Il ricordo dei due sergenti dell’Aviazione dell’esercito

Ci sono persone che, nel tempo, riescono a diventare parte di una comunità.

Non soltanto colleghi, non soltanto compagni di reparto, ma presenze familiari, volti conosciuti, persone capaci di lasciare un segno nella vita quotidiana di chi le ha incontrate.

Per Viterbo, e in particolare per gli uomini e le donne dell’Aviazione dell’esercito, Simone Ruggia e Claudio Marchesi erano anche questo.

Due sergenti, due professionisti, due uomini accomunati dall’amore per il volo e dal servizio, ma anche da passioni semplici e profonde: lo sport, gli amici, la famiglia, la vita costruita giorno dopo giorno lontano dai luoghi d’origine.

Sono morti in Bosnia-Erzegovina, a bordo di un elicottero militare precipitato durante un volo di addestramento. Il CH-47 Chinook del primo reggimento “Antares”, partito da Viterbo nell’ambito dell’operazione europea Eufor Althea, è caduto nei pressi di Brčko, nella località di Gorice, nel nord-est del Paese. Con loro hanno perso la vita altre due persone. Quattro esistenze spezzate, quattro famiglie colpite, una tragedia che ha lasciato sgomenti colleghi, amici e intere comunità.

Simone Ruggia, il ragazzo arrivato da Salerno e diventato viterbese

Ragazzo che scia su una pista innevata, indossa un giaccone e tiene i bastoncini da sci.

Simone Ruggia aveva 30 anni. Era originario di Salerno, ma da almeno otto anni viveva a Viterbo, città nella quale aveva costruito la propria quotidianità, il proprio percorso professionale e i propri affetti.

Chi lo conosceva lo descrive come una persona riservata, sincera, disponibile. Bastano poche parole per restituire il ritratto di un uomo capace di farsi voler bene senza cercare visibilità: “Una gran bella persona”. Un’espressione semplice, ma proprio per questo particolarmente significativa. Dentro quelle parole ci sono la stima, l’affetto e il dolore di chi con Simone aveva condiviso il lavoro, le giornate e momenti della vita.

Aveva molte passioni. Amava il mare, forse anche per quel legame con la sua terra d’origine, e amava lo sport. Correva e andava in bicicletta, attività che richiedono costanza, disciplina e fatica, ma che sanno regalare libertà e benessere. In quelle passioni trovava probabilmente uno spazio tutto suo, lontano dai ritmi e dalle responsabilità del servizio.

A Viterbo aveva trovato una seconda casa.

Qui viveva con la compagna e qui aveva costruito una rete di amicizie e relazioni. Qui era conosciuto e apprezzato. Qui, negli anni, era diventato parte della comunità dell’Aviazione dell’esercito, condividendo con i colleghi il senso del dovere, l’impegno quotidiano e la responsabilità legata al proprio lavoro.

La sua morte ha lasciato un vuoto profondo nella famiglia. Simone lascia i genitori, la sorella e la compagna. A loro si stringono i colleghi, gli amici e quanti lo hanno conosciuto, in un dolore che le parole riescono soltanto in parte a raccontare.

Claudio Marchesi, lo sport come passione e l’attenzione verso gli altri

Claudio Marchesi aveva 35 anni. Era originario di Orvieto e da almeno tre anni risiedeva in provincia di Viterbo, a Montefiascone. Anche lui, come Simone, aveva trovato nel territorio una casa e una dimensione di vita fatta di lavoro, relazioni e abitudini condivise.

Lo sport era una parte importante della sua vita. Frequentava la palestra, amava lo sci e aveva giocato a calcio da ragazzo. Erano passioni diverse, ma tutte legate alla voglia di stare bene, mettersi alla prova e condividere tempo ed energie con gli altri. Chi lo incontrava in palestra racconta di un uomo presente, disponibile al dialogo, capace di scambiare una battuta o un consiglio con naturalezza.

Claudio lascia i genitori, un fratello e una sorella, che vivono nella zona di Allerona. La sua famiglia, insieme a quella di Simone, si trova ora ad affrontare un dolore difficile da accettare: quello per una perdita improvvisa, arrivata mentre i due militari stavano svolgendo il proprio lavoro.

A ricordarlo è anche un ex collega, con il quale Claudio aveva condiviso una fase importante della propria formazione professionale. “Con Claudio ho condiviso un pezzo di strada importante”, racconta. Insieme avevano conseguito il brevetto da manutentore di aeromobili militari, un traguardo impegnativo e significativo per chi opera nel settore.

“Per chi l’ha fatto, sa cosa significa”, aggiunge il collega. Quel percorso li aveva uniti, creando un legame che era rimasto anche quando le loro strade lavorative si erano separate. Il tempo e i diversi incarichi non avevano cancellato l’amicizia. Anzi, i due continuavano a incontrarsi, spesso proprio in palestra.

“Ritrovarlo, scambiare due chiacchiere e consigli era sempre bello”, ricorda l’ex collega. Parole che restituiscono il senso di una presenza capace di rendere più piacevoli anche gli incontri ordinari, quelli che sembrano appartenere alla normalità e che soltanto dopo una tragedia si comprendono nella loro importanza.

Il ricordo di Claudio diventa poi ancora più personale: “Era un ragazzo encomiabile, un professionista impeccabile che sapeva fare il suo lavoro con straordinaria competenza, ma soprattutto una grandissima persona, una di quelle che aveva sempre una parola con cui poteva rallegrarti la giornata”.

In questa descrizione convivono le due dimensioni di Marchesi: il militare preparato, serio e competente, e l’uomo capace di attenzione, cordialità e umanità. Qualità che spesso non compaiono nei documenti ufficiali, ma che sono quelle destinate a rimanere più a lungo nella memoria di chi resta.

Il dolore dell’Aviazione dell’esercito

La notizia dell’incidente ha sconvolto Viterbo. Alla sede dell’Aviazione dell’esercito le ore successive alla tragedia sono state segnate da silenzi, sguardi bassi, occhi lucidi e volti provati.

In un reparto, il dolore si condivide in modo particolare.

Chi lavora insieme conosce i turni, le responsabilità, la fatica e i rischi. Condivide la preparazione tecnica, le procedure, l’attenzione costante e il senso di appartenenza.

Ma condivide anche la quotidianità: una parola durante una pausa, un saluto, una battuta, l’incontro casuale nei corridoi o negli spazi della caserma.

Per questo la scomparsa di Simone e Claudio non è soltanto una notizia drammatica. È una ferita che attraversa un’intera comunità professionale. Sono venuti a mancare due colleghi, ma anche due persone conosciute, due volti inseriti nella vita del reparto e nella storia di chi con loro aveva lavorato.

La partenza per la missione internazionale era avvenuta appena il giorno precedente alla tragedia. Il 28 ottobre il CH-47 Chinook del primo reggimento “Antares” aveva lasciato l’aeroporto Fabbri di Viterbo, diretto in Bosnia-Erzegovina nell’ambito dell’operazione europea Eufor Althea. Era prevista una tappa a Pratica di Mare, prima del trasferimento verso il teatro operativo.

Il volo rappresentava un impegno di servizio, una missione da affrontare con la professionalità e la preparazione che da sempre caratterizzano gli uomini dell’Aviazione dell’esercito. Nulla avrebbe lasciato immaginare che, poche ore dopo, quel viaggio si sarebbe trasformato in una tragedia.

La caduta del Chinook

Nel pomeriggio del 29 ottobre, tra le 16 e le 17, l’elicottero è precipitato nei pressi di Brčko, nella località di Gorice, nel nord-est della Bosnia-Erzegovina.

A bordo del Chinook si trovavano quindici persone.

Quattro di loro non sono sopravvissute all’incidente.

Tra le vittime c’erano Simone Ruggia e Claudio Marchesi.

Secondo le prime informazioni, il velivolo avrebbe iniziato un’autorotazione in aria, con il motore acceso, prima di perdere quota e schiantarsi al suolo.

Si tratta di una sequenza drammatica, ricostruita nelle sue fasi iniziali ma ancora da chiarire nei dettagli.

Una delle prime ipotesi ha fatto riferimento a un possibile problema nella fase di decollo.

Tuttavia, le cause dell’incidente restano al momento sconosciute.

Di Admin

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