di Lelio Deganutti
1. Il brocardo smarrito
«Parcere subiectis et debellare superbos».
Così Virgilio, nel VI libro dell’“Eneide”, consegna ai Romani la loro missione: governare, affermare la pace, risparmiare i sottomessi e—soprattutto—abbattere l’arroganza dei potenti. Quel debellare superbos non è un vezzo retorico: è il sigillo morale di una civiltà che pretende da sé stessa il difficile equilibrio fra misericordia e fermezza. Oggi, però, la società europea sembra essersene dimenticata. Non solo accetta la superbia di élite economiche, tecnologiche o politiche; spesso la celebra, la trasforma in modello sociale, la riveste di parole seducenti come “merito” e “successo”, lasciando che la tracotanza diventi virtù pubblica.
2. La grandezza di Roma e la “giustizia sostanziale”
La vera forza di Roma non fu la spada, ma il diritto: quell’insieme di norme, consuetudini e principi che hanno plasmato ogni successiva civiltà europea. Due cardini lo sorreggevano:
- Universalità – Il ius gentium riconosceva che la dignità giuridica non si esauriva nei confini di cittadinanza; ogni uomo, in quanto uomo, era soggetto di diritto.
- Sostanza prima della forma – Nel processo classico contava l’equità (aequitas), cioè la conformità al “giusto” in concreto. Le formule processuali potevano essere adattate dal pretore per evitare che un cavillo soffocasse la verità.
Questa è la “giustizia sostanziale” cui l’Europa deve la propria anima. Ed è precisamente ciò che oggi si sta sgretolando sotto il peso di procedimenti infiniti, tecnicismi paralizzanti, algoritmi opachi, diseguaglianze economiche che decidono chi possa difendersi e chi no.
3. Le forme attuali della superbia
Oggi la superbia non si manifesta più con l’atteggiamento del singolo tiranno o del patrizio arrogante, ma si è moltiplicata in forme nuove, più sottili ma altrettanto corrosive per il tessuto sociale.
C’è una superbia finanziaria, che si esprime attraverso il potere incontrollato dei grandi attori economici: fondi speculativi, multinazionali, banche sovranazionali capaci di distruggere economie locali con una mossa di mercato, senza mai dover rispondere delle conseguenze umane delle proprie decisioni. È una forma di arroganza sistemica, protetta dall’anonimato dei capitali e dalla complessità dei meccanismi.
Esiste poi una superbia tecnologica, incarnata da piattaforme digitali e grandi gruppi informatici che raccolgono dati, li elaborano con algoritmi opachi e condizionano l’opinione pubblica, l’accesso all’informazione, persino l’orientamento del voto. Si tratta di un potere nuovo, non sottoposto a un reale controllo democratico, che spesso si muove al di fuori delle giurisdizioni statali.
Infine, c’è una forma di vanità normativa e burocratica, che si manifesta in leggi pensate per essere “perfette” ma che, nella realtà, sono inapplicabili o farraginose. Ne derivano processi infiniti, giustizia lentissima, norme che proteggono più chi ha risorse per pagare eserciti di avvocati che chi cerca equità. Questa è una forma di superbia formale, che antepone l’eleganza della legge alla sua efficacia concreta.
Tutte queste forme di tracotanza moderna avrebbero trovato nel mondo romano non solo un nome, ma anche un nemico: lo Stato. Oggi, invece, sembrano agire indisturbate, spesso protette proprio da quelle istituzioni che dovrebbero combatterle.
4. Dalla diagnosi al rimedio: tre vie romane per il XXI secolo
- Restituire centralità alla persona
Come il pretore calibrava l’azione a misura del caso concreto, così le nostre corti dovrebbero recuperare flessibilità senza scivolare nell’arbitrio: processi più snelli, mediazione obbligatoria ben strutturata, strumenti digitali che riducano i tempi anziché complicarli. - Responsabilizzare il potere economico e tecnologico
Roma imponeva limiti patrimoniali ai magistrati e controlli pubblici sulla spesa. Oggi servono:- un diritto antitrust europeo che non si limiti a multare, ma imponga veri obblighi di fair sharing dei dati;
- corti specializzate capaci di giudicare in tempi certi gli abusi di algoritmi decisionali.
- Educare alla virtù civica
Per i Romani, superbia era un vizio personale e politico. Formare cittadini capaci di riconoscere e rifiutare la tracotanza è compito primario della scuola e dei media. Non basta “insegnare il diritto”: occorre farne percepire la dimensione etica, ricordando che la legalità senza giustizia è vuota, e la giustizia senza equità è menzogna.
5.Il coraggio di abbattere i nuovi arroganti
“La grandezza di Roma—scriveva Montesquieu—fu dovuta alla costanza nel perseguire poche, semplici virtù”. Tra queste, il rifiuto della superbia. Se l’Europa vuole salvarsi dalla propria decadenza, deve riscoprire quel brocardo antico: combattere—culturalmente e giuridicamente—ogni forma di alterigia che ne corrompe il tessuto sociale. Significa rimettere al centro la sostanza della giustizia, con lo stesso rigore con cui i Romani erigevano strade e acquedotti: opere pensate per durare.
Solo così la nostra civiltà potrà dire, senza retorica, di essere davvero erede di Roma.
