persona sente di poter parlare senza essere immediatamente trasformata in un nemico.

Se non si può più discutere di immigrazione, sicurezza, giustizia, identità, scuola, lavoro o religione senza venire insultati, allora qualcosa nella democrazia quotidiana si è incrinato.

Ogni luogo ha le sue contraddizioni, le sue difficoltà, le sue ingiustizie.

Ma a volte basta percepire un maggiore ordine, un maggiore rispetto delle regole, una maggiore cura degli spazi comuni, per capire quanto ci si fosse abituati al disordine.

Forse il problema dell’Italia non è che manchino le persone perbene.

Ce ne sono moltissime.

Il problema è che troppo spesso le persone perbene sono lasciate sole.

Pagano le tasse, rispettano le regole, si occupano delle famiglie, fanno sacrifici; eppure devono assistere al degrado senza avere la sensazione che qualcuno le rappresenti davvero.

Sono loro che tengono in piedi il Paese, ma sono anche quelle che ricevono meno attenzione.

L’Italia potrebbe ancora cambiare.

Non è condannata.

Ha una storia straordinaria, una cultura immensa, una capacità di generare bellezza, ingegno e solidarietà che nessuna crisi può cancellare del tutto.

Ma cambiare richiede coraggio: il coraggio di riconoscere i problemi senza negazioni ideologiche; di applicare le leggi senza esitazioni; di investire nella scuola, nel lavoro, nelle periferie e nella giustizia; di chiedere integrazione vera; di difendere le libertà senza tollerare la violenza; di rispettare chi arriva senza dimenticare chi già c’è.

Non ho smesso di amare il mio Paese.

Forse, proprio perché lo amo, soffro nel vederlo così confuso, fragile e incapace di difendere ciò che dovrebbe essere normale: la sicurezza, la libertà, la dignità del lavoro, il rispetto delle regole, il diritto di sentirsi a casa propria.

Di Admin

Lascia un commento