Nel film “Hurricane – Il grido dell’innocenza“, il protagonista Il pugile Rubin Carter, ingiustamente imprigionato, trova nella scrittura
la forza per lottare contro l’ingiustizia, e nel suo caso “il razzismo” e dice al ragazzo che lo ascolta:
Quando ho cominciato a scrivere ho scoperto che non stavo solo
raccontando una storia.
Scrivere è un’arma ed è un’arma più potente
di qualsiasi pugno.
Ogni volta che mi sono messo a scrivere mi sono
levato sopra le mura di questa prigione e il mio sguardo andava oltre,
al di là dello stato del New Jersey. Ho potuto vedere Nelson Mandela
(…), Victor Hugo, Emile Zola e loro mi dicevano: Rub che fai li dentro?
E io: Ehi, io vi conosco ragazzi (…) E’ magia Lesra! …ma quei canadesi
e altra gente possono insegnarti fino ad un certo punto …poi sei tu
che devi scoprire cosa è vero per te, cosa è vero per Lesra Martin!”
Carter scrive la sua verità e non si arrende, anche se passerà vent’anni chiuso in carcere.

Nel 1974 viene pubblicata la sua autobiografia The Sixteenth Round: From Number 1 Contender to #45472 e la gente inizia a sostenerlo con grande forza.
Questo romanzo finisce nelle mani di un ragazzo a Brooklyn, Lesra, e i due iniziano a scriversi delle lettere, diventando amici.
Sarà proprio la famiglia di Lesra ad occuparsi del suo caso e ad aiutarlo ad uscire.
Il cantante Bob Dylan ha scritto il brano Hurricane come denuncia per la condanna di Carter e grazie ai suoi concerti ha raccolto più di centomila dollari per aiutare gli avvocati.
Da qui è partita una vera protesta che ha aiutato a far venir fuori la verità.
Per chi il carcere lo vive, vedere questo film è uno spunto di profonda riflessione.
Hurricane ci insegna tantissimo e ci dice che è fondamentale avere coscienza di sé e avere fiducia nell’amore.
Questo messaggio arriva forte in IPM, dove sono tanti i momenti in cui si sogna la libertà.
Una libertà che parte sempre da dentro e che porta a scegliere la strada in cui le persone che ti amano non ti tolgono niente
. La qualità della vita di Carter è rimasta altissima, anche con le manette ai polsi, e così deve essere per ogni detenuto.
Testa rasata, baffi prorompenti, sguardo cattivo, pugni potenti e stile di combattimento aggressivo, non gli interessava vincere ai punti ma cercava di mettere KO l’avversario.
Incontro dopo incontro, vittoria dopo vittoria, inizia a nascere il mito di “Hurricane”, l’Uragano nero che mette al tappeto avversari più alti e grossi di lui.
Nel dicembre del 1964 arrivò la sfida al campione dei medi Joey Giardello.
Carter combatte bene i primi round, sfiora in più occasioni il KO ma alla fine, ai punti, il verdetto inatteso e shockante, come spesso nella boxe dell’epoca avveniva.
Vince Giardello, polemiche e rabbia, per Rubin Carter è la scoperta dell’ingiustizia.
