
Si potrebbe dire che il gigante americano viveva al di sopra dei propri mezzi.
E lo faceva con una sfrontatezza che lasciava sbigottiti.
Ma ora l’era della globalizzazione è finita.
Il piano «Liberation Day» di Trump per imporre nuovi dazi radicali su migliaia di miliardi di dollari di importazioni dimostra che la Casa Bianca vuole che i beni venduti ai consumatori americani siano costruiti in fabbriche americane, facendo calare il sipario sul sostegno degli Stati Uniti alla turbo-globalizzazione che ha alimentato l’economia mondiale per decenni.
È una mossa audace, un guanto di sfida lanciato ai partner commerciali e un’ammissione implicita che l’America First non è solo uno slogan, ma una strategia economica in piena evoluzione.
L’idea è semplice, almeno in apparenza: rendere i beni importati così costosi da spingere le aziende a riportare la produzione in patria.
Ma le implicazioni sono tutt’altro che semplici.
Le ambizioni Made-in-America di Trump significano che un’ondata di investimenti che negli ultimi anni ha inondato destinazioni manifatturiere a basso costo come il Vietnam, così come alleati degli Stati Uniti come la Corea del Sud e il Giappone, è destinata a prosciugarsi.
Le aziende stanno riconsiderando le loro opzioni su come spendere al meglio i loro investimenti.
Si profila un aumento dei prezzi al dettaglio, con il rischio di innescare un’inflazione galoppante che erode il potere d’acquisto delle famiglie americane.
Le rappresaglie commerciali sono quasi certe, con altri paesi che impongono dazi sui prodotti americani, danneggiando le esportazioni e creando un circolo vizioso di protezionismo.
Le catene di approvvigionamento globali, finemente sintonizzate nel corso di decenni, verrebbero sconvolte, con conseguenze imprevedibili per l’economia globale.
C’è chi vede in questo piano un tentativo disperato di riconquistare voti, di fare appello a quella base operaia che si sente abbandonata dalla globalizzazione.
Altri lo considerano un esperimento pericoloso, una scommessa rischiosa con il futuro economico del paese.
Resta da vedere se questo “Liberation Day” si rivelerà una liberazione o un suicidio economico.
Era un castello di carte, una bolla pronta a scoppiare.
L’illusione di poter consumare all’infinito, di comprare la felicità a rate, aveva offuscato la capacità di distinguere il bisogno dal capriccio, l’investimento dal puro sfizio.
E poi, quando il castello ha iniziato a tremare, la sorpresa e l’incredulità.
Come se l’idea di dover fare i conti con la realtà, con un bilancio in rosso e un futuro incerto, fosse una punizione ingiusta, un’aberrazione del sistema.
Peccato che quel sistema, quel circolo vizioso del debito e del consumo sfrenato, lo avessero alimentato, foraggiato e perfino idolatrato per anni.
Trump ora vuole ricostruire un capitalismo regolato, dove pezzi interi dell’attività finanziaria non siano abbandonati alla sola valutazione degli operatori del mercato e dove le banche facciano il loro mestiere, che è quello di finanziare lo sviluppo piuttosto che la speculazione
Un’eresia, certo, per i libertariani incalliti e i guru della deregolamentazione che hanno dominato il dibattito economico per decenni.
Ma, diciamocelo, quel modello ha prodotto disuguaglianze stratosferiche, crisi finanziarie ricorrenti e un senso di abbandono nelle comunità operaie che ha alimentato populismi di ogni sorta.
Trump, fiutando l’aria, sembra aver capito che il vento stava cambiando.
Che l’America profonda, quella che ha votato per lui nel 2024, non vuole solo muri e dazi, ma anche un sistema economico che funzioni per tutti, non solo per Wall Street.
Resta da vedere se questa conversione sia sincera o solo un’altra trovata elettorale.
E, soprattutto, se Trump abbia davvero la capacità di smantellare l’architettura deregolamentata che lui stesso ha contribuito a consolidare durante il suo primo mandato.
Ma il solo fatto che ne parli, che osi sfidare il dogma del libero mercato, è un segnale importante.
Un segnale che indica che forse, dopo anni di eccessi, il capitalismo sta finalmente prendendo coscienza dei propri limiti e della necessità di un nuovo patto sociale.
Un patto che tenga conto non solo degli interessi dei grandi investitori, ma anche delle esigenze dei lavoratori, delle famiglie e delle comunità che sono state lasciate indietro dalla globalizzazione.
Un patto, in fondo, che riporti il capitalismo alle sue origini, quando era uno strumento di progresso e di inclusione, non solo una macchina per fare soldi.
Gli Stati Uniti possono permetterselo grazie al ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale
Questo significa che gran parte del commercio mondiale, delle transazioni finanziarie e delle riserve delle banche centrali avvengono in dollari.
Questa domanda costante per il dollaro americano permette agli Stati Uniti di indebitarsi a tassi di interesse più bassi e di stampare più moneta senza causare un’inflazione incontrollabile come accadrebbe in altri paesi.
Tuttavia, questo privilegio non è senza conseguenze.
La dipendenza mondiale dal dollaro crea una certa vulnerabilità globale alle politiche economiche statunitensi.
Le decisioni della Federal Reserve, ad esempio, hanno un impatto diretto sulle economie di tutto il mondo.
Inoltre, alcuni sostengono che questo ruolo di valuta di riserva permetta agli Stati Uniti di mantenere deficit commerciali insostenibili e di investire meno in settori produttivi, creando una dipendenza eccessiva dal consumo.
In futuro, il ruolo del dollaro come valuta di riserva è oggetto di dibattito.
I numerosi avvertimenti provenienti dagli economisti erano stati lasciati cadere nel vuoto, se non addirittura sbeffeggiati: «i soliti allarmisti».
E ora, eccoci qui, immersi fino al collo, nell’incertezza, le promesse di crescita infinita, i tagli alle tasse presentati come panacea per ogni male: tutte menzogne, castelli di carta crollati al primo soffio di realtà.
C’è una verità nell’idea che gli USA siano stati penalizzati dal sistema che hanno per primi voluto costruire, basato su un ruolo centrale del loro Paese che oggi non c’è più in quelle proporzioni e che, grazie a dollaro e proiezione mondiale, garantivano in qualche modo benessere in una fase in cui l’economia USA si trasformava, investendo su servizi e digitale e abbandonando le fabbriche.
Questo passaggio, apparentemente indolore, ha in realtà creato una dipendenza da un sistema globale che non controllano più interamente.
La delocalizzazione ha portato benefici in termini di profitto immediato, ma ha svuotato il tessuto produttivo interno, rendendo il Paese più vulnerabile alle fluttuazioni economiche internazionali e alla competizione di economie emergenti, soprattutto la Cina.
Il dollaro, un tempo indiscusso re, ora vede la sua egemonia insidiata, e la capacità di proiezione mondiale, sebbene ancora notevole, è costantemente messa alla prova da nuove potenze e da un ordine multipolare in evoluzione.
In sostanza, gli USA si trovano a navigare in un mondo che hanno contribuito a creare, ma in cui le regole del gioco sono cambiate, e il loro vantaggio iniziale si è eroso, lasciandoli con una complessa sfida di riposizionamento strategico.
Il sistema, pompato all’inverosimile da speculazioni e debiti, aveva mostrato la sua vera natura, quasi insostenibile.
L’ubriacatura liberista degli anni Ottanta e Novanta, con i miti di Reagan e Thatcher, appare lontana.
Soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, America ed Europa credevano di avere in mano la chiave di volta dello sviluppo inarrestabile: il comunismo, e dunque il dirigismo economico, era stato sconfitto dalla storia; non restava che il mercato.
L’affermarsi della globalizzazione forniva ulteriori cartucce ai politici di turno che, praticamente fino a ieri, hanno ripetuto la stessa musica liberista, facendo presa sull’elettorato ancora in tutti questi anni Duemilaventi.
Ci si dimentica persino dei migliori presupposti liberisti, si prospettano ritorni colbertisti, soluzioni keynesiane, persino sagge “terze vie” in grado di ricordare che il mercato ha bisogno di regole, che non esiste una sola teoria economica in grado di funzionare in un mondo tanto grande e diversificato, che ci sono nuovi e agguerriti protagonisti sulla scena mondiale (pesi massimi del calibro di Cina, India e Brasile), e che rimane ancora tutta un’ampia parte del pianeta esclusa dallo sviluppo e da ogni forma di solidarietà e di giustizia, colonizzata e sfruttata, la quale attende la propria fetta di benessere.
Si invoca un ritorno alla politica, quella vera, capace di visione e di intervento, non succube dei tecnicismi asettici e delle logiche finanziarie. Si riscopre l’importanza dello Stato, non come oppressore, ma come garante del bene comune, arbitro imparziale e motore di sviluppo. Sembra quasi di assistere a un’inversione di tendenza, un ripensamento profondo dei dogmi che hanno dominato gli ultimi decenni.
Ma basterà questa ritrovata consapevolezza a invertire la rotta?
Saranno sufficienti i palliativi keynesiani o le “terze vie” a fronteggiare le sfide globali, le disuguaglianze crescenti, la crisi climatica incombente?
La storia, purtroppo, ci insegna che le promesse di cambiamento si scontrano spesso con interessi consolidati, resistenze ideologiche e, soprattutto, con la difficoltà di tradurre le buone intenzioni in azioni concrete.
