Attentato nelle Filippine: intervista al Prof. Tudor Petcu 

Di Nicola Comparato 

Benvenuti all’intervista esclusiva con il Prof. Tudor Petcu, un’autorità nel campo della filosofia delle religioni, membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Dimitrie Cantemir e professore presso l’Università di Bucarest. Con la sua vasta esperienza accademica e le sue competenze in filosofia della politica, il Prof. Petcu ci guiderà attraverso un’analisi illuminante sulla recente rivendicazione dell’ISIS per l’attentato nelle Filippine, offrendo una prospettiva unica e approfondita. Prima di immergerci nell’intervista con il Prof. Tudor Petcu, è essenziale comprendere gli eventi chiave legati all’attentato. L’ISIS ha recentemente rivendicato la responsabilità di un attacco avvenuto durante una messa cattolica presso l’Università statale di Mindanao a Marawi, nelle Filippine. Questo vile atto ha causato la perdita di quattro vite umane e ha lasciato altre 42 persone ferite. La città di Marawi è stata già teatro di una battaglia prolungata nel 2017 tra forze governative e militanti legati allo Stato islamico. La recente violenza ha suscitato reazioni di condanna da parte delle autorità locali e internazionali, con il presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Jr., che ha attribuito l’attentato a “terroristi stranieri”. In questo contesto, esploreremo con il Prof. Tudor Petcu le implicazioni filosofiche di questo tragico evento e cercheremo di ottenere una prospettiva chiara sulla situazione attuale e sulle possibili vie per il dialogo interculturale e la comprensione filosofica.

1) Professore, come interpreta filosoficamente la rivendicazione dell’ISIS per l’attentato nelle Filippine e quale potrebbe essere il suo impatto sul dialogo interculturale?

Innanzitutto va ricordato che l’Arcipelago delle Filippine è l’unico Paese profondamente cristiano dell’area del Sud-Est asiatico, cosa che purtroppo ha comportato una serie di aspetti spiacevoli per i suoi abitanti. Inoltre non bisogna dimenticare il desiderio storico del Giappone, soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale, di conquistare diverse isole delle Filippine, per sperimentare la propria tecnologia militare. Poi, innumerevoli tentativi di islamizzare le Filippine da parte di vari gruppi locali e ad un certo punto anche da parte della Malesia hanno messo in pericolo l’identità culturale di questo spazio, influenzato dalla propria condizione storica ma così resistente nella propria fede. L’attacco a cui hai appena fatto riferimento non è altro che l’evidente volontà di eliminare ogni traccia del cristianesimo in questa parte dell’Asia, considerando che tale unicità spirituale probabilmente distorce in una certa misura il patrimonio culturale asiatico e la struttura delle mentalità sociali presenti nei pressi delle Filippine. Da un punto di vista filosofico, il problema può essere interpretato in un solo modo: la Repubblica delle Filippine, attraverso il prisma della sua eredità cristiana e l’assimilazione delle diverse ideologie euroamericane, si presenta alla luce di una società aperta basata sul principio dell’unità nella diversità, ma in un contesto geostrategico che rifiuta totalmente la cultura della varietà e delle differenze.

2) Data la sua vasta conoscenza nella filosofia delle religioni, come ritiene che gli eventi come questo possano influenzare la percezione della religione nel contesto contemporaneo?

Quanto accaduto nelle Filippine non può che portare a una cattiva immagine della religione, fatto che alimenta ancora di più la condizione postmoderna del secolarismo contemporaneo per il quale i valori metafisici sono appannaggio di menti illusorie. Finché la religione non sarà esercitata nel paradigma della libertà di coscienza e della pratica spirituale come via di autodisciplina, quest’ultima sarà sempre rifiutata dalla cultura consumistica del “villaggio globale”, ancora inconsciamente consumata dalla profondità dell’autentico valore della convivenza. In altre parole, l’attentato nelle Filippine è un altro schiaffo alla libertà religiosa e alla purezza culturale, ma oso fare la seguente affermazione: il cristianesimo contemporaneo, che è probabilmente la religione più perseguitata a livello globale, mostra una vera inclinazione al martirio, mostrandosi disposto a perdonare il suo carnefice, e i fatti filippini lo dimostrano pienamente.

3) Come filosofo e studioso di filosofia politica, quali riflessioni ha sulle risposte delle autorità filippine e internazionali a questo atto di violenza?

In generale, la diplomazia filippina ha sempre mostrato equilibrio nella sua storia, essendo allo stesso tempo consapevole del fatto che una dichiarazione più coraggiosa metterebbe a repentaglio la sicurezza dei propri cittadini. Così ha detto Ferdinand Marcus, il presidente più amato della storia delle Filippine e suo eroe nazionale: “non faremo mai dichiarazioni audaci perché non possiamo permetterci il rischio di perdere la nostra identità, ma vi assicuriamo che la nostra propria fede e appartenenza ai valori che hanno dato la vita, ci aiuteranno a resistere a tutti gli attacchi”. In altre parole, le autorità filippine, che avranno sempre bisogno di intuito diplomatico, si lasceranno guidare dagli alleati occidentali, soprattutto americani, nella gestione della situazione

4) Nel contesto della sua collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, ritiene che ci siano approcci filosofici specifici che potrebbero contribuire a una risposta più ampia a fenomeni come questi?

Certamente ci sono molti approcci filosofici che potrebbero essere collegati a eventi come quelli filippini, ma ne cito tre che considero essenziali:

1) il razionalismo come metodo di spiegazione logica delle carenze e delle patologie di cui soffre la religione nello spazio pubblico.

2) la fenomenologia delle religioni, soprattutto quella ispirata da Edith Stein, come modo per distinguere tra religione e religiosità, poiché la prima è la conoscenza pratica della divinità, mentre la seconda è solo la distorsione dell’essenza, la religione in trasformazione in un’ossessione identitaria e tradizionalista che potremmo chiamare decostruttivismo spirituale.

3) Il postmodernismo religioso, soprattutto quello cristiano a cui faceva riferimento Gianni Vattimo, ritenendo che solo accettando i valori e le sfide della cultura contemporanea la religione potrà superare la sua condizione fondamentalista.

La religione, in senso kantiano, deve rimanere una critica alla facoltà di giudizio, ma non dimenticherei nemmeno Jürgen Habermas, per il quale la religione tradisce la propria assiologia alla luce dell’ossessione per la propria verità in cui vuole traslocare ontologicamente. l’orizzonte della verità universale.

5) Infine, come educatore presso il Liceo Internazionale King George di Bucarest, come ritiene che l’istruzione superiore possa giocare un ruolo nel mitigare la radicalizzazione e promuovere il dialogo interreligioso?

C’è una crescente necessità di una pedagogia della scienza e della libertà che consolidi una solida cultura della democrazia nel prossimo futuro, e credo sinceramente che verranno compiuti passi enormi in questa direzione. Allo stesso tempo, nutro una forte ammirazione per la giovane democrazia filippina, capace di adattarsi così bene agli standard occidentali, e credo che l’attuale presidente delle Filippine, Ferdinand Marcus Jr, a seguito dell’eredità ricevuta da suo padre, ha l’opportunità di plasmare il nucleo di una nuova società filippina, radicata nei valori del comune Weltethos, nel panorama della disciplina etico-democratica fondamentale, e l’identità cristiana, unica nell’Europa dell’Est, può essere di grande aiuto in questo senso.

Di

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