De Ficchy Giovanni

Il possesso quasi monopolistico di gran parte dei massmedia assicura l’impossibilità di una opinione pubblica effettivamente indipendente, che è condizione imprescindibile del controllo democratico.
Nei rapporti tra potere politico, economico e finanziario e mondo giornalistico italiano esiste una prassi di lungo periodo, declinata dal fascismo in forme mai viste prima ma non pienamente rimossa neanche dalla transizione alla democrazia repubblicana.
Si tratta di una delle conseguenze della particolare connotazione storico-politica di un paese come il nostro, nel quale una ristretta oligarchia ha guidato tutti i passaggi decisivi della vita economica e politica e ha riprodotto un modello spiccatamente gerarchico nella distribuzione della ricchezza e del potere, anche a livello di influenza sui canali di informazione.
Oggi nel Nostro paese, giornali indipendenti non esistono, esistono giornali e trasmissioni, sui mezzi di informazione che danno voce alle varie parti in causa.
Le redazioni, sempre più influenzate dagli interessi legittimi degli editori, i quali hanno interesse a vendere o ad avere maggior share nelle loro trasmissioni per ottenere maggior pubblicità.
L’ editore puro non esiste più, per il semplice fatto che fare utili in questo settore dell’attività economica, risulta sempre più difficile.
C’è una tendenza ormai consolidata della politica italiana all’ autoreferenzialità che, nel corso degli ultimi mesi, si sta facendo notare in maniera sempre più evidente.
Al giorno d’oggi, il confronto politico s’è via via trasformato in una guerriglia personalistica dove le diverse culture politiche hanno vieppiù sfocato in lontananza per essere sostituite da strategie di comunicazione al servizio dell’ego dei diversi leader, che si confrontano in singolar tenzoni, il cui premio è la conquista del consenso e il disarcionamento dell’avversario.
Tutto questo a causa di un atteggiamento che nasce dalla scarsa volontà (o incapacità) da parte dei leader politici di confrontare l’approccio teorico ai problemi con la concretezza dei fatti, delle cifre, delle previsioni tecniche autorevoli.
I giornali erano abituati a riportare i punti di vista dei diversi politici, la platea messa a disposizione dai social, invece, permette alla politica di rivolgersi ai propri follower senza alcun filtro né alcuna interferenza di pensieri difformi.
Sono diventati evidenti a tutti, ormai, anche i rischi di una comunicazione social priva di verifiche. Abbiamo appreso già da tempo, come le notizie e persino le immagini siano facilmente manipolabili, per mille motivi, a volte anche solo per banale narcisismo.
Nasce così una politica, che parla a se stessa, sempre più priva di una visione di lunga durata,
Un divario enorme tra quello che si propone e quello che di fatto viene davvero eseguito,

la mancanza di lealtà verso i cittadini che potrebbe essere riassunta in una frase: “dici ciò che non pensi e fai ciò che non dici”.
Così essendo esauriti gli argomenti, molte volte, si assiste allo spolvero di vecchi cavalli di battaglia, così tanto per gradire e per dare in pasto qualcosa a chi ascolta.
Tutto si riduce oramai ad un appiattimento dell’informazione, reso più acuto dalla crisi dell’editoria, dai “giornali fotocopia”, notiziari tv e radio e siti web “sostanzialmente uguali” dove il genere dell’inchiesta e del reportage “perdono spazio e qualità a vantaggio di una informazione preconfezionata, ‘di palazzo’, autoreferenziale, che sempre meno riesce a intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone, e non sa più cogliere né i fenomeni sociali più gravi né le energie positive che si sprigionano dalla base della società”.
La comunicazione è efficace solo se “ti coinvolge in un’esperienza, in un dialogo” e non alla tanta “eloquenza vuota” che “abbonda in ogni ambito della vita pubblica, e nella politica”.
