
Lasciare l’arte cinematografica nelle voraci mani della sinistra produce danni economici e pellicole da incenerire.
Basta con le fantozziane Corazzate Potëmkin.
Il cinema è un’arte, sì, ma è anche industria.
E un’industria che, imbrigliata in ideologie stantie, perde il contatto con il pubblico, con la realtà.
Finanziare pseudo-artisti che vomitano sullo schermo le loro frustrazioni piccolo-borghesi, spacciandole per impegno sociale, è un suicidio culturale ed economico.
Mentre il mondo produce blockbuster che fanno sognare, noi ci ritroviamo con filmacci pretenziosi che nessuno va a vedere, finanziati con i soldi dei contribuenti.
Basta!
Basta con i registi radical chic che ci spiegano come dovremmo vivere!
Basta con le sceneggiature scritte al bar tra un Negroni e l’altro!
Vogliamo storie che ci appassionino, che ci facciano ridere, piangere, riflettere.
Vogliamo un cinema che sia specchio della bellezza e della complessità del mondo, non megafono di un’agenda politica fallimentare.
E soprattutto, vogliamo un cinema che incassi, che crei posti di lavoro, che faccia girare l’economia.
Basta con le nicchie autoriali che piacciono solo ai critici e non portano un euro nelle casse dello Stato.
Vogliamo storie che parlino alla gente, che li facciano ridere, piangere, sognare e, soprattutto, che li portino a comprare un biglietto.
Ecco cosa ci serve.
Niente storie astratte, metaforiche, che lasciano il pubblico con più domande che risposte.
Dimenticate i finali aperti, le interpretazioni multiple.
La gente vuole chiarezza, vuole un eroe, un cattivo, una posta in gioco alta e una vittoria, possibilmente con un bacio appassionato sotto la pioggia.
E smettiamola con questa roba “impegnata”.
Il cambiamento climatico, la crisi dei migranti, la disuguaglianza sociale… bello, per carità, ma fa deprimere!
La gente va al cinema per staccare, per evadere, per dimenticare i propri problemi.
Dategli un po’ di leggerezza, un po’ di speranza, un lieto fine che gli scaldi il cuore e lo faccia uscire dalla sala con un sorriso stampato in faccia.
Voglio idee originali, certo, ma che si rifacciano ai cliché che la gente ama.
Un poliziotto scorbutico ma dal cuore d’oro che deve salvare la città?
Perfetto.
Una commedia romantica dove due persone che si odiano si innamorano follemente?
Fantastico.
Un supereroe che combatte un nemico invincibile?
Stupendo.
Basta che ci sia azione, sentimento, e un pizzico di umorismo.
E poi, pensiamo al marketing.
Dobbiamo creare un’attesa, far parlare di noi, generare un hype pazzesco.
Trailer accattivanti, poster iconici, interviste scandalose… tutto fa brodo.
Dobbiamo far credere alla gente che il nostro film è l’evento dell’anno, che non possono assolutamente perderlo.
Insomma, gente, tirate fuori il meglio che avete.
Voglio storie che facciano il botto al botteghino.
Voglio storie che la gente ricordi per anni.
Voglio storie che ci facciano guadagnare un sacco di soldi.
E, soprattutto, voglio storie che vendano un sacco di pop-corn.
Ci siamo capiti?
Dobbiamo essere competitivi a livello internazionale, attrarre investimenti stranieri, far sì che le nostre produzioni siano viste e apprezzate in tutto il mondo.
E per fare questo, dobbiamo smetterla di lamentarci della mancanza di fondi e iniziare a pensare in grande, a creare sinergie, a valorizzare i nostri talenti.
Il cinema italiano ha un potenziale enorme, dobbiamo solo saperlo sfruttare.
E non dimentichiamoci della formazione: dobbiamo investire sui giovani, sui nuovi registi, sceneggiatori, attori, tecnici.
Dobbiamo creare una nuova generazione di professionisti che sappiano affrontare le sfide del mercato globale e portare alto il nome del cinema italiano.
Un cinema che non sia solo arte, ma anche industria, che non sia solo cultura, ma anche economia.
Un cinema che sia, insomma, un orgoglio per tutti noi.
Altrimenti, meglio bruciare tutto e ricominciare da zero, con gente che ama il cinema e il pubblico, non solo se stessa e le sue elucubrazioni mentali.
